Il caso Siher: il cattivo maestro del 17 ottobre e gli "appelli" dei magistrati
Nel caso di Youssef Siher, che si è concluso con la scarcerazione disposta dal GIP, probabilmente sarebbe stata migliore tra carcere e libertà una terza soluzione, di buon senso e tecnicamente esatta e che nessuno, nella foga polemica, ha fatto notare. Richiedere cioè solo una misura di prevenzione con alcuni divieti anche seri e stringenti, quelle misure previste per quell’area grigia in cui un maestro, una volta si chiamavano “cattivi maestri”, non compie direttamente reati ma li evoca con il forte rischio che poi siano altri a commetterli.
Quasi certamente non serviva il carcere perché un agitatore come Siher una volta individuato era in concreto comunque disattivato. Si rischiava solo di farlo diventare inutilmente uno “shahid”, un martire nel linguaggio islamico. E l’effetto boomerang comunque alla fine c’è stato.
Per il resto sarebbe davvero una questione di stile per i magistrati non firmare appelli da leggere in tutte le udienze, così si chiedeva nell’appello per Gaza di Giustizia Insieme. Una raccolta di firme, c’è quella del Gip di Siher ma anche quella del PM, che più che in qualche modo hanno una coloritura politica se non altro perché il 7 ottobre nel testo non si cita nemmeno e perché per l’Ucraina di appelli non se ne erano visti. Soprattutto i magistrati dovrebbero evitarlo quando operano in uffici nevralgici innescando accuse di parzialità e con il rischio di esporsi proprio su temi su cui poi possono essere chiamati in qualche forma a decidere. In altri paesi europei questo non potrebbe succedere.
Si è aggiunto comunque un nuovo capitolo, stilisticamente perfetto, del libro sulla guerra tra governi e magistratura, non poteva mancare, a poco tempo dalle campagna elettorale, una guerra in cui nessuno ha ragione. Di certo non la Presidente del Consiglio, con il suo attacco scomposto che ha definito “vergognosa” la decisione del GIP, e che per paradosso questa volta sta dalla parte delle odiate Procure. In questa guerra non vince nessuno ed è l’intero paese a perderci sui titoli dei giornali che all’estero saranno di certo letti con stupore. Non ne avevamo davvero bisogno.
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commenti
Daniele Gigni
30 ottobre 2026 13:45
L'appello contro il genocidio a Gaza ha una "coloritura politica"?
Blek
30 ottobre 2026 14:44
Quale genocidio? Quello inventato da hamas? E del genocidio del 7 ottobre non ha nulla da dire?
Daniele
30 ottobre 2026 15:34
"Il genocidio è un crimine internazionale che consiste in atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso"
Certo anche l'azione di Hamas ha questa intenzione, ma le proporzioni sono leggermente diverse. Dire che Hamas si è inventato il genocidio a Gaza non mi sembra particolarmente brillante.
Vogliamo allora dire che ci sono genocidi di destra e genocidi di sinistra?
Blek
30 ottobre 2026 17:00
Non e' questione di proporzioni, ammesso che si sia in grado sempre di stabilire chi fa le proporzioni e quali siano i numeri reali, ma di senso. Nessuno scopo genocida nell'azione del governo israeliano che invece è a fondamento di quella di hamas.
Pierpa
30 ottobre 2026 15:39
Prossimo passo: processo alle intenzioni. Hai visto mai che a uno vengano idee "sbagliate"?
Blek
1 novembre 2026 19:16
C'e' gia' anche nel codice penale italiano. Omicidio doloso colposo e preterintenzionale con una diversita' di pene.
Giuseppe
30 ottobre 2026 15:53
Dagli anni 70 all' ultimo governo Draghi abbiamo avuto governi di centro-sinistra e di sinistra che hanno rovinato l'economia nazionale svendendo il tessuto sano dell'economia e ci hanno portato al disastro economico sociale pur di conservare i diritti che si sono creati . Ora urlano e distruggono tutto per delegittimare il governo attuale che prova con orgoglio ha ricreare credibilità e serietà ripianare il disastro economico. In aggiunta anche la chiesa ha delle colpe enormi vedi la politica del Papa (? ) Bergoglio. Concludo dicendo anche che Oriana Fallaci ha predetto il futuro europeo e italiano
Pierpa
31 ottobre 2026 08:39
Ohibò! Ricordavo una valanga di governi DC con il seguito di nanetti vari, fino al pentapartito ecc. Mi sono perso tutti i governi di sinistra. Distrazione imperdonabile
Tony
1 novembre 2026 14:19
Segnalo umilmente che quando Draghi voleva smettere col super bonus i cinque stelle insorsero verrà, ma Lega e Forza Italia vollero continuare e la Meloni allora all' opposizione fu d'accordo con questa linea. Che confermò fino a tutto il 23. Salvo poi continuare a lamentarsi ora che è al governo per il residuo debito da saldare.
