9 luglio 2026

Gaddo Folcini, uno contro tanti (seconda parte)

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Il centro addestramento di Como e la scuola allievi ufficiali di Varese

Dal 4 gennaio 1944, Gaddo Folcini prende servizio a Como nel centro addestramento della Guardia Nazionale Repubblicana per l’istruzione militare della Guardia Giovanile Legionaria. Il centro addestramento G.L.G. (è questo l’acronimo che viene usato abitualmente per riferirsi alla Guardia Giovanile Legionaria, che non risulta quasi mai indicata come G.G.L.), è attivo dal dicembre del 1943 e rappresenta allora uno dei più importanti poli di formazione militare della G.N.R., soprattutto per i giovani e giovanissimi volontari desiderosi di accedere alle selezioni per ufficiali della Repubblica Sociale Italiana, spesso in alternativa, dal luglio del 1944, al reclutamento nelle Brigate Nere. Il centro si trova presso la caserma Carlo De Cristoforis, in via Monte Santo 6, nella periferia sud-est di Como. Con l’intensificarsi della guerra civile, il centro svolge un ruolo chiave nell’istruzione militare dei giovani fedeli alla R.S.I. da mobilitare sul campo.

Gaddo si trova subito bene in questa nuova assegnazione. Continua a scrivere di frequente a casa, dando informazioni e rassicurazioni sulle sue condizioni e sul clima di forte motivazione che esiste tra i legionari in addestramento. Diventa presto Caporale. La domenica c’è la messa in caserma e si può fare la comunione. A Como fa piuttosto freddo ma il cibo è ottimo. Fa richiesta di essere ammesso al corso per allievi ufficiali. È stato assegnato alla 3a Brigata, III Compagnia presso il centro G.L.G., dove i suoi superiori hanno saputo dei suoi trascorsi pugilistici. Quindi saranno organizzati a Como degli incontri in cui combatterà come pugile arruolato. Per Gaddo i primi mesi del 1944 passano in modo positivo e proficuo dal punto di vista militare. Impara molto, si applica con passione agli studi in aula e alle esercitazioni fisiche in palestra e in campo aperto. Continua a scrivere ai familiari, che a loro volta gli inviano notizie sulla famiglia, su Crema e su parenti, amici e conoscenti.

Gaddo resta assente dalla famiglia per quasi nove mesi. Ogni tanto qualcuno dei suoi va a fargli visita, però si tratta di episodi molto rari. Intanto ha “imparato a fare il salto mortale senza pedana, la capriola di corsa senza mettere le mani né la testa in terra, a smontare il fucile mitragliatore, il moschetto e la mitraglia pesante Breda 38 e rimontarla in 37 secondi”, come dice nella sua lettera del 27 febbraio. E per il 13 marzo è previsto “un incontro al Politeama di Como contro Vaghi vincitore di Roberto Proietti, ex campione d’Italia”. Il suo addestramento complessivo è giunto in tempi ridotti a un livello molto apprezzato dai responsabili della sua formazione militare. Viene dunque ammesso, dopo soli tre mesi passati al centro addestramento G.L.G., al corso per allievi ufficiali, da svolgere a Varese.

Il 25 marzo 1944 Gaddo è quindi a Varese, dove la G.N.R. utilizza una struttura particolare per la sua scuola allievi ufficiali, il Collegio Sant’Ambrogio. Questo complesso è gestito per la parte militare G.N.R. dagli ufficiali responsabili dei corsi (comandante è il Tenente Colonnello Enrico Bassani), mentre per la parte religiosa da suore, visto che lì sono ospitate molte ragazze di famiglie benestanti di Varese e del territorio varesotto. Gaddo scrive subito ai familiari: “Una grandissima sorpresa. Invece di una caserma, come ci eravamo raffigurati, ci siamo trovati in un collegio; nientemeno che il collegio per ricche ragazze Sant’Ambrogio”. “Dormiamo su bellissimi lettini bianchi con lenzuola candide”. “Mangiamo in pulitissimi refettori e la cucina è tutta a funzionamento elettrico”. Le lezioni in aula e le lezioni operative sul campo riguardano queste materie, che Gaddo comunica il 27 marzo ai suoi familiari con notevole entusiasmo: Tattica, Armi e Tiro, Fortificazione campale, Topografia, Collegamenti, Regolamenti, Organica, Servizi, Amministrazione, Tecnica professionale.

