Uno contro tanti, la storia di Gaddo Folcini (prima parte)
Aprile 1945
L’attacco alleato finale alla Linea Gotica sta provocando lo sfondamento definitivo delle difese italo-tedesche. Gli anglo-americani cominciano a dilagare su più direttrici verso la pianura. Intanto, sulle colline a ridosso delle Alpi biellesi, gli scontri tra le forze partigiane e quelle repubblicane sono diventati sempre più frequenti e violenti. Un paio di settimane prima della Liberazione, anche nel quadrante territoriale intorno alla città di Biella le formazioni partigiane intervengono in maniera molto diretta, scendendo dai rilievi e colpendo con azioni mirate i centri abitati. In diverse zone del Piemonte, i comandi e le milizie della Resistenza sono ormai all’attacco. Qui la guerra civile è evidente e senza quartiere, più che in altre realtà del nord Italia. Qui la tanto attesa “insurrezione” è già iniziata.
A volte i rapporti di forza sono impari tra le parti contrapposte. “Ora sono a un blocco, uno dei più pericolosi della città, ho con me dieci uomini”, scrive in quei giorni un combattente alla guida di un gruppo che in Biella, alla postazione di via Ivrea, sta fronteggiando degli avversari preponderanti per numero. Il rapporto “è di uno contro 10”, scrive, “ma noi sappiamo far bene il nostro dovere”. A un certo punto, dal nemico gli viene inviato un messaggio con la richiesta di un incontro. Una ragazza lo contatta e lo informa di questa possibilità. Ci sarebbero dei reparti avversari che vogliono arrendersi e consegnarsi, per tornare in famiglia dopo aver deposto le armi. Lui sa che può essere una trappola. Però sa anche che la sua posizione è critica e che i suoi uomini stanno rischiando di essere sopraffatti dal nemico. Una trattativa negoziata potrebbe evitare un eccidio reciproco, visto che lui e i suoi sono pronti a combattere ad oltranza. La proposta è che le parti si presentino al colloquio disarmate. La decisione è di accettare. Da alcune fonti risulta che questa iniziativa sia stata intrapresa da lui in piena autonomia. Altre riportano che si sia trattato di un incarico datogli dai superiori. In ogni caso, lui va all’incontro. Per non mettere in pericolo alcun compagno, decide di andare da solo all’appuntamento.
Il luogo concordato è a Occhieppo Inferiore, vicino a Biella. Il 10 aprile, verso sera, lascia i suoi compagni e si avvia disarmato verso il posto stabilito. Lui ha solo vent’anni, è ancora minorenne. Si avvicina con coraggio al gruppetto che vede in quella via. Lo stanno aspettando. Pensa ai suoi uomini: se la trattativa andrà in porto, potranno ripiegare senza perdite, informando i comandi dell’operazione avvenuta. A pochi metri, un pullman è in sosta e sta per ripartire in direzione di Ivrea. Gli altri che lo attendono, gli interlocutori della trattativa proposta, non hanno però la bandiera bianca, come si era convenuto. E ad un tratto impugnano le armi. Quando capisce che si tratta di un’imboscata, è troppo tardi. Intanto dal pullman scende un soggetto, pure lui armato. Lo aggrediscono tutti insieme. Cercano di sopraffarlo fisicamente, per portarlo via sotto la minaccia delle armi e poi farlo fuori a mitragliate lontano da lì, in un luogo sottratto alla vista di chi a quell’ora passa per strada. Lui però reagisce a suon di pugni. È stato un campione di pugilato e prima di arruolarsi vinceva quasi sempre gli incontri per knock-out. Prima che gli altri, vista la sua reazione, decidano di rinunciare a portarlo via, ammazzandolo invece subito sul posto, riesce a stenderne tre a pugni. Allora quello sceso dal pullman, probabilmente il capo, con una sventagliata di mitra lo abbatte. Resta sul selciato. Colpito al fianco destro e al braccio destro, è in una pozza di sangue. Ma potrebbe forse sopravvivere. Viene preso a calci in faccia mentre è a terra. Poi uno di loro gli spara un colpo di pistola alla nuca. Il proiettile gli esce dalla fronte. Dal pullman scende uno dei viaggiatori, che ha assistito all’aggressione. Mentre i colpevoli si danno alla fuga, soccorre la vittima e si accorge che è ancora in vita. Una ragazza, che passa di lì per andare a comprare il latte, vede la scena e resta inorridita. Testimonierà poi quanto è accaduto.