biagio
30 ottobre 2026 17:17
Prendo spunto dal recente editoriale del Dottor Guido Salvini per svolgere alcune riflessioni su un tema che riguarda tutti: il valore dello Stato di diritto, l'autonomia della magistratura e il rapporto tra politica, giustizia e libertà dei cittadini.
Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare delle regole democratiche come di un ostacolo e delle garanzie costituzionali come di un lusso che rallenta le decisioni. È una narrazione pericolosa, perché suggerisce che il potere debba poter agire con sempre meno limiti.
Eppure lo Stato di diritto si fonda su un principio semplice: nessuno è al di sopra della legge, nemmeno chi governa. È questo il fondamento di ogni democrazia liberale.
La vicenda di Youssef Siher, al centro del dibattito seguito ai fatti di Milano, ha mostrato quanto questo principio sia meno condiviso di quanto si creda. Non entro nel merito della sua responsabilità o della sua innocenza. Mi interessa un altro aspetto.
Molti commenti suscitati da quel caso hanno lasciato intendere che la questione decisiva non fosse il rispetto delle prove, delle procedure e delle garanzie previste dalla legge, ma il fatto che Youssef dovesse comunque restare in carcere.
Ma è proprio qui che si vede la differenza tra giustizia e reazione emotiva.
Se accettiamo che una persona possa essere privata della libertà a prescindere da ciò che stabiliscono la legge e i giudici, accettiamo un principio che domani potrebbe essere applicato contro chiunque. È per evitare questo rischio che esistono le garanzie dello Stato di diritto.
La stessa riflessione vale per le polemiche che coinvolgono i magistrati. In una democrazia un giudice è chiamato a essere imparziale nell'esercizio delle sue funzioni, ma non cessa di essere un cittadino. Può avere opinioni personali, esprimere valutazioni o sottoscrivere appelli, come qualunque altro cittadino, nel rispetto dei limiti imposti dal suo ruolo.
Un magistrato dovrebbe essere giudicato soprattutto per il modo in cui interpreta e applica la legge. Se una sentenza è ritenuta sbagliata esistono gli strumenti previsti dall'ordinamento: ricorsi, appelli, Cassazione e organi disciplinari. È questa la forza dello Stato di diritto: le decisioni si contestano nelle sedi competenti e nel merito, non attraverso la delegittimazione di chi le pronuncia.
La storia insegna che le libertà raramente vengono cancellate da un giorno all'altro. Si indeboliscono gradualmente, ogni volta che una garanzia viene considerata inutile, una regola viene aggirata perché scomoda o un diritto viene sacrificato in nome dell'emergenza. È così che uno Stato di diritto comincia a perdere forza.
Le istituzioni possono sempre essere migliorate. Ma riformare non significa ridurre i controlli o concentrare il potere. Significa rafforzare la credibilità e l'equilibrio delle istituzioni democratiche.
Alla fine la domanda è semplice: vogliamo vivere in un Paese in cui la libertà dipende dalla legge oppure in un Paese in cui dipende dall'emotività del momento?
Perché oggi qualcuno può chiedere meno garanzie per una persona che considera colpevole. Domani qualcun altro potrebbe chiedere la stessa cosa contro un giornalista, un manifestante, un avversario politico o un qualsiasi cittadino.
È per evitare questa deriva che esistono lo Stato di diritto, la separazione dei poteri e le garanzie costituzionali.
