14 aprile 2024

Tra l'Oglio e il Po la barriera di Roma contro l'invasione dei barbari con torri, mura, cascine fortificate. I resti tra Cremona e Mantova

Una barriera solida, capace di resistere per decenni ai barbari tra Cremona e Mantova. Contro di essa si infransero per decenni Goti, Alamanni, Turingi, Eruli, e infine i Longobardi. Rappresentava una delle ultime resistenze romane a nord del Po. Una serie di torri, castelli, mura, cascine fortificate tra l'Oglio e l'antico Eridano di cui sono incredibilmente restate sino ad oggi diverse tracce. Nomi, fortilizi poi trasformati in campanili e palazzi, documenti, radicate tradizioni orali. E' il limes cremonese, il confine della bassa uscito dalle nebbie del tempo grazie alle ricerche e agli studi di archeologi e storici come Giuseppina Bacchi, Valerio Marotta, Michela Garatti, Gianluca Mete, Ardea Ebani e ancora ai padri dell'archeologia cremonese, Ugo Gualazzini e Don Antonio Parazzi.

Il sistema di difesa era simile a quello adottato già nella tarda antichità (III sec. d.c.) sul Reno e sul Danubio e 'importato' almeno dal (IV° d.c.) nella Valle Padana sfruttando la barriera naturale offerta dai fiumi Oglio, Mincio e soprattutto Po, oltre ad un ramo dell'Adda oggi scomparso. Controllarne i guadi e i punti di più facile attraversamento significava fermare o almeno frenare le incursioni a scopo di rapina e saccheggio che dal III° si fecero così frequenti anche in Italia. Gruppi di cavalieri prima limitati, poi sempre più numerosi scendevano dagli altipiani magiari per saccheggiare le ricche proprietà romane dapprima nel Friuli e nel Veneto, poi nelle attuali Lombardia, Piemonte ed Emilia e Romagna. 

Come ci informano le fonti romane, dopo la grande crisi del III° secolo dovuta a varie cause non ultima lo spopolamento seguito all'imperversare della peste per diversi decenni, l'Impero assomigliava a una enorme fortezza. L'opera di incastellamento iniziata da Diocleziano permetteva alle città di resistere all'interno delle proprie mura alle incursioni mentre una serie di fortilizi posti in località strategiche avevano il compito di deviare, proteggere guadi e passi, utilizzando la morfologia del territorio per scopi difensivi vista la difficoltà di intraprendere scontri in campo aperto con moltitudini sempre maggiori di nemici.

I fiumi e i canali artificiali resi navigabili che spesso correvano a fianco delle vie consolari come nel caso della Postumia tra Cremona e Bedriacum (Calvatone, Cavea Othonis), erano una barriera naturale a difesa delle incursioni che a più riprese si protrassero per oltre 600 anni. Difese che servivano a impedire il passaggio del Po che era attraversato da traghetti e natanti come ad Agoiolo dove secondo una ipotesi molto ben argomentata dal Gualazzini, ma ancora da provare con reperti e ritrovamenti, era ubicato il Porto Bresciano citato nel codice di Liutprando del 715 d.c., e soprattutto a Cremona. Inoltre erano presenti ponti di barche, uno sicuramente tra Viadana e Brescello e a Isola Dovarese mentre l'unico ponte in muratura poi distrutto doveva garantire il passaggio dell'Oglio tra Calvatone e il lungo rettilineo della Postumia ancora oggi percettibile nella cartografia, verso Verona.

Ecco allora la creazione, nella zona del Cremonese sino all'Oglio, di una serie di torri atte alla difesa di quello che sino ad epoca tardoantica era ancora la ricchezza di Roma, la coltivazione della terra e il commercio dei prodotti attraverso le vie d'acqua. Uno dei più grandi ambiti coltivati esistenti a nord del PO sottoposto non solo a tassazione diretta ma oggetto, almeno dal IV° secolo, di una nuova forma di occupazione del territorio spopolato, quella dei Laeti. In origine il fenomeno è registrato alla fine del III° secolo da un cronista gallo-romano sul versante romano di un altro grande fiume il Reno. I Laeti erano piccoli contingenti di popoli germanici e celti che vivevano al di là del fiume e che si arrendevano ai romani, cercandone protezione. Venivano posti su terreni demaniali senza divenirne i proprietari con l'obbligo di coltivarne la terra, difenderla da eventuali aggressioni, e in alcuni casi fornire reclute all'esercito. Non è ancora stato accertato se fossero armati o fossero inseriti nell'esercito romano come ausiliari.

Lo stesso sistema venne adottato anche sul Danubio, territorio direttamente legato a Cremona per tramite della via Postumia (Budapest-Trieste-Verona-Cremona) con i popoli seminomadi che vivevano nelle odierne Ucraina, Slovacchia, Ungheria e che i romani riunivano sotto la definizione di Sarmati. Ed è proprio un prefetto dei Sarmati che è citato in uno dei rarissimi documenti che parlano del cremonese durante gli anni del tardo impero. Un funzionario imperiale addetto al controllo dei laeti sarmati posti molto probabilmente a difesa dei guadi sul Po, come ci ricorda un toponimo di un paese posto tra Castel San Giovanni e Piacenza (Sarmato). Il sistema difensivo cremonese, che Gualazzini suppone risalisse al tardo impero, resse l'urto dell'invasione longobarda sino al 603 ben 30 anni dopo la caduta di tutte le città della pianura padana Pavia e Milano comprese. Un complesso difensivo basato sulla città, Cremona, il più grande dei porti ancora in mano all'Impero e molto probabilmente utilizzato come base di partenza delle incursioni dei greci durante la Guerra Gotica (VI° sec. d.c.) in diretto collegamento con i capisaldi di Brescello e Ravenna. 

Ci vengono in aiuto i toponimi risparmiati dal tempo, come Sant'Apollinare a Torre de' Picenardi, Cascina Talamazzi (dal greco talamos-remo), Borgolieto (castello dei laeti dal goto Burg) a Gussola, Vigoreto (Vicus Laeti) e Santa Sofia a nord di Sabbioneta. Una zona sulla strada che conduce a Breda Cisoni dove esisteva una cappelletta intitolata alla santa della tradizione ortodossa recentemente distrutta per la costruzione di una rotonda stradale. Per Borgolieto (burgis letorum), l'unico dei toponimi ad essere stato per lunghissimo tempo considerato altro da Gussola, paese di cui oggi è frazione, abbiamo a disposizione una pergamena consultata da Gualazzini nell'archivio storico di Cremona in cui è registrato l'errore del copista che trasforma il nome latino Burgis Letorum nell'odierno Borgolieto. Una forte prolungata tradizione sia orale che scritta legata alla presenza di una caserma o comunque a degli armati. Un castello (al Castèl d'lóca) trasformato nel Settecento in una villa dagli Ala Ponzone. E il ritrovamento di una intera necropoli romana, nei pressi dell'attuale chiesa di San Benedetto a fine dell'ottocento, durante i lavori di sterro per l'innalzamento dell'argine i cui reperti, boccette di vetro e monete dall'età di Nerone a quella di Costantino andarono in seguito perduti.

Stefo Mansi


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