Il viaggiatore è il direttore della società dei pullman che prestano servizio sulla tratta Biella-Ivrea. Lascerà in proposito un resoconto scritto. Si fa portare un asciugamano e un catino d’acqua, cerca di prestare i primi soccorsi, poi ferma un motofurgone e incarica il conducente di portare il moribondo all’ospedale di Biella. Alle 19,30 circa avviene il ricovero. In ospedale il forte fisico del ragazzo lotta a lungo contro la morte. Lui riesce a mormorare solo una frase: “Uno contro tanti”. Nonostante un sollecito e disperato intervento chirurgico, muore dopo una lunga agonia alle due di notte del 13 aprile, in quell’ospedale. Il medico che ha cercato di salvarlo, il dott. Bertolani, nel referto indica la causa: “Ferita da arma da fuoco al cranio”. La vicenda sembra una di quelle in cui un coraggioso capo partigiano, in quei giorni che precedono la Liberazione, versa il suo sangue dopo aver subito un’aggressione a tradimento da parte di una “squadraccia fascista”. Non è così. La “squadraccia” è partigiana. E i suoi componenti resteranno sempre impuniti. La vittima è Gaddo Folcini, Sottotenente della IV Compagnia del I Battaglione d’Assalto “M” “Pontida” della Guardia Nazionale Repubblicana.
L’agguato gli era stato teso, molto probabilmente, su incarico dei comandi partigiani di quel settore, per vendicarsi di una sua azione in combattimento di poco tempo prima, a Camandona. Con pochi uomini, aveva fronteggiato una formazione partigiana soverchiante per numero di effettivi e munita di armi automatiche pesanti e notevoli mezzi bellici. Accerchiato, aveva inferto gravi perdite al nemico e, dopo ore di battaglia, aveva rotto l’accerchiamento, nonostante il munizionamento quasi esaurito. Aveva portato in salvo i suoi e si era caricato in spalla uno di loro gravemente ferito, salvandogli la vita. Per questo gesto e per il coraggio dimostrato in quegli scontri era stato proposto dai superiori per la medaglia d’argento al valor militare e per la promozione sul campo al grado di Tenente. Era in attesa di questi riconoscimenti, sui quali c’era ormai una quasi certezza.
Vae victis
La fine delle ostilità, la situazione dell’immediato dopoguerra e la normativa che ne è derivata hanno annullato la medaglia e la promozione. I nuovi governi non hanno infatti riconosciuto come validi i gradi e le ricompense al valore per i combattenti della Repubblica Sociale Italiana, le cui forze armate sono state considerate illegittime e comunque tali da non dover essere oggetto di benemerenze. Per questo motivo, Gaddo Folcini è ricordato in questo articolo con il grado di Sottotenente e non di Tenente. E senza medaglia d’argento. Va comunque tenuto presente che più di una fonte storiografica non si è allineata alla presa di posizione ufficiale. Ad esempio, l’Albo dei Caduti e Dispersi della R.S.I., a cura di Arturo Conti (Fondazione R.S.I., Bologna), riportava nell’edizione del 2003, a p. 284: “Folcini Gaddo, Tenente G.N.R. Bgt. ‘M’ ‘Pontida’ (promoz. s. campo)”. Nelle edizioni successive, a volte la descrizione è modificata in Sottotenente. Anche altri testi riguardanti la sua vicenda definiscono Gaddo come Tenente (o come “il Tenente buono”).
In ogni caso, in base alla circolare ministeriale 40039/27 del 28 maggio 1945, ogni attribuzione militare di Gaddo Folcini successiva all’8 settembre 1943 viene cancellata e annullata. Dall’Archivio di Stato di Cremona, dove è conservata buona parte della documentazione proveniente dall’ex Distretto Militare, è stato verificato, tempo addietro, l’estratto del foglio matricolare di Gaddo. Vi sono riportati i corsi, i gradi e le attribuzioni militari che lo riguardano. Ebbene, tutte le righe successive a quella che riporta la data dell’8 settembre 1943 sono state cancellate con un frego di penna. In calce viene citata, come motivazione di queste cancellazioni, la suddetta circolare.