La Guardia Nazionale Repubblicana ha nove scuole per allievi ufficiali: Fontanellato, Lucca, Modena, Oderzo, Orvieto, Rivoli, Siena, Varese e Vicenza. Più di quattromila giovani tra i 17 e i 20 anni accorrono come volontari a questi corsi per diventare ufficiali della G.N.R., tra i numerosissimi altri che scelgono invece di arruolarsi volontariamente come soldati semplici nella R.S.I. tra l’autunno del 1943 e i primi mesi del 1945. Si presentano a queste nove scuole G.N.R. soprattutto studenti che decidono di lasciare gli studi per diventare volontari. Moltissimi volti noti del secondo dopoguerra ammetteranno senza indugio di avere fatto parte delle formazioni militari della R.S.I. (Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano, Guardia Nazionale Repubblicana, Brigate Nere, altri corpi militari) e, tra questi, molti ammetteranno di aver frequentato queste scuole per diventare ufficiali della G.N.R., come Giorgio Albertazzi, come Enrico Maria Salerno (il quale, proveniente proprio dalla scuola G.N.R. di Varese, partecipa insieme a Dario Fo, che poi tenterà di negare questi suoi trascorsi, alla riconquista del caposaldo di Cannobio, nell’Ossola, nell’ottobre del 1944) oppure come il generale Licio Giorgieri, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1987. La scuola di Varese, nel periodo in cui c’è Gaddo, tra il marzo il settembre del 1944, conta circa 450 allievi ufficiali. Buona parte di loro ne uscirà positivamente, con il grado di Sottotenente. Non è una scuola facile. Sia le materie d’aula, sia le prove fisiche e atletiche impongono molta applicazione e grande determinazione. Trattandosi comunque di ragazzi spinti da forti ideali, la loro volontà e la loro motivazione sono notevoli. Sul genere di ideali, sarà la Storia a dare il suo verdetto.

Dal mese di aprile si intensificano i bombardamenti aerei anche su Varese. Il conto dei morti, dei feriti e delle distruzioni aumenta sempre di più. Molti allievi, tra cui Gaddo, prestano opera di soccorso. L’assistenza ai feriti si alterna al trasporto dei “morti fracassati nelle loro carni, sul volto dei quali è vivo lo spavento della morte”, dice Gaddo nella sua lettera del 6 maggio. Alcune bombe sono a scoppio ritardato. Mentre presta aiuto, rischia la vita. Un’esplosione lo fa travolgere da una massa di terra, però non viene colpito dalle schegge. Scrive: “Fortunato come al solito, nemmeno una scalfittura, soltanto un po’ di paura, che feci subito passare con un buon bicchiere di grappa”. Intanto crolla sotto le bombe l’Istituto Profilattico di Varese. I crolli infettano l’acquedotto comunale. Per tre giorni manca l’acqua potabile. A metà maggio Gaddo riceve dal centro addestramento G.L.G. di Como il rapporto informativo finale sul suo stato di servizio in quel centro. Lo comunica con orgoglio a sua madre, scrivendole: “Vedi dunque che mi faccio onore” ed elencando le votazioni: Disciplina, Ottimo; Comportamento in Servizio, Ottimo; Fuori Servizio, Ottimo; Attitudini al Comando, Ottime; Ascendente sui Camerati, Ottimo; Spirito d’Iniziativa e Intuito, Spinto; Se Ordinato nel Vestire, Sì; Doti Morali, Eccellenti; Prestanza Fisica e Resistenza Fisica alle Fatiche: Ottime; Punizioni: Nessuna; Valutazione Complessiva: Ottimo.

Gaddo frequenta il corso per allievi ufficiali in modo ammirevole, distinguendosi tra gli alunni migliori. Sono sempre più numerose le esercitazioni pratiche di tattica nei territori circostanti, i campi scuola diurni e notturni, le marce prolungate e le simulazioni di assalto e conquista di centri avversari, le prove di controllo del territorio, sia urbano che rurale, le manovre di Plotone e di Compagnia. Lui cura molto anche l’addestramento alle armi, le esercitazioni al tiro al bersaglio e al tiro da difesa e combattimento, con pistola, moschetto automatico, mitra, usando sia munizionamenti convenzionali che da guerra. Anche le lezioni teoriche lo impegnano molto. Gli esami finali hanno, per la parte di teoria, dieci materie fondamentali più altre componenti accessorie da studiare. Nelle sue lettere di questi mesi, Gaddo informa i familiari dei suoi progressi e dei riconoscimenti che i docenti gli attestano. In corso di studi, viene nominato Caporalmaggiore a luglio e Vicebrigadiere ad agosto. Alla fine, supera brillantemente gli esami del corso e il 10 settembre 1944 riceve il grado di Sottotenente. Terminato il suo impegno a Varese, a metà settembre Gaddo può finalmente tornare a casa e riabbracciare i suoi familiari. Ha il permesso di restare circa una settimana in licenza a Crema.

Nel I Battaglione d’Assalto “M” “Pontida”

Verso la fine di settembre Gaddo torna a Como, al suo precedente centro addestramento G.L.G., come ufficiale in attesa di destinazione. Il 28 ottobre ha il permesso di tornare a Crema per l’ordinazione del fratello Giovanni. Il 29, nella cappella vescovile, avviene la consacrazione sacerdotale e il 30 mattina Gaddo fa da Padrino alla Prima Messa celebrata da Giovanni, che si svolge nella chiesa di San Pietro. Poi rientra subito a Como. Ha accettato la richiesta di assegnazione da parte di un ufficiale che è stato uno dei suoi comandanti a Como e che ora è alla guida del I Battaglione d’Assalto “Pontida”: il Maggiore Carlo Zanotti. Il 4 novembre Gaddo parte per la sede di questa unità: Biella.