Quando arretra lo Stato di diritto non vincono i cittadini. Vince il potere. E il potere senza limiti, nella storia, non ha mai prodotto più libertà, più giustizia o più democrazia. Ha sempre prodotto l'esatto contrario. Biagio
Blek
30 ottobre 2026 17:58
Il problema e' che qua c'e' uno scontro all'interno della magistratura,altro che Meloni. Due giudici hanno detto di avere le prove per una sua carcerazione,e un altro giudice li ha smentiti,e questo aveva piu' potere degli altri due. Chi delle due parti contrapposte è da ritenersi piu' in sintonia con la legge?
Biagio
31 ottobre 2026 06:59
Signor Blek, è comprensibile vederla così, perché da fuori sembra uno scontro. In realtà è il normale gioco delle parti: chi indaga chiede il carcere perché crede nelle prove, e il giudice terzo fa da "arbitro" controllando se la legge permette davvero di farlo.
Se le prove non sono state ritenute sufficienti, il PM può comunque fare ricorso. Il nostro sistema si è evoluto proprio per questo, anche a seguito del drammatico caso Tortora e della riforma dell'88: stabilisce che, nel dubbio, è meglio non incarcerare una persona prima di un giudizio certo. È una garanzia pensata per tutelare la libertà di tutti.Biagio
Blek
31 ottobre 2026 13:34
Non mi convince. Se il Pm e' convinto delle prove, come lei scrive, non e' che queste prove sono campate per aria, ma devono fondarsi su qualcosa di concreto,di oggettivo e il fatto che un Gip le consideri nulle ,e' molto preoccupante, sia in un senso che in un altro, perché non è' ammissibile una cosi' grave disintonia tra le parti, visto che c'e' in gioco la vita di una persona. Perche' allora sembra veramente il gioco delle parti, come lei dice, ma alla lettera. Meglio ancora un teatrino.
Pierpa
31 ottobre 2026 19:57
Credo che non ci sia "scontro". Due magistrati (non giudici) i PM esercitano l'obbligo dell'azione penale, sulla base di indagini svolte dalla polizia giudiziaria; un giudice, il GIP, valuta gli elementi prodotti dall'accusa (i PM), valuta le tesi contrapposte dalla difesa, e decide. Non c'è la separazione delle carriere, però c'è una bella separazione delle funzioni.
Tony
1 novembre 2026 14:21
Probabilmente nessuna delle due. Il carcere sembra eccessivo. Libertà assoluta non va bene. Alcuni divieti e restrizioni avrebbero di fatto disincentivato "il cattivo maestro".
Francesco Capodieci
31 ottobre 2026 02:06
Nel suo lungo commento Biagio afferma che "in una democrazia un giudice è chiamato a essere imparziale nell'esercizio delle sue funzioni, ma non cessa di essere un cittadino. Può avere opinioni personali, esprimere valutazioni o sottoscrivere appelli, come qualunque altro cittadino, nel rispetto dei limiti imposti dal suo ruolo (...)". Non sono d'accordo con lui, mentre mi ritrovo pienamente in quel che scrive il dottor Guido Salvini secondo cui "sarebbe una questione di stile per i magistrati non firmare appelli da leggere in tutte le udienze", soprattutto se si tratta di appelli aventi una ben precisa matrice politico-ideologica e se questi magistrati si trovano a operare in uffici nevralgici, come quello del Gip di Milano. Il punto fondamentale è che un bravo magistrato deve non solo essere imparziale, ma anche apparire realmente tale agli occhi dell'opinione pubblica, la quale non dovrebbe conoscere preventivamente le sue idee politiche e le sue personali valutazioni su determinati temi sensibili, espresse attraverso pubblici appelli o manifestazioni di piazza.
Biagio
31 ottobre 2026 07:21
Signor Francesco, comprendo il suo punto di vista e la distinzione che fa tra l’essere imparziali e l’apparire tali. È un tema centrale e molto delicato nel dibattito sulla giustizia.
Tuttavia, vorrei offrire uno spunto di riflessione fondato sulla nostra Carta Costituzionale: l’articolo 21 garantisce la libertà di manifestazione del pensiero a tutti i cittadini, senza eccezioni per categoria professionale. La stessa Costituzione (art. 98) prevede che la legge possa limitare il diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati, ma non ne annulla i diritti civili e di pensiero. Pretendere un magistrato "senza idee" o del tutto privo di sensibilità etiche o sociali è un'illusione: ciò che conta davvero non è l'assenza di opinioni personali, ma la capacità di sospenderle quando si indossa la toga.