Scrivere un articolo su un ufficiale della G.N.R. non attira certamente simpatie. Anche se questo ufficiale è tutt’altro che un “boia fascista” o un “fucilatore di partigiani”. Anzi, è peggio se si tratta di un “fascista buono”. Perché i fascisti cattivi si fa presto a metterli alla gogna editoriale. Ma quelli buoni, per certa editoria, sono una aporia storiografica, una manifestazione antinomica, una violazione del principio di identità e non contraddizione. Infatti, sono stati definiti come soggetti affetti da ingenuità, spavalderia, invasamento. In realtà, nei confronti di chiunque sia stato fascista, sotto sotto, senza che lo si dica, parafrasando e ricontestualizzando la nota frase del generale Philip Sheridan riferita ai nativi americani, il messaggio è chiaro: l’unico fascista buono è un fascista morto.
Sugli errori del fascismo non è difficile essere d’accordo. Il regime dittatoriale e liberticida; le leggi razziali; l’alleanza con il nazismo; l’impreparazione militare alla guerra e quindi la disfatta bellica: è facile oggi dissociarsene. Infatti, anche se il fascismo ha fatto cose positive (e le ha fatte, in vent’anni si fanno per forza pure quelle, ci mancherebbe altro), la metà di queste cose così negative basterebbe a chiudere il bilancio storico, globale e finale del fascismo in un sicuro e drastico passivo. E si potrebbero aggiungere a questo bilancio negativo altre voci gravemente in perdita, non solo in termini istituzionali ma anche economici: le malaccorte e velleitarie imprese “imperiali” in Etiopia e in Albania; lo spreco di risorse per l’Africa Orientale Italiana, con un colonialismo in ritardo storico, finanziariamente senza ritorno d’investimento e diplomaticamente maldestro (facendo arrabbiare tutti per ottenere un pugno di mosche); la mancata consapevolezza del grottesco pubblico e del ridicolo collettivo in molte manifestazioni ed esibizioni. Insomma, abbiamo buttato via un sacco di soldi senza risultato. Alla fine, metà Italia era occupata dai tedeschi, l’altra metà dagli anglo-americani. Mentre Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi si rivoltavano nella tomba, Sciaboletta scappava a Brindisi con l’argenteria di famiglia. Non proprio un successone. Non proprio una bella figura.
Quindi, nessuna apologia del fascismo, anzi. E men che meno della monarchia, tolti appunto Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. È però cosa ben diversa dal giudizio storico sul fascismo il misconoscere l’esistenza di un insieme di situazioni e dinamiche collettive nelle quali, per oltre un ventennio, un’intera generazione di italiani, a parte poche eccezioni, si è riconosciuta, nelle quali ha creduto e per le quali ha combattuto in buona fede, con spirito di sacrificio e amor di Patria. Il revisionismo sulle epoche storiche è a volte censurabile. Molto dipende dal valore storiografico delle parti in causa. Però la rappresentazione dei nemici sconfitti, come individui o come corpi militari, in qualsiasi caso, sempre e comunque, come soggetti criminali e scellerati oppure come sprovveduti oligofrenici, psicolabili o neuropatici non appartiene alla storiografia ma alla propaganda politica. Una cosa è il giudizio sul fascismo in generale. Altra cosa è il vae victis storiografico. Certo, la Storia la scrivono soprattutto i vincitori. E nelle vicende storiche c’è spesso qualche Brenno che getta la sua spada sulla bilancia. Ma è altrettanto possibile che poi arrivi un Camillo a buttare la sua spada sull’altro piatto.
Dopo gli articoli sui nostri veri partigiani combattenti, caduti con le armi in pugno e in circostanze eroiche, come Mario Cereda e Carlo Guaiarini, morti in scontri a fuoco in campo aperto e a viso scoperto; dopo gli articoli sui partigiani che eroicamente hanno salvato innumerevoli vite, curato innumerevoli feriti e rischiato la pelle ogni giorno come medici chirurghi, in improvvisati ospedali da campo e su ambulanze di fortuna, come Carlo Rossignoli; dopo aver ricordato partigiani combattenti coraggiosi e risoluti, come Pietro Brignoli e Attilio Maffezzoni (che era diventato partigiano prima di tanti altri); dopo di loro ecco un articolo su Gaddo Folcini, anche se combatteva sul fronte opposto. Era uno che ci credeva. Come moltissimi ragazzi suoi coetanei. E, così come parecchi di questi giovani, non era né uno sconsiderato avvinto dal rischio, né un invasato.
