25 ottobre 2026

L'apocalisse annunciata e il bluff digitale

Il sociale si trasforma in asociale. La connessione amplifica la separazione.  La protesta spesso degenera in violenza. La Rete è l’idra degli algoritmi, serpente dalle molte teste che, se tagliate, ricrescono.  Nei giorni scorsi il mostro ha colpito la nostra provincia.

La vicenda dei Facebook Files aveva suonato non un campanello, ma una sirena d’allarme sul pericolo del bastardissimo serpente digitale.

All’inizio di questo mese è uscito The Social. Il prezzo della verità. Il film racconta quella vicenda iniziata nel 2019 e terminata nel 2021. Una storia di divulgazione di contenuti divisivi, del loro impatto sui giovani e degli affari che dettano la linea e azzerano l’etica. La pellicola si conclude con la lunga sequenza dell’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Donald Trump, dettaglio non casuale.

Appesantito da tecnicismi e da intenti moralizzatori e didascalici, il film non è da quattro stelle, ma il prezzo del biglietto non è sprecato.  Pone il problema della presenza invasiva e intrusiva dei social nella quotidianità. Presenza percepita come un ambiente naturale. 

La pellicola merita d’essere vista, per capire l’universo perverso dei social.  Habitat artificiale e pericoloso è il posto virtuale che livella tutti e dove è un attimo rincoglionirsi. 

Non da ieri, sociologi, psicologi e altre moderne cassandre lanciano l’allerta sui pericoli dei social. Poi succede che, senza preavviso, la realtà presenti il conto. Ed è avvenuto nei giorni scorsi nel nostro territorio.

La provincia si è accorta di non essere una monade e neppure una tartaruga protetta dal carapace.  La lungimiranza non le è congeniale.  Il rinvio della soluzione dei problemi è parte del suo Dna. Chi va piano va lontano, però non è raro che perda il treno.  E nella società dell’impermanenza, sotto il Torrazzo capita spesso di restare fermi alla stazione.  E se Martin per un punto perse la cappa, Cremona alcune volte la perde per cappotto. 

Le cronache dei media, non solo locali, confermano che il re è nudo e, in questo caso, il re è la politica. La giornalista Michela Garatti descrive il contesto e il clima di Cremona la mattina del 20 ottobre.  Dipinge il quadro inquietante di una città. Traffico ridotto, centro deserto, studenti assenti davanti alle scuole. Vetrine protette da pannelli di compensato. Situazione pressoché identica a Crema. 

Il 20 ottobre Cremona appare una città da romanzo distopico, originata da uno tsunami di chat che nei giorni precedenti annunciavano l’apocalisse in riva al Po e al Serio. È una città ammutolita e spaesata. Impaurita e attonita. Una città incredula.  Stordita, nonostante il previsto giorno del giudizio non fosse arrivato. Niente di quanto anticipato e temuto è successo.  Nessuna protesta. Nessuno scontro. Nessun atto vandalico. 

Il 20 ottobre hanno prevalso il silenzio di una città sconcertata e la presenza massiccia delle forze dell’ordine impiegate per presidiare il territorio, lavoro svolto con professionalità e precisione.  Non pervenuti gli amministratori pubblici e i politici locali.  Se presenti, hanno attraversato la storia per caso.  

Cremona ha scoperto d’essere vulnerabile. Non è cosa da poco. È grave e pericoloso. All’improvviso si è accorta di essere impreparata ad affrontare con risposte adeguate avversari che nel conflitto utilizzano mezzi non tradizionali. Filibustieri della Rete, specializzati nella guerriglia digitale, non provocano danni materiali evidenti e quantificabili all’istante. Producono, invece, disagi psicologici e comportamentali.  Instillano nella mente dei cittadini paura e insicurezza. Innescano e amplificano l’esigenza di controlli più numerosi e rigidi, sollecitazione che se attuata riduce gli spazi di libertà, senza la garanzia che la restrizione aumenti sensibilmente la sicurezza. Un intervento che forse non vale la candela.