A Biella Gaddo viene quindi inserito nel I Battaglione d’Assalto “Pontida” della Guardia Nazionale Repubblicana, nella IV Compagnia. A partire dal mese di marzo del 1944 erano stati formati tre Battaglioni con la denominazione “Pontida”: il I Battaglione d’Assalto, il II Battaglione d’Assalto e il III Battaglione come Reparto Armi d’Accompagnamento e Allievi Cacciatori Carro. Il I Battaglione d’Assalto “Pontida”, in cui Gaddo milita dal novembre del 1944, viene costituito a Como il 20 marzo 1944. Il 31 maggio raggiunge Vercelli per avvicendare la 63a Legione “Tagliamento” della G.N.R. nelle zone della Valsesia e di Ivrea. Il 10 giugno c’è il trasferimento nel basso ossolano. Poi torna nel vercellese, quindi pone il Comando a Biella. Successivamente le sue Compagnie e Distaccamenti hanno diverse assegnazioni, per periodi specifici: Borgosesia, Pray, Varallo, Fobello, Cervatto, Fomo, Scopello. Quando Gaddo entra nel I “Pontida”, il Comando della sua IV Compagnia vede in capo il Capitano Alessandro Galeazzi, poi il Capitano Gianni Reggio, con Sottotenenti Enea Bignami, Valerio De Sanctis e lo stesso Gaddo. Come si è detto, il comandante di Battaglione è il Maggiore Carlo Zanotti. Aiutante Maggiore è il Tenente (poi Capitano) Colombo, al quale succede il Capitano Sora. Essendo molto religioso, Gaddo ha ottimi rapporti con l’Ufficiale Cappellano del Battaglione, il Tenente padre Blandino della Croce.

Nei cinque mesi e mezzo passati nel I “Pontida”, Gaddo è quasi sempre in zona di operazioni. Per motivi di spazio, non è possibile dar conto degli innumerevoli interventi in azione che la sua Compagnia effettua in quel periodo. Sappiamo che è presente a Cannobio, in Valle Cervo, nel Monferrato e nel Valmossese. Si è detto dell’azione svolta a Camandona. Le sue azioni sul campo avvengono al comando di un Plotone o di più Plotoni, spesso insieme ai reparti di altre Compagnie del Battaglione e si svolgono sia nel territorio biellese, sia al di fuori di questo. Le lettere di Gaddo alla famiglia si fanno molto più rare e il loro contenuto rende spesso conto degli scontri col nemico, dei camerati caduti, dei feriti e dei pericoli corsi. Scrive molto di meno perché è spesso in azione. E forse perché il contenuto delle sue missive sarebbe lugubre per il numero dei commilitoni morti e per quello degli avversari uccisi. Il 5 gennaio 1945 scrive: “La lotta contro i partigiani continua accanita, ieri abbiamo avuto un nuovo caduto, però le perdite partigiane sono sempre di gran lunga superiori alle nostre”. Il I “Pontida” conta più di cinquanta caduti alla fine del 1944. Ne conterà almeno una novantina in tutto alla fine della guerra. Gaddo non lo scrive ma è probabile che si renda conto della sconfitta imminente.

Ciò nonostante, a volte le lettere da lui inviate mantengono un residuo di brio e spigliatezza. Ha composto una “Canzone di Plotone” e poi una “Canzone di Compagnia”, di cui manda i testi ai familiari. Abbiamo addirittura anche le prime strofe di un “Inno di Battaglione”. Ovviamente, niente di particolarmente poetico o artistico. Però sono cose che, in determinati momenti critici, possono favorire il morale. Al Sottotenente Folcini è stato assegnato un attendente. È Athos Luciano Galli, che gli resterà vicino fino agli ultimi istanti. È lui il compagno d’armi a cui Gaddo ha salvato la vita a Camandona, caricandoselo ferito sulle spalle e portandolo lontano dal fuoco nemico. Dalla corrispondenza di Gaddo non si comprende bene se lo scherzoso epiteto di “Malvagio” (è un appellativo fascisticamente non raro) sia utilizzato prima per il suo Plotone oppure prima per la sua persona (che è tutt’altro che malvagia). A volte Gaddo è definito “Malvagio Sorridente”. A un certo punto dà il nome Malvagio al suo nuovo cane, un cucciolo probabilmente di pastore tedesco, di cui dice in una lettera del 5 aprile: “Ha due mesi e nove giorni ma è tanto grosso e già sa fare tante belle cosette, è un lupo da guerra. Finalmente mi posso allevare un cane che mi è già tanto affezionato, dorme accanto al mio letto e mi aiuta nel servizio”. Molti Schäferhunde erano in dotazione ai reparti tedeschi e italiani.

 

Con Foglio d’Ordini 4 aprile 1945 il Comando Generale della G.N.R. di Brescia conferisce al I “Pontida” l’ambito distintivo d’onore “M”. La sua denominazione diventa quindi I Battaglione d’Assalto “M” “Pontida”. Gaddo è fiero del riconoscimento e scrive a casa che alla mattina del 5 aprile la radio ha trasmesso gli elogi al suo Battaglione per il conferimento di questo distintivo d’onore. Anche lui, dice, è stato “decorato con gli ‘M’ rossi”. E da adesso “ogni milite può fregiarsi di questa insegna”. Ma la guerra è ormai all’epilogo. Buona parte del I “Pontida” deve difendere il perimetro territoriale di Biella. Anche Gaddo viene collocato con i suoi uomini a presidio dei blocchi cittadini che devono contrastare gli attacchi partigiani. Le formazioni partigiane del biellese, non appena lo sfondamento della Linea Gotica viene compiuto dagli alleati, attaccano in forze gli abitati intorno a Biella e poi la stessa città. È a questo punto che si svolgono gli avvenimenti indicati all’inizio di questo articolo e si verifica l’agguato di Occhieppo Inferiore, con l’aggressione a Gaddo e la sua uccisione.