La famiglia
Gaddo Folcini nasce a Pandino il 26 novembre 1924. I genitori si sono trasferiti a Pandino ma provengono dalle zone di Soncino e Romanengo. Il padre è Daniele Folcini, nato il 19 maggio 1892, sottufficiale nella prima guerra mondiale, Croce di guerra, più volte decorato per meriti militari, Cavaliere di Vittorio Veneto. Sin da giovane è un “pioniere del volante”, come riportano alcune fonti locali, con la passione per auto e motori. Sono anni nei quali, anche in Italia, saper pilotare con destrezza le prime automobili e utilizzarle su strada con la dovuta competenza tecnica è qualcosa di veramente pionieristico. Nel tempo, dovendo far fronte alle incombenze di una famiglia sempre più numerosa, decide di trovare impiego come guidatore di mezzi pubblici. Svolge per diversi anni attività di autista per le Auto Guidovie Italiane. Verso la fine della seconda guerra mondiale lascia questo incarico e viene assunto come sorvegliante notturno presso la Angelo Arrigoni Caseifici e Cremerie, allora attiva a Crema. Si iscrive al Partito Nazionale Fascista solo nel 1925, dopo le decisive elezioni del 1924, quando la legislazione del regime, con le cosiddette “leggi fascistissime” del 1925/1926, inizia a implicare, per un padre di famiglia come lui, la necessità della tessera fascista per poter condurre un’esistenza non afflitta da limitazioni lavorative e quindi economiche. Aderisce insomma al fascismo come quasi tutti gli italiani. E, come quasi tutti gli italiani, cerca di essere coerente con la scelta fatta. La fotografia sulla sua lapide al cimitero maggiore di Crema lo ritrae ormai anziano, in divisa e con il petto coperto di medaglie. La targa apposta sulla lapide dice: “Dio Famiglia Patria – Gli ideali che ha amato e servito con dedizione esemplare per tutta la vita”. Educa i figli nel senso del dovere, nel principio di responsabilità verso il prossimo e la società, nel sentimento dell’onore personale e civico. Gaddo cresce dunque avendo come figura maschile di riferimento un uomo rappresentativo dello spirito tradizionale che anima in quei decenni i ruoli guida all’interno delle realtà familiari e sociali italiane. Daniele Folcini muore il 12 gennaio 1986, all’età di quasi novantaquattro anni.
La madre di Gaddo è Eva Oldani, nata il 9 marzo 1894. È una donna che dedica la sua esistenza alla numerosa prole e alla quadratura del bilancio familiare, in tempi non facili e divenuti poi drammatici nel periodo bellico, oltre che nei primi anni del dopoguerra. È lei a dare una forte impronta religiosa alla famiglia, educando i propri figli in una fede praticata con trasporto e convinzione. Tanto che tre dei suoi sei figli scelgono la vita religiosa invece di quella civile. Uno di loro però, Rosario, lascia il seminario a diciott’anni, decidendo di mettere su famiglia invece di diventare sacerdote. Gaddo è legatissimo alla madre e il suo forte sentimento religioso lo accompagnerà sempre, anche durante il periodo del servizio militare e successivamente nel corso della sua militanza come ufficiale, fino alla sua tragica morte. È molto legato anche alla nonna materna, Stella, fin dai tempi in cui, ancora bambino, passava da lei lunghi periodi alla cascina Galantina. Eva Oldani muore il 9 settembre 1966, a settantadue anni. I suoi resti si trovano nell’ossario comune del cimitero maggiore di Crema.
A Pandino nascono i primi tre figli della coppia: Daniela, il 31 agosto 1920; Giovanni, il 28 aprile 1922; Gaddo, come si è detto, il 26 novembre 1924. Nel 1928 la famiglia si trasferisce a Crema, nella parrocchia di San Pietro, in un edificio adiacente all’ex convento di Santa Chiara. Quando il 1° dicembre 1944, durante uno dei numerosi bombardamenti alleati, i cacciabombardieri nemici colpiscono pesantemente anche la chiesa di Santa Chiara e il vicino oratorio, causando dieci morti e numerosi feriti, la casa dei Folcini viene gravemente danneggiata, avendo un suo lato perimetrale sulla parete in comune con l’ex convento. Le conseguenze sono tali da rendere la casa pressoché inabitabile. Daniele Folcini risulta tra i feriti. Il figlio Giovanni, allora dodicenne, ricorderà nel 1976, dopo trentadue anni da quel fatto, in una messa officiata proprio nella chiesa di Santa Chiara, “quel 1° dicembre 1944, che è stato scritto a caratteri di sangue dei morti e dei feriti dal bombardamento e che, per esserne superstite, ricorderò sempre come l’esperienza più tragica della mia vita”.