Il vero argine al rischio di parzialità sta nelle motivazioni della sentenza. Un giudizio non si fonda su un appello firmato o sul "sentito dire", ma su norme di legge precise, fatti provati e logica giuridica. Se un giudice decide sulla base delle sue idee politiche e non della legge, la sua decisione viene annullata nei successivi gradi di giudizio (Appello, Cassazione) e il magistrato ne risponde disciplinarmente.
Garantire ai magistrati i diritti fondamentali previsti dalla Costituzione, pretendendo al contempo il massimo rigore e la massima aderenza alle norme nel loro lavoro in aula, è ciò che tiene insieme la libertà del singolo e la solidità dello Stato di diritto Biagio
Fabio
31 ottobre 2026 10:07
Il punto è come può un giudice smaccatamente Pro-Pal giudicare con imparzialità un Pro-Pal, leggendo le motivazioni si capisce che ha cercato tutti i cavilli per rimetterlo in libertà!
biagio
31 ottobre 2026 11:29
Signor Fabio, comprendo il dubbio, ma bisogna distinguere i ruoli. Chi indaga lavora per costruire un'ipotesi d'accusa; il GIP interviene a mente fredda per fare da filtro imparziale, valutando gli atti in base alla legge e all'analisi della difesa, con l'obbligo di motivare ogni decisione.
Se non vi erano gli estremi legali per il carcere preventivo, la misura non viene concessa. Questo non significa assolvere: il processo proseguirà e spetterà agli investigatori raccogliere eventuali altre prove.
Tutti i magistrati, vivendo nella società, hanno le proprie sensibilità o idee politiche, a destra come a sinistra. Ma pensare che un giudice decida la libertà o il carcere di una persona per tifo politico scade nella solita polemica. Le decisioni si prendono sulle norme e sulle prove, non sulle simpatie.
Come ricorda bene anche il Dottor Salvini nel suo articolo — forte di una lunghissima esperienza sul campo —, la giustizia funziona per regole e garanzie precise, non per spinta emotiva. Biagio
Manuel
31 ottobre 2026 13:16
Questa è una cagata!
Sia il PM che ha fatto incarcerare Siher, che il GIP che l’ha fatto scarcerare, hanno firmato petizioni pro popolo palestinese, continuamente minacciato e schiacciato dalla cieca prepotenza di Israele. Dunque dimostrazione di maggior affidabilità della magistratura rispetto alla politica.
Dopodiché condivido il parere del giudice Salvini e cioè sarebbe auspicabile un’ autocensura, una moderazione istituzionale da parte dei magistrati, quantomeno per evitare di ringalluzzire una classe politica incapace e sbiadita che non sa aspettare altro che un appiglio “esterno” pur di giustificare la propria presenza a Roma.
Blek
1 novembre 2026 10:36
E qua cascherebbe l'as.la buona fede,signor Manuel. Mi è sembrata strana la vicenda, l'ho gia' scritto. Allora le chiedo : " Come riuscire ad ottenere quello che si vuole, salvando la faccia? Anzi molto di piu'. Creando un simbolo, un capro espiatorio, l'islam perseguitato o salvifico,ad es., e facendo incazzare il proprio " vero" nemico,? Ci pensi,non e'difficile. Una cosa analoga avvenne per la strage di Modena e per quella di Sydney, ma per ora la consideri solo un'ipotesi su cui indagare..
Manuel
1 novembre 2026 17:25
L’asino (che io rappresenterei), oltre alla zoppia causata dalla caduta, poco afferra di congetture, complotti, ammiccamenti... ma, giustamente, dall’asino non è che si possa pretendere perspicacia.
Di contro si esterna continuamente di Islam, di terrorismo e di intrallazzi politico-strategico-ideologici.
Buona cosa prendere sul serio le minacce possibili e futuribili, ma alzarsi sognando ancora l’Islam, fare colazione con l’Islam, lavorare controllando gli ipotetici seguaci dell’Islam, trascorrere il resto della giornata rimuginando sulle possibili finalità l’Islam, mi sembra un po’ logorante.
Conosco un professionista di esperienza e capacità: se vuoi lascio il recapito a Cremona Sera.