Le esequie e la memoria

Il 15 aprile si svolgono a Biella solenni onoranze funebri alla salma di Gaddo. Ci sono le corone inviate dal Duce, dal Capo della Provincia, dal Commissario Federale. Partecipano le autorità cittadine e sono presenti in forze gli ufficiali e i camerati della sua Compagnia, il comandante del suo Battaglione e gli ufficiali delle altre tre Compagnie. C’è una folta rappresentanza dei militi degli altri due Battaglioni “Pontida” e della VII Brigata Nera “Bruno Ponzecchi” di Vercelli. Le onoranze si svolgono nel Sacrario dei Caduti alla Casa Littoria, con il picchetto d’onore. La cittadinanza partecipa numerosa alla cerimonia. C’è il “Rito dell’Appello”, con il camerata Gaddo Folcini “Presente!”. Le spoglie di Gaddo sono poi trasferite a Milano e da lì giungono a Crema per le esequie nella sua città.

A Crema il feretro viene posto nella chiesa di Santa Chiara. Il funerale si svolge martedì 17 aprile, con partenza alle ore 19 da questa chiesa per giungere nella Cattedrale. Lì si svolge la funzione funebre, con le autorità locali e il picchetto d’onore. Tutti i principali ranghi fascisti cremaschi sono presenti, a partire da Giovanni Agnesi e dai responsabili locali dell’Esercito Nazionale Repubblicano, della Guardia Nazionale Repubblicana e delle Camicie Nere del II Battaglione di Crema “Mario Brezzolari” della XII Brigata Nera “Augusto Felisari” di Cremona. Una folla commossa assiste alla cerimonia. Tutti i familiari dimostrano una dignità ammirevole. Ci sono anche le due sorelline più piccole. La bara esce dal Duomo tra due ali di militi col braccio teso nel saluto fascista. Il corteo funebre attraversa la città con davanti i sacerdoti Canonici del Duomo. La tumulazione avviene al cimitero maggiore di Crema, dove si trovano tuttora i resti di Gaddo, nel sotterraneo della parte monumentale in cui sono onorati i principali militari cremaschi caduti per la Patria. Quello di Gaddo è l’ultimo funerale militare svoltosi a Biella. Ed è anche l’ultimo funerale militare svoltosi a Crema.

Nei giorni in cui Gaddo viene ucciso, vengono scritte due lettere che non fanno in tempo a raggiungere i destinatari. Una di queste due lettere è l’ultima redatta da Gaddo poco prima di morire. È senza data ma è certamente di poco precedente all’agguato tesogli dai partigiani. Gaddo dice che la sua Compagnia “non è più di movimento”. Infatti ormai si può soltanto restare attestati sulle postazioni assegnate dai comandi, per difendere Biella dal nemico. E dice che “tutte le notti vengono per attaccarci, anche più volte per notte”. La lettera non fa in tempo ad essere spedita. Viene infatti trovata dai familiari nella sua cassetta militare, che contiene la divisa e pochi effetti personali. La cassetta giunge all’abitazione dei Folcini a Ombriano dopo il funerale. La seconda lettera è quella redatta dal fratello Giovanni per Gaddo, datata 11 aprile. È già sigillata e munita di bollo ma non viene spedita da Giovanni perché nel frattempo era giunto alla famiglia il fonogramma con cui si comunicava che Gaddo era stato gravemente ferito il giorno prima e che si trovava in difficili condizioni all’ospedale di Biella. Giovanni gli scrive che ha da inviargli la sua tessera annuale dell’Azione Cattolica e si complimenta con lui per le onorificenze recentemente ricevute (la “M”) e per quelle che probabilmente riceverà (forse i già citati riconoscimenti della medaglia d’argento e del passaggio di grado a Tenente). Poi aggiunge: “Sono cinque mesi e mezzo che non ti vediamo; e dopo le tristi vicende trascorse e dinanzi alle ore oscure che ci possono attendere, sentiamo prepotente il bisogno di rivederti ancora almeno una volta”.