Nella documentazione dell’epoca, l’indirizzo familiare risulta essere via Cavour 40. Oggi a tale numero civico corrisponde l’edificio posto sull’angolo tra via Cavour e piazza Madeo. Tuttavia allora la numerazione doveva essere differente da quella attuale. Per di più, in quegli anni la via Cavour si spingeva fino alle mura venete. Infatti solo con delibera consiliare del 9 marzo 1959 le è stato tolto l’ultimo tratto, che ha preso il nome di via Santa Chiara. Ecco perché i Folcini risiedevano in via Cavour pur trovandosi attaccati all’ex convento di Santa Chiara. È qui che nascono gli altri tre figli: Rosario, il 6 agosto 1929; Dolores, il 27 maggio 1933; Eustella, il 5 luglio 1934. Con l’intensificarsi dei bombardamenti, la famiglia si trasferisce per alcuni mesi alla Melotta, poco sopra la Galantina (quindi già in Comune di Casaletto di Sopra), presso dei parenti. In precedenza, al suono della sirena con l’allarme per l’incursione aerea nemica, i Folcini fuggivano fuori città in bicicletta per evitare le bombe, spesso nella zona del Picco, allora in aperta campagna (non esisteva Crema Nuova). In una delle sue ultime lettere alla famiglia, datata 5 aprile, Gaddo chiede notizie della “nuova casetta di Ombriano”, in cui i Folcini si sono da poco trasferiti. Sulla documentazione militare riferita al suo decesso, Gaddo risulta però ancora residente in via Cavour 40. Solo dalla corrispondenza familiare di poco successiva alla guerra, l’indirizzo dei Folcini risulterà quello di Ombriano, in via Chiesa 10.
Infanzia e adolescenza
Dopo il trasferimento familiare a Crema, Gaddo frequenta la scuola materna presso il collegio delle suore Ancelle della Carità in via Bottesini. Compie poi il ciclo completo delle elementari nella scuola pubblica di Borgo San Pietro. Passa parte del tempo libero all’oratorio di Santa Chiara, che è dotato di un centro giovanile dove le funzioni ricreative si sviluppano anche in attività culturali e sportive. Diventa poi il centro San Luigi. Lì Gaddo frequenta alcuni amici che gli resteranno sempre molto legati. Tra loro, Francesco Benzi, Michele Bandirali, Andrea Donarini e altri, che formano con lui un gruppo molto affiatato. Sono una “banda” di ragazzini (“i sciai da Santa Ciara”) che in città convive, spesso in animosa competizione, con le altre “bande” dei vari quartieri urbani. Sono manifestazioni di socialità, oltre che di confronto territoriale, che hanno una valenza formativa importante per i loro “militanti”. Crema era ovviamente molto diversa rispetto a oggi, anche demograficamente. È da questo tessuto umano e da questo spirito di appartenenza che, almeno in parte, prendono forma i gruppi locali tipici di alcune zone cittadine (con seguiti in età molto più adulta), come ad esempio quelli della “Naia da San Piero” o dei “Barabèt da San Benedèt”.
Dopo le elementari, Gaddo si iscrive alla Regia Scuola di Avviamento Professionale di Crema e poi alla Regia Scuola Tecnica Industriale “Fortunato Marazzi”. Se dalla madre ha ereditato un fervente slancio religioso, dal padre ha preso una forte passione per i motori, la progettazione tecnica e le innovazioni della meccanica. Si dedica con interesse e passione agli studi, concludendo l’iter scolastico con il diploma professionale. In occasione di una riunione studentesca, è invitato a tenere una conversazione tecnica sugli aerei a reazione, un argomento che gli sta particolarmente a cuore. Infatti si propone di scrivere un libro su questo tema e ne redige la prefazione. Dopo il diploma, il direttore del “Marazzi”, Armando Cisbani, apprezzando le sue competenze tecniche e le sue capacità di coinvolgimento e di guida degli altri studenti (Gaddo è un leader naturale), gli affida subito l’incarico di insegnante delle materie Aggiustaggio e Officina per le prime tre classi di questo istituto. È un incarico ufficiale, con “tesserino per impiegati” e assicurazione sociale. Viene anche nominato Sottocapo Officina dei reparti tecnici di questa scuola. Per lui, come ha lasciato scritto, “il lavoro è il supremo educatore delle anime”. “Un popolo meno laborioso è anche meno civile. È il lavoro che educa le anime e tempra i caratteri”. Il lavoro “è ciò che un uomo deve fare per essere veramente uomo”. In questo periodo, Gaddo mette a punto, dopo vari studi ed esperimenti, il suo “Progetto di motore a reazione”, con le specifiche tecniche, i materiali e le modalità di applicazione. Dopo un anno di insegnamento e di impegno lavorativo, nell’agosto 1943 la guerra in corso tronca tutte queste sue attività. Arriva la chiamata alle armi. Non ha ancora diciannove anni. Da quel momento, per lui tutto cambia.