Blek
1 novembre 2026 20:20
Non solo islam ma anche Cristianesimo , Europa Russia America Spagna ,Israele e il resto del mondo . A proposito di Israele,lo sa che l'Arabia saudita ha chiesto militarmente aiuto ad Israele per non soccombere all'attacco di Iran e Yemen? Ne va della sua sopravvivenza. Strana la vita e la storia vero? La terra natia di Maometto,che stermino' gli ebrei a Medina iniziando da li' una serie infinita di massacri, chiedere aiuto ad Israele per non soccombere all'attacco dei cugini musulmani. Israele,quello del presunto genocidio dei palestinesi. D'altronde non mi metto a parlare di elettromeccanica perche' 1) non e' il contesto 2) non l' ho studiata. Se poi infine lei ha un professionista di capacita' sull'islam,lo inviti a scrivere editoriali su Cremonasera. Lo leggero' senz'altro con vivo interesse. Ma se si riferiva ad uno che cura il logorio della mente, grazie ma ne posso fare a meno perche' gli argomenti di cui mi interesso sono molto ma molto stimolanti. Altro che logoranti!
stefano ETN
31 ottobre 2026 17:24
Come contributo al ragionamento, desidero far notare a Biagio che pur vigendo il citato articolo 21, a nessun arbitro di calcio sarebbe consentito di dichiararsi juventino la sera prima di Inter-Juventus. Nè, in un altro campo, ad un sacerdote viene concesso di formarsi una famiglia. Sono solo due esempi tra i tanti per evidenziare quanto conti a mio modo di vedere la differenza tra una limitazione imposta ed una limitazione accettata volontariamente se necessariamente correlata all'attività che si intende intraprendere. Una accettazione preliminare delle regole del gioco, insomma, che, per i magistrati potrebbero contemplare, perchè no?, la norma deontologica di astenersi dalla manifestazione delle proprie legittime preferenze politiche per un termine congruo di anni dopo la cessazione della attività lavorativa. Ritengo tra l'altro che un isolamento della categoria in una sorta di ieratica turris eburnea distaccata dalle polemiche spesso di basso profilo potrebbe contribuire a consolidare una credibilità troppo spesso messa in discussione.
biagio
31 ottobre 2026 19:03
Signor Stefano, le sue analogie sull'arbitro e sul sacerdote sono estremamente calzanti e mettono a fuoco un tema cruciale: la responsabilità etica e deontologica che si sceglie di assumere esercitando determinate funzioni.
Vorrei però riportare la questione a un puro principio di diritto con una riflessione: immaginiamo per un momento che questo specifico giudice non avesse mai firmato quell'appello o espresso alcuna opinione. Che cosa sarebbe cambiato nel merito del provvedimento? Esattamente nulla. Il GIP ha semplicemente motivato che, allo stato degli atti, non emergevano gli elementi di legge necessari per la custodia cautelare. La persona resta formalmente indagata, la Procura proseguirà le sue indagini e alla fine sottoporrà al GUP la richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione.
Racchiudere i magistrati in una "torre d'avorio" distaccata dalla società non garantisce di per sé l'imparzialità. La vera garanzia di terzietà resta il rigore formale delle motivazioni scritte: è lì che il giudice deve spogliarsi delle proprie convinzioni personali e applicare la legge, ed è su quelle carte che la sua decisione può essere verificata o riformata.
In ultimo, la Costituzione all'art. 98 limita l'iscrizione ai partiti politici, ma non la manifestazione del pensiero. Se oggi si ritiene che questo equilibrio non sia più sufficiente e che i magistrati debbano avere limiti più stringenti anche su opinioni e commenti pubblici, la strada corretta è una riforma costituzionale che lo preveda espressamente, non la contestazione o le polemiche delle decisioni prese nel rispetto delle regole vigenti. Biagio
Gianni
31 ottobre 2026 13:06
Una precisazione senza magari utilizzare parole giuridicamente precise.
Corrisponde al vero che il gip ha rifiutato di concedere il fermo e la custodia cautelare mentre proseguono le indagini di procura per i reati contestati quali istigazione a delinquere con finalità terroristiche ecc.
L iter verso il processo proseguirà e la procura deciderà se concedere l archiviazione o il rinvio a processo.
Se ciò è vero perchè non si dice ?