Milano, la dignità che stiamo lasciando sola
Sabato sera, per un soffio, non mi sono trovata in mezzo agli scontri di Milano. Ho seguito quanto accadeva attraverso le telefonate con gli amici e le immagini da casa. Non ero lì, ed è giusto precisarlo. Ma quelle strade appartengono anche alla mia quotidianità: vivo nel cremonese, frequento Milano, il lavoro mi porta nelle città, tra le persone. Guardando quelle immagini pensavo che avrei potuto esserci anch’io., per lavoro, a incontrare qualcuno, semplicemente a camminare.
Il giorno dopo rimane una domanda: perché chi non vuole fare male a nessuno deve essere sempre quello che arretra?
Arretra il negoziante, abbassando la saracinesca. Arretra il passante, cercando riparo. Arretra anche chi era sceso in piazza per esprimere un’opinione e si ritrova dentro una violenza che non aveva scelto. Qualcun altro ha deciso, per tutti, che quel pomeriggio dovesse appartenere alla propria rabbia.
Il bilancio del 17 ottobre è pesante, anche senza ricorrere a immagini più grandi dei fatti. ANSA ha riferito di circa cinquanta persone portate in Questura a Milano, quasi la metà minorenni. Le ricostruzioni sui feriti restano provvisorie. Sono confermati il saccheggio di Foot Locker e i danni a Nike e Rinascente. Le immagini pubblicate da RaiNews mostrano vetrine colpite con mazze e pietre nella zona di San Babila, mentre altri ragazzi riprendono la scena con il telefonino.
Piazza Duomo, corso Vittorio Emanuele, San Babila sono una delle vetrine dell’Italia nel mondo. Anche le insegne colpite appartengono all’identità commerciale di Milano. Prima dei simboli, però, vengono le persone: dipendenti, clienti, famiglie, lavoratori. Una città ferita non è soltanto un’immagine che danneggia la nostra reputazione. È una comunità alla quale viene sottratta sicurezza.
A Torino è stata assaltata la libreria Feltrinelli di Porta Nuova. A Bologna la Questura ha comunicato, nel bilancio serale, quattro minorenni arrestati e trentasei appartenenti alle forze dell’ordine feriti o contusi. Nelle cronache consultate sulla distinta manifestazione della Via Maestra a Roma non risultano invece analoghi disordini. Tenere questa distinzione è necessario: non tutte le piazze possono essere raccontate attraverso la violenza di alcune.
C’è poi il modo in cui queste mobilitazioni prendono forma. Gli appuntamenti corrono sui social, nei gruppi Telegram e WhatsApp, attraverso un tam tam capace di raggiungere rapidamente migliaia di giovani. Le cronache documentano riferimenti alle proteste francesi; il Corriere della Sera descrive anche l’imitazione delle loro modalità comunicative e la preoccupazione per gruppi la cui ricerca dello scontro appare separata dalle rivendicazioni iniziali. Sono elementi da approfondire, non la prova di una regia unica arrivata dall’estero.
La velocità della convocazione, però, ci pone un problema: ritrovarsi nello stesso luogo non significa condividere uno scopo, né assumersi una responsabilità verso chi ci sta accanto. Una piazza può nascere per chiedere salari dignitosi ed essere occupata, nei fatti, da chi cerca lo scontro. La violenza può diventare un richiamo, un modo per sentirsi parte di qualcosa, una scena da filmare.
Definire tutti quei ragazzi “maranza” non ci aiuta a capire. L’abbigliamento non dimostra una responsabilità. I comportamenti sì. Chi sfonda una vetrina e porta via la merce sta rubando. Chi aggredisce e distrugge deve risponderne. Il disagio non cancella il nome delle azioni e, soprattutto, non cancella chi le subisce.
Che cosa c’entra il carovita con un negozio saccheggiato? Quale spesa diventa più leggera dopo aver danneggiato un servizio pubblico? Penso a un’automobile che qualcuno sta ancora pagando a rate: quanto è facile colpire un oggetto senza domandarsi quale fatica rappresenti.
Eppure, se vogliamo essere giusti oltre che severi, dobbiamo porci anche la domanda da cui quella protesta era partita: perché vivere costa così tanto?
L’Istat indica per settembre un’inflazione del 4,2% su base annua, trainata soprattutto dall’energia, con un impatto maggiore sulle famiglie dai livelli di spesa più bassi. Il disagio è reale. Negarlo significa non vedere le rinunce che stanno dentro le case.