Negli anni precedenti alla chiamata di arruolamento, Gaddo si è cimentato anche nella musica e nella pittura. Suona bene il mandolino, con cui accompagna le sue doti canore. È frequente che nel salone dell’oratorio o in altre sedi si rappresentino commedie e si svolgano intrattenimenti musicali. Poche famiglie hanno la radio e le occasioni di pubblica socialità sono allora molto apprezzate da tutti. Lui sa come intrattenere il pubblico e la sua simpatia è contagiosa. È molto applaudito, soprattutto quando accompagna le performance musicali con improvvisazioni e trovate. “Vòrem Gaddo” (vogliamo Gaddo) è l’invocazione del pubblico quando gli spettatori non apprezzano altri numeri o esibizioni. La sua passione per la pittura è più nascosta e riservata, tanto che in pochi ne sono a conoscenza. Non ha maestri o mentori e quindi si arrangia come può, tra tele, colori e pennelli. Si tratta di esperimenti pittorici poco più che adolescenziali, da cogliere con la dovuta comprensione e benevolenza.
È comunque soprattutto nell’attività sportiva che Gaddo manifesta in questi anni giovanili la sua esuberanza e la sua determinazione. Non è l’unico in famiglia ad essere uno sportivo. I Folcini hanno, per propensione, una tempra sportiva. Il fratello Rosario, una volta uscito dal seminario, oltre che dedicarsi alla pittura, è un calciatore di un certo rilievo negli anni dell’immediato dopoguerra. Milita infatti nel Crema quando la squadra è in Serie B. Nel calcio sono i tempi di un campione cremasco come Renato Olmi. Rosario diventa poi un affermato ciclista, con risultati di tutto rispetto anche a livello nazionale. Nel ciclismo sono i tempi di un altro campione cremasco, Luciano Canavese. Gaddo si distingue subito, come studente, per prestanza, agilità e resistenza fisica. Su suggerimento del suo insegnante, il prof. Scalzi, comincia a praticare lo sport agonistico. Inizia con la corsa campestre e con quella ciclocampestre. Ottiene buoni piazzamenti locali e si appresta ad accedere alle selezioni superiori della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio). Ma poi si appassiona a un altro sport: il pugilato.
In breve tempo, si afferma come pugile a livello provinciale. Vince una serie di incontri, quasi tutti per K.O. dell’avversario. La stampa, non solo locale, rende spesso conto, con lodi e apprezzamenti, dei successi del pugile cremasco, che tra i diciassette e i diciotto anni arriva a competere con ottimi risultati anche a livello regionale. Diventa campione lombardo nella categoria “Novizi”. Al campionato nazionale, a Milano, viene però sconfitto: in un placcaggio, un avversario gli tira scorrettamente una ginocchiata al basso ventre. L’arbitro, invece di squalificare il responsabile, dichiara l’impossibilità per Gaddo di continuare. Non mancano le polemiche. Gaddo passa poi di categoria e continua a mietere successi. Diventa l’idolo dei suoi tifosi, che accorrono ad assistere ai suoi incontri. Disputa l’ultimo incontro il 20 giugno 1943, al campo sportivo di Crema. A metà della seconda ripresa vince nettamente per K.O., anzi per “fuori combattimento”, come si doveva dire fascisticamente in autarchia linguistica. Ma anche questa parte della sua esistenza deve terminare. Come si è detto, due mesi dopo, nell’agosto del 1943, arriva infatti la chiamata alle armi.