«Una città può essere messa in ginocchio anche senza un solo disordine» (Nia Guaita, Cremonasera, 20 ottobre).  Già.

Il capoluogo è stato tenuto in scacco da chat che informavano di azioni la cui autenticità destava dubbi. Ancora meno certa la loro realizzazione. 

E provoca solletico la striminzita comunicazione del sindaco di Cremona, Andrea Virgilio, il giorno prima della contestazione mai scoppiata. Excusatio non petita di un sindaco in apnea, che non può esimersi dal timbrare il cartellino reclamato dal ruolo. «La situazione è monitorata da Prefettura, Questura e forze dell'ordine, in stretto contatto con l'Amministrazione comunale». (Cremonasera, 19 ottobre). Grazie. Il rancio è ottimo e abbondante, ma fa schifo, però non si può dire. 

Comprendere Virgilio è un atto dovuto. La politica pullula di Ponzio Pilato. Non vanno né in paradiso né all’inferno, ma nel limbo. È la terra di nessuno dove un nonnulla crea disorientamento e panico. Induce risposte impulsive e richieste di interventi inadeguati e sproporzionati al bisogno. 

I fomentatori dell’uragano digitale sconosciuti all’inizio della vicenda, sono stati identificati nei giorni successivi.  Grande sorpresa ha suscitato la scoperta che a suonare la carica agli stakanovisti dello spamming   e della guerriglia digitale fossero due minorenni.  Due ragazzi, uno rumeno di 14 anni e l’altro di origini senegalesi di 15.  

Le rivendicazioni a favore del diritto allo studio e contro il caro vita non sono fasulle né pretestuose. Sono istanze legittime. Ma quando la protesta alimenta sospetti e dietrologie, rischia di diventare la prima vittima di una comunicazione opaca. Il dubbio è un killer spietato: può uccidere anche le migliori intenzioni.

Neanche i cani muovono la coda per niente. E allora a chi giova tutto questo?        

Sono passati oltre 11 anni dal 24 gennaio 2015 e in città è ancora vivo il ricordo della guerriglia che alle 17 aveva devastato la città con l’assalto anche al comando della polizia locale. La manifestazione, organizzata dall’area degli antagonisti, era nata dopo il ferimento di un attivista del centro sociale Dordoni da parte di militanti di CasaPound. Duemila circa i partecipanti provenienti da tutta Italia. Danni ingenti.  Presenti i black bloc.  

Nel frattempo la tecnologia ha rivoluzionato società, politica, comunicazione e la forma del dissenso. Un cambiamento rapido e in continua accelerazione.  Al contrario delle istituzioni, che nonostante il lodevole sforzo per adeguarsi al nuovo mondo delle connessioni ultrarapide, del lavoro che cambia, dell’intelligenza artificiale, sono staccate almeno due giri di pista rispetto ai battistrada.

La violenta manifestazione del 2015 appartiene al giurassico. Al di là delle motivazioni diverse, anche le modalità della protesta sono agli antipodi rispetto a quella abortita pochi giorni fa.  Allora la motivazione era precisa e chiara nei contenuti. I promotori avevano nomi, volti e riferimenti riconoscibili. Non si nascondevano dietro l’anonimato consentito dalla Rete. Avevano riferimenti politici e leader riconosciuti.

Oggi la protesta nasce e si propaga attraverso schermi e chat. Le rivendicazioni possono essere legittime, ma i contorni della mobilitazione restano sfumati; i promotori digitali sono senza volto. Manca un punto di riferimento con cui confrontarsi. Chat e messaggi in un battito di ciglia possono trasformare un'ipotesi in un'emergenza collettiva.

Ieri i contestatori avevano la barba lunga o rasata. Oggi sono imberbi. La politica latita e i politici scarseggiano. La dialettica è un Carneade.  Prevalgono rabbia e odio sociale. Spesso il vuoto esistenziale decide. E i social sono il miraggio nel deserto. 

