28 maggio 2026

160 anni fa la battaglia di Bezzecca, con Garibaldi i volontari cremonesi. La storia di Luigi Musini

Nell’estate di quest’anno (che sta per iniziare e che, per temperature, già si fa sentire), ricorre il 160esimo anniversario della Battaglia di Bezzecca.  Battaglia  vinta il 21 luglio 1866 (160 anni fa appunto) da Giuseppe Garibaldi con i suoi italici volontari contro le agguerritissime truppe austro-ungariche del generale Franz Kuhn von Kuhnenfeld, Era la Terza guerra di indipendenza e vide Garibaldi, con il  Corpo volontari italiani (del quale facevano parte parecchi cremonesi) nelle vallate meridionali delle Alpi, tra il lago di Idro e il lago di Garda, con l’obiettivo, concordato con lo Stato Maggiore di Vittorio Emanuele II, di controllare le vie di penetrazione degli austriaci da nord, dal passo dello Stelvio e dal Brennero. La battaglia principale fu proprio quella di Bezzecca, combattuta il 21 luglio, che era stata preceduta da una serie di scontri minori tra la val di Caffaro e la val di Ledro: la battaglia di Ponte Caffaro (25 giugno), la battaglia di Monte Suello (3 luglio) e quella di Pieve di Ledro (18 luglio). In tutti gli scontri i garibaldini erano usciti vittoriosi, ma si era trattato di combattimenti aspri e difficili, per la morfologia del terreno che favoriva manovre rapide, attacchi, ripiegamenti e contrattacchi sia dei volontari sia delle truppe austriache, costituite soprattutto da tirolesi, che ben conoscevano il territorio ed erano guidati da abili comandanti. Le perdite dei volontari infatti erano state elevate, oltre 100 caduti (tra cui alcuni ufficiali), circa 500 feriti o dispersi e oltre 1000 prigionieri; Garibaldi stesso rimase ferito a Monte Suello e dovette spostarsi con una carrozza che lo rendeva però facilmente individuabile dal nemico ed esposto ad attacchi mirati. Nei diversi scontri si avvalse della lealtà e del coraggio dei suoi più fidati ufficiali, Enrico Cairoli, il figlio Menotti Garibaldi e il colonnello Chiassi (caduto a Bezzecca). Non erano però al suo fianco gli ufficiali più esperti: Bixio, Sirtori, Cosenz e Medici, infatti, dopo la Spedizione dei Mille erano passati nell’esercito regolare. Anche la battaglia di Bezzecca si articolò in combattimenti nel paese, nelle vallette e sulle alture circostanti, tra attacchi e contrattacchi. Nel momento più critico fu risolta con un efficace cannoneggiamento dall’alto di un’altura seguito immediatamente da attacchi alla baionetta. La battaglia ebbe l’effetto di bloccare le comunicazioni tra l’Austria e il Veneto, ma fu inutile a risollevare le sorti italiane, dato che la guerra, dopo la vittoria prussiana di Sadowa, era sostanzialmente finita.

Garibaldi avrebbe probabilmente ripreso il suo obiettivo iniziale che era quello di spingersi fino a liberare Trento, ma fu fermato dagli ordini di Vittorio Emanuele cui rispose con il celebre telegramma: «Obbedisco».I volontari cremonesi, va ricordato, hanno avuto un ruolo di primo piano nella battaglia di Bezzecca  e nell'intera campagna del Trentino guidata da Giuseppe Garibaldi durante la Terza Guerra d'Indipendenza. Il Quarto  Reggimento Volontari Italiani, una delle formazioni decisive nello scontro, fu guidato dal Tenente Colonnello Giovanni Cadolini nato a Cremona nel 1830 e morto nel 1917. Cadolini, originario appunto di Cremona, fu tra i più importanti ufficiali del Corpo Volontari Italiani e diresse brillantemente le operazioni. Senza dimenticare Carlo Carulli, giovanissimo volontario (era appena diciottenne), che fu un’icona del coraggio cremonese:Rimasto ferito ad una gamba, si sedette a terra incurante del fuoco nemico per medicarsi, prima di essere colpito mortalmente alla fronte. E poi, ancora, Carlo Santini, 24enne  appartenente ad un ramo collaterale della famiglia di Pio Santini, che combatté valorosamente nel 1° Battaglione Bersaglieri. Nelle file dei garibaldini si distinsero numerosi altri cremonesi, diversi dei quali si spinsero fino a Roma l’anno successivo (1867) in imprese come quella di Villa Glori, dove perirono diversi patrioti del territorio.  Al rientro in città, i tanti garibaldini cremonesi furono accolti calorosamente dalla popolazione come veri e propri eroi.