Le guerre entrano nella nostra quotidianità anche attraverso i prezzi. Un’analisi della Banca centrale europea collega la recente risalita dell’inflazione nell’area euro soprattutto allo shock energetico provocato dal conflitto in Medio Oriente. La precedente ondata aveva intrecciato gli effetti della pandemia, le difficoltà nelle forniture e le conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina. La geopolitica che sembra lontana arriva alle bollette, ai carburanti, ai costi delle imprese.
Ampliare lo sguardo significa chiedere conto delle scelte a tutta la politica, attribuendo responsabilità precise. Chi governa oggi deve rispondere delle decisioni presenti; chi ha governato delle proprie scelte; chi propone alternative deve spiegare come intende realizzarle.
Significa anche distinguere i poteri. Un sindaco non determina il prezzo internazionale dell’energia e non può fermare una guerra. Può essere chiamato a rispondere delle scelte locali su servizi, mobilità, casa e sostegno alle fragilità. Ai governi nazionali e alle istituzioni europee spettano altri strumenti. Comprendere questi livelli serve a pretendere risposte migliori, anziché cercare un solo bersaglio per problemi diversi.
Intanto resta il conto della distruzione. Chi paga le riparazioni, le ore di lavoro perdute, i disagi? Nelle fonti consultate manca ancora una quantificazione complessiva verificata dei danni. Vorrei che continuassimo a occuparcene quando le immagini degli scontri non faranno più notizia.
Anch’io, da giovane, ho manifestato. Credevo di poter cambiare il mondo in nome degli ideali. Non ho mai distrutto nulla, né partecipato a cori contro le forze dell’ordine. Quando ho riconosciuto chi alimentava odio e cercava lo scontro, mi sono fermata. Mi fermo ancora oggi.
Alle donne e agli uomini delle forze dell’ordine aggrediti esprimo solidarietà e rispetto. Il loro compito è proteggere la città e garantire anche il diritto di protestare. Chiedere interventi proporzionati e responsabilità accertate appartiene allo stesso rispetto delle istituzioni. Una persona ferita merita umanità, qualunque divisa indossi.
Ma noi adulti dobbiamo interrogarci sull’esempio che offriamo. Penso a certi confronti politici televisivi: dovrebbero aiutarci a comprendere e diventano gare a interrompere, sovrastare, umiliare. Un insulto non equivale a una pietra, e chi lancia una pietra risponde della propria scelta. Eppure, non possiamo premiare continuamente il disprezzo e poi stupirci della fatica del dialogo.
Sabato mi ha commosso la giovane donna che ho visto in diretta opporsi ai violenti. Anche il Corriere della Sera racconta di una manifestante che rimprovera ragazzi incappucciati e contesta il senso del lancio di sedie e degli incendi ai cestini. Era nella sua piazza, dentro una protesta alla quale aveva scelto di partecipare. Si è trovata a dover difendere il significato della propria presenza.
Non so che cosa pensasse di ogni questione per cui si manifestava. Non ho bisogno di saperlo per riconoscermi nel suo gesto. Forse dovremmo ricominciare da qui: dalla possibilità di rispettarci prima ancora di essere d’accordo.
Anche il nostro modo di raccontare queste giornate ha una responsabilità. Se ricordiamo soltanto chi rompe, gli concediamo tutto lo spazio. Se liquidiamo i giovani con un’etichetta, cancelliamo anche quella ragazza. Se parliamo soltanto degli scontri, le domande sul lavoro, sulla casa e sul costo della vita restano senza risposta. La violenza ottiene così un secondo risultato: decide perfino di che cosa discuteremo il giorno dopo.
C’è un’immagine che mi è tornata alla memoria, guardando tutto questo: il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, terminato nel 1901 e custodito proprio alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. Uomini e donne che avanzano insieme, una donna con un bambino in braccio. Una folla nella quale ogni persona conserva un volto e una presenza.
Non cerco in quel dipinto un passato senza conflitti. Sono realista. Conosco la durezza delle condizioni e delle lotte dalle quali nacque. Vi riconosco però una dignità che ci interroga: la consapevolezza che rivendicare il proprio posto nel mondo comporti una responsabilità verso gli altri.
Mi ero chiesta se avessimo perduto tutta quella dignità. Poi ho ripensato alla ragazza.
Forse non l’abbiamo perduta. Ma la stiamo lasciando troppo sola.