La partecipazione di Gaddo alla vita religiosa cremasca, nel frattempo, è sempre stata molto attiva e convinta. In famiglia la madre svolge un ruolo di orientamento spirituale fondamentale. La sorella Daniela, primogenita, è entrata giovanissima tra le Ancelle della Carità, è già stata trasferita altrove ma tiene comunque i contatti con la famiglia. I fratelli Giovanni e Rosario sono in seminario a Crema. Le sorelline Dolores ed Eustella (chiamata spesso Stella in famiglia) frequentano ancora le scuole elementari ma già seguono tutte le ritualità cattoliche compatibili con la loro età. Gaddo partecipa assiduamente alle cerimonie religiose della parrocchia e alle varie manifestazioni che a Crema e in altre località vengono organizzate dalle strutture giovanili diocesane. Dal 1938 segue gli esercizi spirituali e le gare di cultura religiosa che la G.I.A.C. (Gioventù Italiana di Azione Cattolica) tiene a Crema e a Redona (Bergamo). La sua tessera dell’Azione Cattolica del 1942 è sottoscritta dal responsabile diocesano Carlo Mariani e dal presidente dell’associazione Camillo Lucchi, che ha due anni più di lui e che allora gli è molto vicino. Gaddo pratica abitualmente i suoi doveri cristiani, come da lui elencati nelle pagine dei suoi “pensieri scritti”, redatti in occasione degli esercizi spirituali. Tra questi precetti: “mattina e sera le preghiere”, “confessione e comunione settimanale”, “meditazione ogni giorno”, “fare apostolato”, “essere umile”. E anche: “tenere sempre presente che devo morire”.
Il servizio militare
Gaddo parte per il servizio militare il 22 agosto del 1943. Mussolini è ancora prigioniero a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, e il governo Badoglio sta concludendo le trattative con le forze alleate per la resa dell’Italia. Gli italiani non lo sanno ancora. Purtroppo Berlino lo viene a sapere quasi subito. Le forze armate tedesche si organizzano di conseguenza. D’un tratto ci troviamo la macchina bellica tedesca come nemica in casa nostra. L’armistizio è firmato a Cassibile il 3 settembre e viene poi reso pubblico l’8 settembre, nell’impreparazione militare italiana più completa. Intanto, le forze alleate sono già sbarcate in Sicilia il 10 luglio e in Calabria il 3 settembre. Sbarcano poi a Taranto e nel golfo di Salerno il 9 settembre. Il 1° ottobre sono già a Napoli. Gaddo parte dunque domenica 22 agosto dalla stazione di Crema. Deve presentarsi al mattino di lunedì 23 negli uffici del Distretto Militare di Cremona. Viene accompagnato alla stazione dai suoi familiari e da numerosi parenti, amici e conoscenti. Una piccola folla lo saluta quando il treno parte. Ci sono anche molti suoi sostenitori sportivi, tifosi, ammiratori. Al Distretto lo inviano a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). A partire da questo momento, inizia da parte sua l’invio di frequenti lettere, cartoline e biglietti ai propri familiari. Si tratta di una corrispondenza di notevole interesse per la ricostruzione delle vicende personali di Gaddo e anche per le informazioni sui contesti in cui si trova a operare da lì in avanti. Dopo tre giorni di viaggio, arriva a destinazione. Viene arruolato nel 10° Reggimento del Genio, II Compagnia Marconisti, presso la caserma Mario Fiori di Santa Maria Capua Vetere. Invece di svolgere mansioni di semplice telegrafista, visto il suo titolo di studio, frequenta il corso di marconista e supera l’esame.
Prende la vita militare in modo molto serio. E, ovviamente, anche molto atletico. Scrive a casa: “Faccio molta istruzione; i miei compagni si stancano, mentre io alla sera ho ancora il buontempo di fare l’allenamento”. Gli allarmi antiaerei suonano spesso. Ormai i bombardamenti nemici sono sempre più frequenti. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, a volte suonano anche una decina di volte al giorno: “Si vedono stormi di quadrimotori sorvolare la nostra caserma e si sentono fischiare le bombe”. In mezzo alle esplosioni, lui intanto si esercita, si allena, tiene alto il morale dei commilitoni. Scrive lettere affettuose ai genitori, ai fratelli e alle sorelle. Continua a mandare saluti a questo o a quell’amico, a quel vicino di casa, a quel compagno di palestra o di oratorio, al parroco, al curato. Rassicura tutti, conforta i familiari, afferma di stare bene, raccomanda di non preoccuparsi. Dice: “Io mi arrangio da ogni parte e non mi è di peso niente”. Viene passato dalla II alla I Compagnia: da marconista supera infatti un altro corso, quello di radio-elettricista militare e montatore.