Ma c’è anche un’altra figura, non direttamente cremonese,. Presente alla Battaglia di Bezzecca, ma protagonista dei celebri scioperi agrari di Pieve d’Olmi che ebbero le loro prime avvisaglie nel 1881, 145 anni fa. Si tratta di Luigi Musini, insigne patriota, garibaldino, medico e uomo politico parmense la cui storia apre la pagina di un altro importante e significativo capitolo legato alle nostre campagne bagnate dal Grande fiume: quello relativo appunto agli scioperi agricoli di Pieve d’Olmi iniziati nel 1881 ed entrati  nel vivo nel 1882. Luigi Musini, al quale è dedicato il Museo civico del Risorgimento di Fidenza, nacque a Samboseto di Busseto il 24 febbraio 1843 e morì a Parma il 20 febbraio 1903 ed è considerato una delle più eminenti figure parmensi del Risorgimento. Come scrive anche il Molossi, la sua vita fu tutta un susseguirsi di battaglie, sia militari che politiche, umanitarie e sociali. Fin da giovanissimo fece emergere la sua grande generosità di spirito, la nobiltà dei sentimenti e il profondo amore per la patria e per gli ideali di libertà. Ad appena 16 anni fuggì di casa per andarsi ad arruolare, come volontario nell’esercito piemontese e l’anno seguente si offrì di far parte della celeberrima spedizione dei Mille, ma ne fu esonerato a causa della giovane età. Nel 1866 riuscì a realizzare l’ispirazione di indossare la camicia rossa e, da garibaldino, prese parte proprio alla campagna contro l’Austria, culminata nella famosa battaglia di Bezzecca. Un anno dopo si battè, accanto ai fratelli Giovanni ed Enrico Cairoli, a Villa Glori ed a Mentana. Nel frattempo, tra una battaglia e l’altra, riuscì a frequentare la facoltà di medicina all’Università di Bologna dedicandosi anche al giornalismo, entrando nella redazione de “Il Popolo”, al quale all’epoca collaboravano Carducci e Saffi. Nel 1869 si laureò e nel 1870, accogliendo l’appello di Garibaldi, corse in difesa della Francia. Iscritto, come medico, alla Legione Tanara, dopo il combattimento di Paques venne promosso capitano sul campo e quindi maggiore medico a capo della III Brigata al comando di Menotti Garibaldi. Nel corso delle tre gloriose Giornate di Digione, nel gennaio 1871, si trovò più volte in pericolo di vita e Giuseppe Garibaldi lo definì “un medico che si batte” mentre il Governo transalpino, per le benemerenze acquisite, a guerra finita lo decorò della Legion d’Onore. Chiusa con onore la parentesi sui campi di battaglia, Musini tornò a Fidenza accanto al padre, stimato medico e, divenuto caldo agitatore del partito democratico istituì, sempre a Fidenza, la Società democratica fondando e dirigendo “Il Fidentino”, vivace e polemico giornale di chiaro indirizzo mazziniano. Esercitò poi la professione medica per qualche anno in America meridionale e, una volta tornato in patria, fu medico condotto a Zibello ed è qui che mutò la sua fede mazziniana. In modo pressoché inconsapevole, il contatto quotidiano con tante persone povere lo portò verso il socialismo desideroso di contribuire fattivamente alla redenzione sociale della classe contadina ed operaia. A lui sono attribuiti i discorsi tenuti ai lavoratori dei campi da cui scaturirono gli scioperi agricoli partiti da Pieve d’Olmi tra il 1881 ed il 1882. In particolare, nel volume dedicato alle “Stagioni del nostro lavoro” di Coldiretti Cremona in cui si parla ampiamente della questione agraria di fine Ottocento, si fa cenno ad un discorso pronunciato dal Musini, a Pieve d’Olmi, il 14 maggio 1882 su invito della locale Società Operaia. Musini disse che oltre vent’anni prima di stava meglio e questo fece di fatto esplodere la prima