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commenti
biagio
18 ottobre 2026 14:27
L'articolo richiama una distinzione fondamentale che troppo spesso viene ignorata. Le manifestazioni pacifiche portano alla luce problemi reali e richieste alle quali deve rispondere la politica, con scelte concrete e credibili. Chi invece sfrutta le proteste per compiere violenze e devastazioni non rappresenta quelle istanze e deve essere contrastato dallo Stato attraverso gli strumenti dell'ordine e della sicurezza pubblica. Le due questioni non possono essere sovrapposte: una riguarda il confronto politico e sociale, l'altra il rispetto della legge. Le violenze non possono diventare l'argomento centrale del dibattito pubblico fino al punto da oscurare le ragioni di chi manifesta pacificamente, anche perché esistono già norme che consentono di identificare e punire i responsabili dei reati commessi. Talvolta si ha l'impressione che questa confusione venga alimentata anche nel confronto politico, con il risultato di spostare l'attenzione dal merito dei problemi sollevati e di rinviare le risposte che essi richiedono.
Biagio.
marco
19 ottobre 2026 14:37
Hai perfettamente ragione, bisogna isolare questi delinquenti con tutti i mezzi perché il loro solo scopo è razziare e farsi un nome sui social
Marco Pelloni
18 ottobre 2026 16:08
Il quarto stato mostra i volti delle persone che non hanno vergogna ed orgogliosamente ci mettono la faccia.
Quando inizia una manifestazione con gli incappucciati, qualcosa di vergognoso sta per iniziare. Basta caschi e cappuccino o sciarpe, metteteci la faccia.
marco
18 ottobre 2026 18:13
Chi partecipa e devasta,assalta,saccheggia o assalta e ferisce le forze dell'Ordine è conscio di quello che fa e se individuato deve risarcire TUTTI i danni e andare in galera.
Sono violenti organizzati e spero che venga utilizzato l'esercito contro questi che sono paragonabili a terroristi.
Blek
19 ottobre 2026 12:40
Se c'e'qualcuno che aveva ancora qualche dubbio sul collegamento tra islam violento e sinistra radicale,le devastazioni di Parigi e correlate di Milano ed altre citta' italiane, dovrebbero dirimere ogni dubbio.
Uno degli slogan piu' ripetuti dai devastatori di Parigi fu quello di "Bismillah c'est les tenebres" ,significando Bismillah ,in nome di Allah. E' la firma inequivocabile di chi sia il mandante di questi disastri, uno dei due sospettati,e cioe' l'islam che dopo l"infiltrazione di propaganda ,passa alle maniera forti,la jihad piu' nuda e cruda,per devastare quanto piu' possibile della civilta' da sottomettere. L'altro viene indicato in Melenchon, leader del movimento di estrema sinistra " Le France indoumise" , non a caso di origini marocchine,il cui scopo evidente, non potendo vincere le prossime presidenziali, e' generare caos, per mettere sul chi va la' il futuro presidente,chiunque altro sia, essendo dato ormai per perdente Macron e vincente Marin Le Pen, in vista di un ricambio generazionale che vedra' ,per motivi demografici, la progressiva sostituzione dei francesi autoctoni, con quelli alloctoni. verso una sempre maggiore africanizzazione/ islamizzazione del paese.
Tuttavia,per avere manifestazioni di massa come queste, non si poteva contare solo sui numeri degli alloctoni ma bisognava plasmare anche gli autoctoni bianchi tramite un lavaggio culturale massiccio operato tramite i massmedia,i social e anche quelle scuole tanto contestate.
Una cultura autoctona di odio e di disprezzo verso quella dei propri avi, accampando i piu' vari pretesti. Tra il piu' gettonato quello di un passato di infame colonialismo.
Questo spiega come in Vandea, regione francese tra le piu' fedeli al Papa e alla monarchia durante la Rivoluzione francese, ci siano stati ragazzini bianchi autoctoni, devastare le chiese al grido di " viva i terroristi del Bataclan" e perche' la Repubblica islamica dell'Iran, abbia intimato al governo francese di non proseguire con le violenze ai "bambini" violenti. ( Da che pulpito viene la predica!).
Ne deriva che tutto quanto detto a proposito dei motivi di"protesta civile all'origine presunta di quelle manifestazioni, e' tutta fuffa,tutto un pretesto,ovvero una "trappola" in cui far cadere gli ingenui benpensanti occidentali,mentre le giuste rivendicazioni andrebbero assolutamente non invischiate con queste manifestazioni di massa. Potrebbero infatti figurare come una sorta di legittimazione delle violenze associate.