Tutti meritano di far sentire la propria voce, non tutti meritano un microfono. Questo è il problema. Questo è The social. Il prezzo della verità. Mala tempora currunt, sed peiora parantur. Con la speranza che il peggio non arrivi.

La foto dei presidi di prevenzione della annunciata manifestazione è di Francesco Sessa Ventura

 

Antonio Grassi


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commenti


Blek

25 ottobre 2026 10:43

Vede,signor Grassi, il problema non sono i social di per se",ma chi li manovra. Ma questo problema se ne guarda bene dall'affrontarlo, nonostante un arresto 'illustre' di un personaggio, guarda caso un islamico,avvenuto ieri e che risultava tut'altro che un emarginato, un immigrato clandestino uno che soffrisse particolarmente il carovita e che ambisse ardentemente di sfasciare una vetrina per rubarsi le Nike che non poteva permettersi. Perche' non ne parla? E neppure della rete di contatti,di organizzazioni che gravitava attorno a lui?

biagio

25 ottobre 2026 10:51

Ho letto con interesse la riflessione di Grassi. A mio avviso il problema non è soltanto l'episodio raccontato, ma quello che esso rivela sullo stato della nostra società. Quando una comunità vive nell'incertezza, nella sfiducia verso la politica e nelle difficoltà economiche quotidiane, basta poco per trasformare una preoccupazione in allarme collettivo.

I social network amplificano paure, rabbia ed emozioni molto più rapidamente di quanto riescano a diffondere analisi e approfondimenti. Tuttavia sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità alle piattaforme digitali. Il vero problema è il progressivo indebolimento del rapporto di fiducia tra cittadini, istituzioni e politica.

Per questo credo che una politica autenticamente progressista non debba occuparsi soltanto di sanità, stipendi, pensioni, casa e caro vita, temi fondamentali che incidono sulla vita delle persone. Deve anche ricostruire fiducia, trasparenza, partecipazione e capacità critica. Deve investire nell'istruzione, nell'informazione di qualità, nei luoghi di confronto e nella formazione di cittadini consapevoli.

Una società più giusta non è soltanto quella che riduce le disuguaglianze economiche, ma anche quella che rende le persone meno vulnerabili alla paura, alla disinformazione e alla manipolazione. Quando i cittadini non si fidano più di nulla, finiscono per credere a tutto.

Senza fiducia e spirito critico il rischio non è il singolo episodio di panico collettivo. Il rischio è una società che reagisce sempre più di pancia e sempre meno sulla base dei fatti, diventando terreno fertile per chi alimenta divisioni, conflitti e paure per interesse politico, economico o mediatico.

Recuperare fiducia, senso civico e capacità critica dovrebbe essere una delle grandi sfide del progressismo del XXI secolo. Perché senza cittadini informati e consapevoli diventa difficile affrontare anche tutte le altre emergenze: dalla sanità al lavoro, dalla sicurezza al futuro delle nuove generazioni. Biagio

Cinzia

25 ottobre 2026 11:43

Viene da dire " hanno ragione loro" ...intendiamoci non li assolvo dalla condanna della violenza, ma nemmeno voglio alimentare questo alibi che fa gioco alla destra e da cui la sinistra non riesce a liberarsi.
E vero la stragrande maggioranza dei manifestanti non ha un credo politico ( che torto dargli dato il quadro nazionale e internazionale), ma il disagio sociale che li ha portati a rompere tutto ha una motivazione di fondo ..si chiama mancanza di prospettiva, incomunicabilità sociale, povertà culturale.
E allora può succedere che una città deserta e silenziosa come è stata quella del 20 ottobre, in realtà sia più rumorosa di una manifestazione.
Quel silenzio parla, assume le sembianze di una massa incomprimibile anche dall ennesimo decreto sicurezza, una entità che fa notizia anche quando non si manifesta perché dimostra di poter tenere in scacco una città.
La denuncia di cui sono portatori dovrebbe interrogarci, anche Cremona nel suo piccolo non sta dimostrando di aver percepito questo malessere; anche qui " non li abbiamo visti arrivare".
E così anche a Cremona si preferisce rincorrere la destra ...avere i militari davanti alla stazione, disegnare le zone rosse, alimentare il senso di insicurezza per giustificare interventi di ripristino del decoro del salotto buono della città con risorse che si potevano destinare a ben altro. Invece no nascondiamo la spazzatura sotto il tappeto nuovo, militarizziamo inutilmente la città e accontentiamo la pancia della gente.
Ma prima o poi la realtà presenta il conto e il conto sono questi giovani arrabbiati che talvolta, sbagliando, si abbandonano ad atti di violenza gratuita e controproducente.
Ma attenzione loro ci stanno indicando la luna mentre noi guardiamo il dito!!