La famiglia riceve, nei giorni delle esequie e anche a distanza di tempo, innumerevoli lettere, biglietti e testimonianze di condoglianze, che esprimono un profondo cordoglio e una grande considerazione per la figura di Gaddo. Giungono condoglianze molto sentite da mons. Giuseppe Raimondi, parroco di San Pietro e Vicario Generale della diocesi, dall’ex parroco di San Pietro, don Giuseppe Boschiroli, e dal parroco di Melotta, don Giuseppe Bosoni. Innumerevoli i responsabili cittadini che inviano lettere ai familiari, come Giacomo Scanzi, Vittorio Ziglioli, il generale Riccardo Borgia, Camillo Lucchi, Armando Cisbani e molti altri ancora. Sono nomi che forse diranno poco ai cremaschi di oggi. Ma allora erano persone con ruoli di rilievo in città. Nei primi momenti del lutto e anche nei mesi successivi, lettere particolari arrivano da chi è sempre stato vicino alla famiglia, come Maria Maranti Fayer o i genitori degli amici di Gaddo sin dai tempi dell’oratorio, come i Benzi e i Bandirali. Oppure da chi ha condiviso con Gaddo le esperienze della guerra, come il Capitano Paolo Pasqualini, comandante della I Compagnia del I “Pontida”; come il suo Capitano diretto Gianni Reggio; come il suo attendente, il già citato Athos Luciano Galli, che nella sua testimonianza fornisce informazioni e dettagli importanti sulle ultime ore di Gaddo e sulle dinamiche che hanno portato alla sua morte. Di specifico rilievo anche le lettere scritte nel 1946 da Annamaria Cesano e da Silvia Zappi, di cui si dirà più avanti. Nel 1961 scrive al fratello Giovanni anche il Cappellano del I “Pontida”, il Tenente padre Blandino della Croce, inviandogli una lettera affettuosa e un ricordo di Gaddo.

Oltre alle lettere, ai biglietti e alle testimonianze di condoglianze, la morte di Gaddo ha anche avuto eco e riscontri su parte della stampa del tempo. Ad esempio, un articolo sulla “vile imboscata tesagli dai sicari al soldo del nemico” viene pubblicato sul giornale “Regime Fascista” di Cremona, la testata fondata da Roberto Farinacci, proprio nel suo ultimo numero, stampato il 25 aprile 1945. L’articolo contiene un ricordo di Gaddo con un suo sintetico profilo biografico. Gaddo è anche definito come “un altro eroe giovanissimo, che s’aggiunge alla già lunga collana dei martiri che la forte terra cremasca ha donato per la resurrezione della martoriata Patria, per il trionfo della civiltà sulla barbarie”. Questa è una delle fonti in cui si dice che Gaddo era stato “oggetto dell’odio bestiale avversario” mentre “incaricato dal suo comandante, si recava a trattare con i fuori legge”. Quindi, non per sua autonoma iniziativa personale. Un articolo di notevole interesse è quello pubblicato il 18 aprile 1945 dal giornale “Il Lavoro Biellese” di Biella. Il titolo è “Un nuovo efferato crimine partigiano” e il sottotitolo è “Alcuni banditi uccidono a tradimento un ufficiale invitato a parlamentare”. Qui il profilo biografico di Gaddo è più ricco di informazioni e offre diverse indicazioni piuttosto interessanti sulla sua figura, sulle attività da lui svolte nel I “Pontida” e sui fatti dell’agguato in cui era caduto. L’articolo è di cospicua estensione. Ed ha all’interno un riquadro con un testo scritto dal Sottotenente Valerio De Sanctis, che come si è visto in precedenza era un collega di Gaddo nella medesima IV Compagnia del I “Pontida”. Il titolo di questo riquadro è “Sottotenente Gaddo Folcini: presente!”. Qui il tono è quello del commilitone, del camerata, di chi ha vissuto direttamente con Gaddo i momenti rilevanti dell’esperienza bellica e condiviso con lui e con gli altri militi della Compagnia i mesi di marce, guardie e scontri a fuoco.

Valerio De Sanctis è uno dei pochi ufficiali del I “Pontida” sopravvissuti agli eccidi perpetrati tra il 28 aprile e il 12 maggio 1945. Il Battaglione, lasciata Biella dopo il 25 aprile, in base alle trattative con i comandi partigiani del settore, procede incolonnato con le altre forze repubblicane che hanno abbandonato Biella verso il fiume Sesia e poi nel territorio novarese. Le colonne si trovano a Castellazzo Novarese quando grossi contingenti di forze partigiane bloccano il loro percorso. Si tratta la resa e viene garantita la piena incolumità a tutti i repubblicani in ritirata. Anche il I “Pontida” si arrende il 28 aprile. La sera stessa i suoi effettivi vengono però disarmati e internati, sotto la minaccia delle armi, nello stadio di Novara. Nei giorni successivi inizia il massacro. I partigiani guidati da Francesco Moranino, nome di battaglia Gemisto, prelevano un gruppo dopo l’altro di repubblicani, dopo aver letto ogni volta un elenco di nomi. Ogni gruppo viene fatto salire su un camion e portato alla fucilazione sommaria. Molti vengono condotti all’ospedale psichiatrico di Vercelli, preventivamente fatto sgomberare. Lì si svolge una tremenda mattanza. Vengono riempiti di botte e poi uccisi a mitragliate. Le pareti sono sporche di sangue fino ad altezza d’uomo. Un gruppo di prigionieri è buttato nel cortile, dove due autocarri che procedono incessantemente avanti e indietro schiacciano e frantumano i malcapitati sotto le ruote. Altri sono portati sul ponte del Canale Cavour a Greggio, fatti salire sulla spalletta del ponte, mitragliati e fatti cadere nelle acque. Quelli che per le botte e le sevizie non si reggono in piedi devono essere sorretti dai commilitoni. Alcuni sono buttati direttamente nel Canale legati mani e piedi. Il Tenente Carlo Cecora, comandante del Plotone Esploratori del I “Pontida” viene prelevato dallo stadio di Novara, condotto in Valle Mosso, massacrato di botte e appeso a un gancio da macellaio. L’eccidio termina il 12 maggio, due settimane dopo la resa del Battaglione.