insurrezione agraria dei salariati in Italia, partita proprio dalle rive del fiume, dalla campagna cremonese. Musini, già consigliere di Borgo San Donnino (l’odierna Fidenza) dimostrò un particolare interesse per le misere condizioni delle categorie più umili del mondo del lavoro, denunciando la scarsezza dei salari, la carenza di abitazioni e le malattie, sociali e non, come l’alcoolismo e la pellagra, che nella povertà e nell’ignoranza trovavano alimento e diffusione. Proseguì anche la sua attività giornalistica e, dopo la chiusura del Fidentino, iniziò a collaborare ad altri periodici democratici della provincia, come il già ricordato Il Presente, Il Dovere, Il Lavoratore di Parma e, soprattutto nel biennio 1880-1881, alla Lega della democrazia di A.Mario. A questa attività pubblicista e alla sua professione, per cui godette di vasta popolarità nelle campagne del Parmense, il Musini affiancò quella di organizzatore e di propagandista socialista, promuovendo la costituzione di numerose società operaie e legandosi intimamente ad Andrea Costa in un rapporto di adesione politica e di devozione personale. Nel 1884 fu eletto deputato ed entrò in parlamento a rappresentare, con Andrea Costa, il nuovo partito prendendo posto, naturalmente, all’estrema sinistra nel gruppo dei parlamentari più avanzati di idee, spesso richiamato all’ordine dal presidente per la forma ed il contenuto dei suoi discorsi. Fu volontario della carità a Napoli e a Palermo durante le epidemie di colera che sconvolsero il mezzogiorno negli anni 1884/85 per poi riprendere l’attività politica e nel maggio 1889 vinse nel Collegio di Imola l’ex sindaco do Bologna Gaetano Tacconi, riuscendo così a sostituire alla Camera il Mirri che aveva cessato di farne parte per promozione militare. Tuttavia, un anno dopo, in segno di protesta per l’arresto del Costa, lasciò l’incarico parlamentare ritirandosi a Fidenza dove, con la sua consueta energia combattiva, partecipò alla vita amministrativa locale. Successivamente, stanco e probabilmente deluso dai nuovi orientamenti del suo partito, abbandonò del tutto la vita pubblica e si ritirò a Parma dove morì il 20 febbraio 1903. A Fidenza è tra l’altro ricordato con un busto marmoreo, opera dello scultore Aristide Bassi di Cremona inaugurato, all’interno del municipio il 25 ottobre 1908. Una figura, quella di Luigi Musini, che merita certamente di essere valorizzata e conosciuta,  anche per ricordare  gli scioperi agricoli che ebbero, a Pieve d’Olmi, dal 1881/82 il loro inizio per poi diffondersi nel mantovano e nel bresciano, nelle zone dove nelle grandi aziende era diffuso l’impiego massiccio di salariati sfruttati. Ottennero poco, va detto, quei poveri contadini, dalla prima ondata di scioperi. Si dovette aspettare la rivoluzione agricola tra ‘800 e ‘900, con la crisi generale del settore, lo sviluppo delle città, la nascita delle prime organizzazione sindacali a difesa delle categorie salariali, per arrivare, 20 anni dopo, a nuove lotte contadine di inizio ‘900. In questa fase si distinse il ruolo della chiesa, all’interno di queste comunità contadine isolate, che da tempo si occupava del disagio nel mondo rurale, preoccupata del ruolo che stava assumendo il neonato socialismo italiano, dando vita a iniziative solidali per prevenire i tumulti di classe. Da qui si svilupparono anche le associazioni sindacali, le leghe di resistenza tra braccianti e subordinati, che continuarono, all’interno dei primi decenni del ‘900, a organizzarsi in una serie di tiepidi scioperi.

Eremita del Po

 

 

Paolo Panni


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