Blek

25 ottobre 2026 13:28

Mancanza di prospettive? Si per rompere le vetrine e rubarsi le Nike? Ma non mi faccia ridere, anche lei puntualmente come tanti di sinistra piu' o meno estrema, dimostra di aver capito ben poco di quel che sta succedendo. Ne conosco di gente disagiata,e non va certo in giro a lanciare bombe carta ai poliziotti o a sfasciare le vetrine...

Thomas Boccoli

25 ottobre 2026 13:16

Buongiorno dottor Grassi,
Condivido la sua analisi anche se credo che manchi di un grande segmento per chiudere il cerchio. È lecito avere dei sospetti e teorie dietrologiche con una tradizione tutta italiana fatta di depistaggi, false flag, operazioni segrete? Ricordiamo al proposito il G8 di Genova. Il giornalista Fracassi ne ha tratto un eccellente documentario. Anche il periodo del covid fa scuola visto quello che esce dalla Commissione e probabilmente molti hanno saltato le lezioni. Si guardi anche il docufilm del regista Minniti portato a Cremona dall'associazione Prisma: "Non è un caso, Moro". Lei poi fa riferimento agli episodi del 2015. In quell'occasione la stretta degli inquirenti ha toccato solamente la superficie (chiusura centro Dordoni) lasciando il sottobosco di affari e traffici sui richiedenti asilo praticamente indisturbati. E da allora non mi sembra ci siano state grandi retate contro il famigerato terrorismo islamico.
Ho letto anchio gli articoli della dottoressa Guaita, esperta appunto delle derive più estremiste del terrorismo islamico senza mai prendere in causa le volontà e le azioni dei servizi americani e israeliani. Alla fine il responsabile della chiamata alla distruzione di Milano (con un messaggino!)
sarebbe tale Yossef, guarda caso pro palestina e, orrore, corrispondente del Fatto quotidiano. A riprova dell'eccellente operazione mediatica sono i commenti dei cittadini che grondano odio verso un ragazzo di colore. Neanche un commento a far notare che delle rivendicazioni originali della protesta (carovita e sistema criminale che ci governa) non vi è piú traccia. Insomma due tre quattro piccioni con una fava! Buonagiornata

Nia Guaita

26 ottobre 2026 00:09


Mi permetto di intervenire, poiché il suo commento richiama esplicitamente i miei articoli e il mio lavoro sul terrorismo di matrice islamista.
Vorrei precisare che nei miei libri ho affrontato ampiamente proprio il ruolo degli Stati Uniti e le responsabilità delle strategie geopolitiche occidentali nelle dinamiche che hanno contribuito a plasmare il fenomeno jihadista. Affermare che io non prenda in considerazione le azioni e gli interessi americani, quindi, non corrisponde al contenuto delle mie analisi.
Sono favorevole a interrogarsi sui depistaggi, sulle operazioni clandestine e sulle responsabilità dei servizi di intelligence: la storia italiana offre vicende documentate che meritano di essere studiate seriamente. Ma ritengo altrettanto importante distinguere tra fatti accertati, ipotesi investigative e ricostruzioni che necessitano di prove.
Il pensiero critico non consiste nell'escludere a priori determinate responsabilità, ma neppure nel considerare i sospetti una dimostrazione. Lo stesso rigore deve valere per tutti gli attori, senza pregiudizi e senza conclusioni precostituite.
Quanto alla vicenda di Cremona, credo sia fondamentale accertare i fatti, distinguere le responsabilità individuali dalle appartenenze politiche o culturali e non perdere di vista le rivendicazioni sociali da cui la protesta ha avuto origine.
Il confronto è utile quando ci aiuta ad approfondire la realtà, non quando ci induce a sostituire una narrazione precostituita con un'altra.