Le indagini di don Giovanni Folcini

Nonostante le informazioni pervenute alla famiglia sulla morte di Gaddo, restano nei mesi successivi alcune aree grigie e opache su quanto effettivamente avvenuto. Il clima politico di quei mesi non favorisce accertamenti precisi sulle modalità e sulle reali responsabilità dell’omicidio. I genitori intendono però saperne di più. Soprattutto la madre. Il suo desiderio di avere notizie su quanto accaduto al figlio è pari al dolore che prova per la sua perdita. Prepara lettere a diversi destinatari, soprattutto a Biella, con accorate richieste di informazioni. Una di queste lettere non è mai stata spedita ed è stata trovata dai familiari dopo la sua morte nel 1966. Il testo è commovente. Per il figlio Giovanni, questa lettera, datata 2 dicembre 1945, va anche “considerata come uno sfogo al suo dolore”, oltre che come un accorato “desiderio di avere notizie più particolari riguardo alle ultime ore del suo Gaddo”. All’inizio del 1946 la famiglia decide di inviare qualcuno a Biella per avere maggiori notizie su quanto accaduto a Gaddo. Ma il padre Daniele è ormai ultracinquantenne e deve comunque continuare a provvedere alla famiglia. Il fratello Rosario, quindicenne, è ancora in seminario. La sorella Daniela è suora e lontana da Crema. Le sorelle Dolores ed Eustella sono delle ragazzine. Tocca a Giovanni, sacerdote da poco più di un anno, svolgere le indagini, come lui stesso ci dice: “Verso la fine del mese di gennaio 1946, le insistenti pressioni della mamma mi avevano persuaso ad andare a Biella per raccogliere notizie e testimonianze su Gaddo, soprattutto sull’agguato e la sua morte”. Arriva quindi a Biella. E si rivela un abile investigatore.

Giovanni non ha ancora ventiquattro anni ma sa come muoversi e far parlare la gente. Intervista le persone che conoscevano Gaddo. La signora che gestiva le divise e la biancheria della caserma è prodiga di notizie. Tramite un fotografo di origine milanese, Giovanni viene presentato a un dirigente dell’ospedale. Riesce a ottenere da questi tutta la documentazione che gli serve su Gaddo: cartelle cliniche, cure somministrate, decorso medico, circostanze del decesso. Va poi alla ricerca del soggetto che ha dato i primi soccorsi a Gaddo sul luogo dell’aggressione. Trova il direttore della società dei pullman sulla linea Biella-Ivrea. È lui il soccorritore. Quando Giovanni si presenta come fratello di Gaddo, quello scoppia a piangere dall’emozione. Incontrava tutti i giorni Gaddo al posto di blocco, perché faceva il controllo abituale dei passeggeri. Era sempre gentile e discreto. Alla fine erano diventati amici. È questo direttore dei pullman che fornisce a Giovanni tutti i dettagli precisi sui fatti avvenuti. Aggiunge che dopo quegli avvenimenti, siccome lui era vicino ad alcuni capi partigiani, anche per ragioni di servizio e in vista dell’esito finale della guerra, era stato denunciato dai comandi partigiani come un traditore della causa per aver cercato di soccorrere un ufficiale come Gaddo. Aveva dovuto subire un processo farsa di tre ore e si era persino parlato di fucilazione a suo carico.

Le investigazioni proseguono. Giovanni trova una ragazza del posto che ha assistito alla scena dell’omicidio. Ne è rimasta piuttosto sconvolta ma ricorda bene i fatti. Stava andando a comprare il latte per casa sua e passava spesso di lì. La sua versione coincide con quella del direttore dei pullman. Poi Giovanni cerca di raccogliere le notizie comparse sulla stampa locale riguardo all’uccisione di Gaddo, come ad esempio quelle pubblicate su “Il Lavoro Biellese”, di cui si è detto in precedenza. Quindi entra in contatto con qualcuno che lo informa su due persone che potrebbero essere importanti per le sue indagini. Non sappiamo se riesce a incontrarle. Probabilmente sono già riparate all’estero, per sottrarsi alle vendette partigiane. Entrambe queste persone scriveranno però lettere di sicuro interesse ai familiari nel corso del 1946. La prima persona è Annamaria Cesano. Per determinati motivi, Gaddo si confidava spesso con lei. Annamaria scriverà alla madre di Gaddo una lettera molto significativa, datata 28 gennaio 1946. Ripara in Francia, come il timbro sulla busta lascerebbe supporre, per evitare ritorsioni partigiane.

