Beati perché veramente liberi e umani
Ogni anno il primo giorno del mese di novembre, la Chiesa ricorda in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, sia quelli che hanno un giorno del calendario a loro dedicato, sia quanti, anonimi, hanno lasciato che il Vangelo segnasse profondamente la loro vita pur non avendo ricevuto un ufficiale riconoscimento: padri e madri di famiglia che hanno donato sé stessi per i figli educandoli secondo gli insegnamenti del Signore; donne e uomini che hanno trascorso la loro esistenza nel segreto e nel silenzio di eremi e monasteri; predicatori e missionari che hanno portato l’annuncio del Vangelo a quanti non avevano ancora conosciuto Gesù; preti, suore, educatori, benefattori, fedeli che si sono spesi svolgendo con fedeltà e semplicità il loro servizio religioso e civile nelle nostre comunità durante il corso dei secoli; persone che in nome del Risorto hanno donato tutto sé stessi con il sacrificio della loro dedizione per i poveri e gli emarginati del mondo; testimoni che non hanno rinunciato alla propria fede fino a perdere la vita a causa di violenze e persecuzioni contro i cristiani. Nel numero dei santi, conosciuti e anonimi, vi sono persone di ogni età, ceto sociale, lingua, epoca, cultura, origine geografica. La festa di oggi annuncia a tutti i credenti in Gesù che la santità non è una vocazione speciale, riservata a qualcuno, ma appello di Dio rivolto a tutti i battezzati, vocazione alla quale a ciascuno è chiesto di rispondere con la propria unicità e irrepetibilità.
Ad accompagnarci in questa celebrazione sono le parole di Gesù che solennemente aprono il primo dei suoi cinque discorsi che incontriamo nel racconto di Matteo.
Si tratta di parole potenti, un testo ben costruito, non privo di fini attenzioni letterarie, modulato sulla ripetizione di condizioni del presente e azioni future compiute da Dio a compensazione della situazione attuale in cui si trovano coloro che sono dichiarati “beati”.
L’impressione di fondo che le beatitudini ci offrono è quella di una scelta di vita che ha le sue radici non sull’autoimposizione di sé stessi, ma sulla libera consegna della propria vita nelle mani di Dio.
Quasi riecheggiando l’inno della Lettera ai Filippesi, nel quale si dice che il Cristo, della stessa natura di Dio, si è spogliato della propria condizione per ricevere dal Padre la sua dignità, le beatitudini ci parlano di uno stile di vita fondato su scelte e azioni sempre controcorrente perché non basate sulla prima logica dell’animo umano che è quella dell’affermazione di sé a scapito degli altri.
Le persone che Gesù dichiara “beate”, cioè felici e capaci di far fiorire la loro umanità più autentica e profonda, sono quelle che scelgono di fare spazio agli altri, piuttosto che farsi un nome con le proprie forze calpestando chi è loro accanto.
Il progetto di vita che emerge dalle beatitudini parla di disponibilità, di disarmo dalle logiche della vendetta e della ritorsione, di apertura al bene comune, di impegno concreto per la costruzione della pace, di liberazione delle proprie labbra dalle parole utilizzate come spade che offendono, feriscono e colpiscono.
Le beatitudini ci parlano di uomini e donne autenticamente liberi, perché hanno scelto di fondare la loro esistenza non sull’umano riconoscimento, l’idolatria della propria individualità, ma sulla disponibilità a lasciarsi chiamare figli da Dio e così ricevere in dono il Suo Regno con la forza disarmata e disarmante della povertà di spirito e della persecuzione a causa della giustizia.
La povera ricchezza delle beatitudini con la loro forza non-violenta è ancora oggi una sfida per la logica di molte persone, ma anche una risorsa per la costruzione di un mondo alternativo.
Là dove gli uomini hanno provato a imporre un ordine nuovo per il mondo, sono sorte utopie politiche che hanno fatto violenza e portato morte a causa dell’ideologia imposta a tutti con la forza, priva della possibilità di qualsiasi forma di dissidenza.
I santi, uomini e donne deboli agli occhi dei più, hanno vinto il mondo con la povertà delle loro scelte evangeliche; non hanno preteso di fare del mondo un giardino, ma hanno provato a rendere un giardino il cuore desertificato del prossimo che incontravano, accettando l’incomprensione e la persecuzione da parte di chi non li comprendeva, persecuzione talvolta causata proprio da chi più di chiunque altro avrebbe dovuto comprendere il loro intento e servizio evangelico.
La nona beatitudine, se ci pensiamo, non è un’aggiunta alle otto precedenti, ma il tono di fondo in cui tutte le beatitudini si sviluppano e crescono.
Istruiti e illuminati dal multiforme esempio di vita di chi in quasi duemila anni di cristianesimo ci ha preceduto e ci ha detto che la strada della santità, benché in salita e sconnessa, è praticabile, riconosciamo che anche a noi è offerta oggi la possibilità di fare la nostra parte, di accettare la sfida delle beatitudini e di liberare il nostro cuore dall’egoismo che si impone contro tutto e tutti, per accogliere la logica di Dio che ci propone una strada nuova, difficile ma estremamente liberante e carica di vera umanità.
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