Dulcis in fundo,pare che anche noi di Cremona per la giornata di domani dobbiamo prepararci all'arrivo dei devastatori seriali , a ripetere le loro mirabili gesta esibite a Milano.
marco
20 ottobre 2026 05:19
Dalle testimonianze dei commercianti la quasi totalità dei saccheggiatori parlava arabo....mi viene il dubbio che sia tutto manovrato da chi vuole propagandare l'attacco islamico all'Occidente utilizzando ragazzini che rischiano dagli 8 ai 15 anni per devastazione,saccheggio e altre decine di reati .
Blek
20 ottobre 2026 10:36
Sembra proprio cosi, ma con qualche precisazione. L'attacco all 'occidente e' in corso da decenni. Dalla sconfitta di Hitler praticamente,di cui gli arabi/ musulmani erano alleati.Eliminato un nemico dell'Urss,e cioe' il nazismo, col quale peraltro aveva stabilito degli accordi,ne rimameva un altro e cioe' l'occidente che guarda caso era nemico anche dell'islam e comunque terra di conquista. Si arrivo' quindi a questa alleanza tra le due parti,nonostante le profonde differenze,il cui scopo era favorire una duplice propaganda. Di demolire da una parte la credibilita' della civilta' occidentale,grazie anche agli insegnanti rossi che sparavano a zero sulle crociate sulla Chiesa, sul Medioevo e dall'altra favorire l'infiltrazione della propaganda islamica,che passa anche attraverso la martellante campagna propal e proGaza di questi tempi,cosi' da far apparire sempre piu' i musulmani vittime dei cattivi postcolonialisti occidentali e l'islam una religione di pace ,salvo di tanto in tanto terrorizzare le popolazioni occidentali con vari attentati che le organizzazioni islamiche se ne sono sempre guardate bene dall'assumersene la responsabilita'. L'escalation delle violenze che passano anche attraverso i sedicenti studenti,rappresentano un passaggio di maggiore aggressivita' per dare un segnale ancor piu' forte e minaccioso a chi avesse l'ardire di voler governare i vari paesi. Ovviamente coalizzato con la sinistra radicale di cui il partito di Melenchon e' stato ritenuto responsabile dalla stessa intelligence francese. Ma e' successo un fatto nuovo in Europa che non si dice e che puo'aver innescato la miccia. L'Ue ha approvato a larga maggioranza una mozione che tende a voler collocare i Fratelli musulmani ovvero l'organizzazione islamica piu'potente in Europa e piu ' attiva, tra le associazioni terroristiche. Altro che allora scendere in piazza per il carovita o i problemi delle scuole le quali pure son finite bruciate,a conferma che i veri problemi,motori della rivolta,erano ben altri.
Blek
20 ottobre 2026 20:13
Lei parla anche di "saccheggiatori la quasi totalità dei quali parlava arabo". Questo è molto interessante perché nel Corano il saccheggio è talmente importante che addirittura vi viene dedicato un capitolo ,la Sura 8 , dal titolo "il bottino" ( Surat al -Anfal). Ma a chi si può rubare? Non agli altri musulmani, perché se no come pena è prevista l'amputazione della mano ( Corano 5:38), ma agli infedeli, cioè a tutti i non musulmani, per cui l'azione in se' non è più reato, degenerazione razzista della pena, ma lo diventa in funzione di chi il furto lo subisce. Questo rappresenta non solo una legittimazione del furto/ saccheggio,ma anche un incentivo a farlo: " Quanto vi è di lecito ( halal) e puro per voi nel bottino che vi e' toccato " (Corano: 8:69). Questi versetti nacquero in occasione della battaglia di Bader, ma l'obiezione che vadano contestualizzati perde valore non solo perche' non sono mai stati tolti dal Corano, ma neppure messi in discussione in quanto validi in ogni tempo ed ogni luogo, nei vari testi sacri dell'islam o da parte degli stessi apologeti islamici, come Anwar al -Awlaki,predicatore di origine yemenita, divenuto poi uno degli ideologi di Al-Qaeda, che confermava in un articolo che i beni e i possedimenti degli infedeli, erano leciti per i musulmani....
indignato 1
20 ottobre 2026 07:40
Altro che “disagio sociale” ; basta questa semplice considerazione, per dirla alla Napoleone: buonaparte sono minorenni, la restante sono pirla.