La seconda persona è Silvia Zappi, milanese di origine, docente delle scuole superiori di Biella. Ha una certa età e si è dedicata ad assistere i militi ricoverati in ospedale per malattia o per le ferite riportate. Per tutte le trenta ore abbondanti in cui Gaddo è rimasto senza conoscenza in ospedale, Silvia gli è rimasta vicina, senza mai lasciarlo solo. È una delle tipiche donne fasciste impegnate nel volontariato e votate alla missione di dare assistenza e sostegno ai giovani sotto le armi, una sorta di tutrice del Battaglione. Una figura piuttosto diffusa in epoca littoria. Scriverà a Giovanni una lettera ricca di informazioni e di dettagli importanti, datata 27 luglio 1946. Dopo essere stata ricercata dai partigiani per essere fucilata, ripara anche lei in Francia, presso persone amiche. Giovanni riesce ad avere il suo indirizzo francese dal fratello, un artigiano litografo di Milano, che dalla finestra di casa sua aveva assistito il 29 aprile 1945 all’esecuzione sommaria, da parte dei partigiani, in piazzale Susa, di don Tullio Calcagno, il direttore di “Crociata Italica”, e di Carlo Borsani, cieco di guerra e medaglia d’oro al valor militare.

Giovanni trova una persona che lo porta a Occhieppo Inferiore, dove Gaddo è stato aggredito, e si fa fotografare nel luogo preciso dell’agguato. Alla fine torna a Crema, riferendo ai genitori quanto ha scoperto. Porta a casa i risultati delle sue interviste e una documentazione molto importante. Insieme ad altre informazioni e ad altri documenti da lui raccolti nei decenni successivi, tutto questo materiale gli sarà molto utile, nel 2007, per poter dare alle stampe una pubblicazione sulla figura di Gaddo. Di questo volume si dirà poco oltre in questo articolo. Nel 1954 Giovanni fa una generosa offerta per l’apposizione di una Lapide Votiva in memoria del fratello Gaddo nel Tempio Nazionale del Perpetuo Suffragio ai Caduti di Guerra, che si trova a Roma in piazza Salerno. Il 25 settembre 1954 viene quindi riconosciuta a Giovanni la nomina di “Benefattore e Fondatore” di questa istituzione, con un diploma in cui appare la motivazione: “Per aver onorato la memoria del Caduto Folcini Gaddo”. 

I fratelli e le sorelle

La famiglia Folcini è una realtà nella quale le singole individualità, pur di rilievo, riescono ad esprimere un plesso umano molto unito e coeso, in forza di un affetto reciproco e di un sentimento comune in termini di progenie, appartenenza civile e religiosa, impegno etico. Tutta la breve vita di Gaddo si inscrive in questo perimetro di affetti e valori condivisi, anche quando per lunghi periodi manca da casa. Nella famiglia Folcini esistono ruoli precisi, rispetto, dignità, una onestà spontanea e un senso del dovere naturale. I genitori crescono sei figli molto diversi tra loro eppure estremamente uniti in questa condizione familiare così permeata di affetti profondi e autentici. La tragica fine di Gaddo va a colpire la famiglia in modo molto doloroso. Eppure i suoi familiari trovano, anche in questo grave lutto, una forza morale che non soltanto non presenta cedimenti ma che anzi si fa ancora più salda.

Daniela (o Maria Daniela) Folcini, nata il 31 agosto 1920, ha scelto la vita religiosa quando era ancora molto giovane. È entrata tra le Ancelle della Carità ed è stata quasi subito destinata a luoghi diversi da Crema. Viene trasferita in varie sedi, nelle quali si fa apprezzare per la forte spiritualità e la grande umanità. Daniela offre all’Istituto Missioni Africane di Verona, come è attestato da un riconoscimento del 24 ottobre 1954, una cospicua offerta per il battesimo di un bambino africano con il nome di Gaddo. Era allora una prassi che consentiva, con un donativo, di dare un nome prescelto a un “moretto”, come venivano definiti quei neonati in termini missionari. Daniela muore il 24 ottobre 1965, a soli quarantacinque anni. Viene tumulata nel cimitero maggiore di Crema. La targa apposta sulla sua lapide dice: “Entrata giovanissima in Religione ne visse intensamente lo Spirito con fede evangelica, in pienezza di dedizione a Dio, alle Comunità, alle Allieve di Seregno, Mantova e Brescia, sempre con autentica gioia”.

 

Giovanni Folcini, nato il 28 aprile 1922, viene ordinato sacerdote, come si è detto, il 29 ottobre 1944. Nell’Archivio Storico Diocesano di Crema, nella sezione della Curia Vescovile, serie Sacerdoti Diocesani, c’è la sua cartella personale, la 378, da cui si possono rilevare gli incarichi dopo l’ordinazione. Dal 1944 al 1946 è Vicario Parroco a Ombriano. Dal 1946 al 1953 è Vicario Parroco a Pianengo. Dal 1953 al 1963 è Vicario Parroco a San Benedetto. Intanto è anche Cappellano O.N.A.R.M.O. (Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) dal 1950 al 1954. Dal 1963 al 1969 è Parroco a San Michele. Dal 1969 al 1972 è Parroco a Scannabue. Dal 1972 al 1998 è Parroco a Trescore Cremasco. Dal 1998 in poi è Cappellano a Madignano. Tra i suoi vari scritti, basti qui citare “Alla ‘Naia’ di San Pietro”, del 2006. È in questo libretto che si trova la poesia in vernacolo di Michele Bandirali, uno degli amici di Gaddo, dell’ottobre 1934 (da “Ricordi”), in cui si citano i “sciai da Santa Ciara” (la poesia è a p. 75). Nel 2007 Giovanni pubblica il libro che da tempo sta meditando di dare alle stampe. È il volume sulla vita di suo fratello Gaddo, per il quale ha a disposizione una notevole documentazione. In parte si tratta dei documenti raccolti a Biella nel 1946. E poi si tratta di testi, fotografie, notizie e testimonianze disponibili in famiglia, che Giovanni riunisce, riordina, compone in una biografia munita di un corredo iconografico di notevole interesse. Esce così, a stampa della Tipografia Trezzi di Crema, il volume “S.T. Folcini Gaddo – 1° Btg. ‘M’ Pontida - Biella – ‘Il Malvagio Sorridente’ ”. È su quest’opera che il presente articolo si è basato in misura principale, con le debite integrazioni. Giovanni muore il 2 gennaio 2013, a novanta anni di età. Viene tumulato nel cimitero maggiore di Crema. La targa apposta sulla sua lapide dice: “Ringraziate tutti con me il Signore e pregate perché sia degno del Paradiso”.