L’ultima lettera di Gaddo da Santa Maria Capua Vetere è datata 9 settembre. Non sa dell’armistizio perché i suoi superiori non ne hanno ancora dato comunicazione. L’Italia è nel caos. Anche i soldati di leva si trovano in estrema difficoltà. Poi c’è la smobilitazione, tutti tornano a casa, ognuno si arrangia come può per il viaggio di ritorno in famiglia. I tedeschi cominciano subito a rastrellare, arrestare e internare in campi appositi i militari italiani, spesso con esiti tragici. Gaddo si mette in viaggio per tornare a casa. Viene catturato dai tedeschi e rinchiuso nel campo di concentramento di Mantova. Riesce a evadere. Trova abiti civili e si mette in treno per Crema. Fortunosamente e con vari espedienti riesce a eludere i controlli e le perquisizioni alle varie stazioni, anche camuffandosi da dipendente delle ferrovie. Arriva in famiglia il 15 settembre. Il sollievo e la gioia di tutti sono notevoli. Ma per alcuni giorni resta ancora nascosto in attesa degli eventi. E si tratta di eventi piuttosto noti. Il 18 settembre Mussolini, liberato il 12 e trasferito a Monaco di Baviera, annuncia da lì la costituzione di un nuovo Stato fascista in Italia. Il 23 settembre si svolge a Roma il primo consiglio dei ministri della Repubblica Sociale Italiana. Viene poi organizzato l’Esercito Nazionale Repubblicano, su quattro Divisioni. Nel dicembre del 1943 viene formata la Guardia Nazionale Repubblicana. Dal luglio 1944 iniziano a operare le Brigate Nere (Corpo Ausiliario delle Squadre d’Azione delle Camicie Nere).
Nell’ottobre del 1943 regna ancora una certa confusione. I militari di leva sono richiamati dai vari Distretti Militari, posti ora sotto le gerarchie di comando della R.S.I., anche se la renitenza è notevole. Dalle nostre parti, si inizierà comunque a parlare di Resistenza e lotta partigiana solo a partire dalla primavera avanzata del 1944. Partigiani con almeno undici mesi approvati dalle competenti Commissioni Regionali, dati reali alla mano, da noi ce ne sono veramente pochissimi, tra i pochi effettivamente riconosciuti, che in tutto il territorio cremasco sono tra i 110 e i 130, Divisione Acqui esclusa. Quindi, una percentuale complessiva molto bassa sulla popolazione totale, soprattutto al confronto col cremonese, il soresinese, il castelleonese, la zona verso l’Oglio e il casalasco. A un certo punto, nell’ottobre del 1943, si forma a Crema un gruppo composto da alcuni giovani che decidono di tornare ad arruolarsi, proseguire il servizio militare e prendere le armi contro le forze alleate. Gaddo fa parte di questo gruppo. La sua è una scelta di campo molto chiara, precisa, convinta. Per lui la Patria non è dall’altra parte ma da questa. Nel giro di pochi mesi, aumenta il numero dei giovani arruolati nelle Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano oppure tra i volontari della Guardia Nazionale Repubblicana o tra i volontari del II Battaglione di Crema “Mario Brezzolari” che fa parte della XII Brigata Nera “Augusto Felisari” di Cremona.
Gaddo torna quindi sotto le armi e resta acquartierato a Cremona per alcune settimane, in attesa di diversa destinazione. Scrive a sua madre che sta bene e aggiunge: “L’unica cosa che mi dà noia e dispiacere è di dover aspettare ancora prima di andare al fronte. Ma tutto questo è giustificato dal fatto che ci vogliono preparare seriamente”. Il 3 novembre 1943 viene accolta la sua domanda di assegnazione alle forze giovanili della Guardia Nazionale Repubblicana. È destinato al centro addestramento di Como per i giovani volontari della G.N.R. provenienti dai centri di reclutamento del nord Italia. Tra novembre e dicembre, sono rare le licenze che gli consentono di tornare per poco tempo in famiglia. Dopo ulteriori settimane di attesa a Cremona, dal 4 gennaio 1944 Gaddo prende servizio a Como nel centro addestramento G.N.R. per la Guardia Giovanile Legionaria.
Termina qui la Prima Parte di questo articolo. La Seconda Parte sarà pubblicata a breve.
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