Nia Guaita

25 ottobre 2026 23:51

Un'analisi che pone una questione fondamentale del nostro tempo: la vulnerabilità di una comunità non si misura soltanto dai danni materiali, ma anche dalla capacità di generare paura, disorientamento e insicurezza, fino a condizionare la vita collettiva senza che si verifichino disordini.
La vicenda di Cremona evidenzia quanto sia necessario comprendere i nuovi meccanismi di diffusione delle informazioni e il potere delle dinamiche digitali, capaci di trasformare messaggi, ipotesi e minacce in un'emergenza percepita come reale.
Servono cittadini capaci di verificare le fonti, istituzioni credibili e responsabili della comunicazione consapevoli del proprio ruolo, oltre a una cultura digitale che insegni a distinguere i fatti dalle percezioni e le informazioni attendibili dalle manipolazioni.
Perché oggi la sicurezza di una comunità non dipende soltanto dalla capacità di prevenire la violenza, ma anche da quella di impedire che la paura diventi uno strumento di condizionamento collettivo.

Blek

26 ottobre 2026 11:34

Brava. Serve anche una cultura digitale che impedisca la diffusione di appelli al formarsi di manifestazioni minacciose e che possono sfociare in atti di guerriglia urbana,ovvero in alternativa un controllo di polizia postale e non che prevenga la diffusione di tali messaggi. Visto come sono bravi i gestori dei servizi internet a censurare informazioni o blog che non s'addicono ad un determinato pensiero. Tra gli ultimi, da parte di X , il blog di Yuri intitolato "Hamas atrocities" sparito dalla circolazione per un"assurda motivazione senza appello e per cui e' in corso una vertenza legale.

Capannelle

27 ottobre 2026 06:56

Scusate.
Il lunedi post manifestazione di Milano arriva dalle scuole un invito ad andare a prendere i figli a scuola e a non mandarli il giorno dopo. Tutto questo perché due minorenni fanno una loro chat dove si invita ad un revival del sacco di Roma. Ma chi ha informato le scuole di questa incombente minaccia? Prefettura? Questura? Sulla base della chat dei ragazzini o in analogia ad altre chat che nei giorni precedenti hanno invece avuto forse largo seguito in contesti più grandi?
Credo che sia dovere di chi ha orchestrato due giorni di vuoto totale in città, visto che non c era un black block nemmeno a pagarlo, di spiegare ai cittadini il perché si sia creato un tale allarme. Non per incolpare nessuno, ma per fugare qualsiasi pensiero di malafede anche da parte parte delle istituzioni preposte, visto che a fronte del nulla accaduto spontaneo sgorga un bel "cui prodest"? E questo per due motivi. Il primo é quello che la prossima volta, senza spiegazione alcuna, pochi aderiranno all'invito. E la seconda é generare qualche dubbio sulla capacità di fronteggiare minacce eventualmente più serie di due perdiballe minorenni.

Manuel

27 ottobre 2026 17:50

Da quel che conosco io, alcuni circoli scolastici hanno invitato a presenziare regolarmente alle lezioni il giorno seguente, giusto perché ottenute rassicurazioni dagli organi competenti (immagino).
Probabilmente, questo “particolare” episodio di cronaca, ci aiuterà a calibrare, gestire meglio future “minacce”.
Non tutti i mali vengono per nuocere... speriamo.