Sono parecchie le pubblicazioni su Rosario Folcini, riguardanti sia il suo profilo biografico, sia la sua produzione artistica. Per non fare torto a nessuno dei numerosi autori che si sono occupati di lui, si rimanda in questa sede all’ampia bibliografia esistente in proposito, facilmente reperibile in rete oppure presso la Biblioteca di Crema. Si è già fatto breve cenno ai suoi trascorsi sportivi, come calciatore e come corridore ciclista. Rosario Folcini, nato il 6 agosto 1929, era destinato a diventare sacerdote come il fratello Giovanni. Però, a diciotto anni, lascia il seminario, rinuncia all’ordinazione e sceglie di vivere da laico. Si sposa e dalla moglie Elena ha quattro figli: Gaddo, Giovanna, Eva e Daniela. È un pittore senz’altro molto importante per la nostra città, che ha lasciato il segno della sua opera non solo nel territorio cremasco ma anche in altre località. Nel 1948 entra nell’Accademia Carrara di Bergamo, alla scuola di Achille Funi e di Trento Longaretti. Nel 1952 si diploma al liceo artistico di Brera e inizia una carriera artistica ricca di soddisfazioni e di riconoscimenti. Espone in Italia e all’estero in importanti mostre personali e collettive. Inoltre sono molte le chiese in cui i suoi soggetti religiosi trovano collocazione e riscuotono apprezzamento. A titolo meramente esemplificativo, la Penitenzieria del Duomo di Crema ha suoi affreschi, realizzati nel 1962. Le tempere che ornano il soffitto della sacrestia di Santa Maria della Croce, eseguite per volere del parroco don Zeno Bettoni, sono del 1995/1996. E si potrebbe continuare al lungo, perché sono numerosi gli edifici religiosi, sia quelli più importanti, sia quelli minori, come certe piccole santelle, in cui ha operato. Rosario Folcini muore il 6 marzo 2020, a novant’anni di età. Viene inumato nel cimitero maggiore di Crema.

Dolores Folcini, nata il 27 maggio del 1933, è stata la maestra elementare di varie generazioni di scolari cremaschi. Ha esercitato questo compito educativo in modo esemplare, con competenza, impegno e passione. A distanza di lustri e decenni, il suo ricordo positivo ha continuato ad accompagnare nel tempo molti adulti che, grazie alle sue doti di insegnante, avevano imparato con profitto le prime nozioni sui banchi di scuola. Forse non tutti ricordano che, nel 1956, Dolores Folcini ha partecipato, nel ruolo della protagonista femminile, a un cortometraggio intitolato “Quando scende la sera” (scene di Fayer e Bonfanti, con il supporto del maestro Peletti, regia di Fortunato Marazzi). Il filmato era tratto dal racconto di Dino Buzzati “Una lettera d’amore”, contenuto nella raccolta “Le notti difficili”. Dolores sposa Franco Savi (nato il 5 aprile 1935 e deceduto il 18 settembre 2025) e dal matrimonio nascono i figli Elena e Gaddo. Muore il 15 luglio 2023, a novant’anni. Viene tumulata nel cimitero maggiore di Crema. Sulla lapide comune con il marito, la fotografia che li mostra insieme è accompagnata dalla scritta “Amore Eterno”.

Eustella Folcini, nata il 5 luglio 1934, è nota per le sue attività di volontariato a favore dei più deboli e bisognosi. Organizza iniziative di assistenza e di solidarietà che la rendono un punto di riferimento importante per chi è alla ricerca di aiuto materiale e spirituale. Un anno dopo la sua scomparsa, viene fondato a Ombriano il “Gruppo Eustella”, che eroga annualmente il “Premio Eustella”, assegnato a soggetti che si sono distinti per il loro impegno nel volontariato e nel sociale. L’ultima assegnazione del premio è stata effettuata nel 2019, quando il gruppo si è sciolto. Si vedano le pubblicazioni “Luce di Stella” del 1999 e “L’eredità di Stella” del 2007, entrambe a stampa della Tipografia Trezzi di Crema. Eustella muore il 26 agosto 1992, a soli cinquantotto anni. Viene tumulata nel cimitero maggiore di Crema. La targa apposta sulla sua lapide dice: “Ha vissuto per servire solo per amore accettando serenamente con dignità nella sofferenza la volontà di Dio”.

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Pietro Martini


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