La paura come arma: Cremona, Como e Lodi. E se l’obiettivo fosse proprio questo?
Una città può essere messa in ginocchio anche senza un solo disordine. La mattina del 20 ottobre Cremona ha offerto un’immagine insolita. Strade meno frequentate, traffico ridotto, parcheggi insolitamente vuoti. In via Palestro, proprio nell’orario in cui gli studenti si recano abitualmente a lezione, la presenza di ragazzi era molto inferiore al normale. Alcuni commercianti avevano abbassato le serrande, altri avevano protetto le vetrine o ritirato i tavolini all’esterno dei locali. Non era successo nulla di paragonabile agli scenari prospettati nelle ore precedenti. Il corteo annunciato non si è presentato e non si sono verificati i disordini temuti.
Eppure, qualcosa era già successo. La minaccia aveva prodotto effetti concreti prima ancora che si verificasse qualsiasi episodio di violenza.
Messaggi diffusi attraverso WhatsApp avevano alimentato la preoccupazione per possibili devastazioni, inducendo cittadini ed esercenti a modificare il proprio comportamento. Le autorità avevano predisposto controlli e misure preventive, mentre le famiglie cercavano informazioni attendibili sulla sicurezza dei figli. Il risultato è paradossale: nessuna delle scene più temute si è materializzata, ma la vita della città ne è stata comunque condizionata. È da qui che bisogna partire per comprendere la portata della vicenda.
La domanda scomoda: e se il risultato cercato fosse la paura? Quando si parla di disordini annunciati attraverso le chat, l’attenzione si concentra normalmente su una questione: chi stava organizzando la manifestazione e perché? È una domanda legittima, ma potrebbe non essere sufficiente. Occorre considerare anche un’altra possibilità: che la diffusione dei messaggi abbia perseguito, almeno in parte, un obiettivo diverso dall’organizzazione effettiva di violenze. E se qualcuno avesse voluto ottenere un risultato concreto attraverso la sola minaccia di disordini? Per provocare paura non è necessariamente indispensabile portare centinaia di persone in strada. In determinate circostanze può bastare diffondere informazioni sufficientemente credibili, indicare luoghi e orari, evocare l’arrivo di gruppi provenienti da altre città e lasciare che il messaggio si propaghi attraverso le reti sociali.
A quel punto si attiva una catena di reazioni. I cittadini cercano conferme. Le famiglie si preoccupano. I commercianti valutano se tenere aperte le attività. Le scuole ricevono richieste di chiarimento. Le autorità devono verificare le segnalazioni e predisporre misure di sicurezza. Anche quando la minaccia non si concretizza, il suo impatto può essere significativo. Questo meccanismo mostra perché gli investigatori debbano interrogarsi non soltanto sulla credibilità delle minacce, ma anche sulle intenzioni di chi le ha diffuse.
La paura produce conseguenze reali. L’aspetto più rilevante non è soltanto la reazione emotiva dei cittadini. La paura modifica comportamenti, decisioni e priorità. Un commerciante che abbassa la serranda rinuncia potenzialmente a una giornata di lavoro. Una famiglia che teme per la sicurezza dei figli vive ore di incertezza. Una strada che si svuota restituisce l’immagine di una città sotto pressione. Nel frattempo, le forze dell’ordine devono impiegare personale e risorse per verificare le segnalazioni, controllare i luoghi indicati e prevenire eventuali episodi di violenza. Sono misure necessarie. Nessuna autorità responsabile potrebbe ignorare una minaccia soltanto perché potrebbe rivelarsi infondata. Ma proprio questa necessità apre una questione importante: chi diffonde intenzionalmente falsi allarmi o minacce strumentali potrebbe sfruttare la doverosa risposta delle istituzioni per ottenere un effetto ulteriore. Se qualcuno sfruttasse consapevolmente questo meccanismo, potrebbe riuscire a condizionare una comunità senza dover affrontare direttamente le forze dell’ordine. È questa la possibilità che merita di essere esaminata, senza trasformarla prematuramente in una conclusione.
Cremona, Como, Crema e Lodi: coincidenze da verificare. La vicenda assume un significato più ampio alla luce delle segnalazioni provenienti da altri centri lombardi. A Como, secondo le ricostruzioni giornalistiche del 19 ottobre, gli investigatori avrebbero individuato gruppi WhatsApp nei quali venivano prospettate nuove devastazioni per sabato 24 ottobre, con riferimenti a negozi e attività commerciali. A Crema e nel Lodigiano sono circolati messaggi relativi a presunte proteste e a possibili situazioni di pericolo nelle scuole, comprese informazioni successivamente smentite. Questi episodi presentano contenuti e caratteristiche differenti. La loro vicinanza temporale, tuttavia, rende opportuno verificare se esistano collegamenti tra le comunicazioni, gli amministratori delle chat e le modalità con cui i messaggi sono stati diffusi. Le ipotesi sono diverse ma non si può escludere che, in uno o più casi, qualcuno abbia cercato deliberatamente di generare paura.
Il ruolo delle chat: organizzazione, provocazione o amplificazione? Le comunicazioni digitali costituiscono un elemento centrale della vicenda. Le chat consentono di diffondere rapidamente messaggi, raggiungere numerosi destinatari e alimentare la percezione che una minaccia sia più concreta di quanto sia effettivamente dimostrato. Un messaggio inoltrato ripetutamente può apparire sempre più credibile, soprattutto quando contiene riferimenti precisi a luoghi, orari o presunti obiettivi.
È necessario distinguere almeno tre situazioni:
- Organizzazione concreta: i messaggi sono parte di un tentativo reale di coordinare persone e azioni.
- Provocazione deliberata: i messaggi vengono diffusi per intimidire, provocare una reazione o creare disordine, anche senza un piano operativo concreto.
- Amplificazione incontrollata: contenuti originariamente infondati vengono rilanciati da utenti che possono anche credere che siano autentici.
Le tre dinamiche possono produrre conseguenze simili, ma implicano responsabilità e intenzioni molto diverse. Per distinguere queste ipotesi occorre ricostruire la cronologia delle comunicazioni, verificare le fonti originarie e accertare chi abbia effettivamente partecipato alla diffusione dei messaggi. È importante, inoltre, non attribuire significati eccessivi a singoli elementi tecnici, come un prefisso telefonico internazionale: senza ulteriori riscontri, non permette di identificare la posizione reale di un utente né di dimostrare un eventuale coinvolgimento straniero.
Una forma di pressione che non richiede necessariamente la violenza. La vicenda suggerisce una riflessione più generale sulla vulnerabilità delle comunità locali alla diffusione di minacce online. La violenza fisica è soltanto una delle possibili conseguenze di un clima di intimidazione. Anche la convinzione che la violenza possa verificarsi può modificare il comportamento delle persone. Quando una comunità comincia a evitare determinati luoghi, quando le attività commerciali rinunciano ad aprire e quando le famiglie non sanno più distinguere le informazioni attendibili dalle voci, la minaccia ha già alterato la normalità quotidiana. Questo significa che la produzione e la diffusione della paura possono diventare un obiettivo autonomo, distinto dall’effettiva realizzazione della violenza. La domanda da farsi non è soltanto se qualcuno avesse intenzione di devastare una città. È anche se qualcuno avesse interesse a far credere ai suoi abitanti che la città non fosse più sicura.
Che cosa dovrebbero accertare gli investigatori? Per comprendere la natura degli episodi occorre andare oltre il contenuto dei singoli messaggi. Le verifiche più importanti riguardano:
1. L’origine delle comunicazioni. Chi ha creato i gruppi e diffuso per primo gli annunci? Gli amministratori erano realmente coinvolti nell’organizzazione oppure si limitavano a ospitare le conversazioni?
2. La cronologia. Quando sono comparsi i primi messaggi? Quanto tempo è trascorso prima che raggiungessero le famiglie, le scuole, i commercianti e le autorità?
3. L’attendibilità delle minacce. Gli obiettivi indicati erano associati a un progetto concreto oppure erano stati scelti per rendere i messaggi più credibili?
4. I collegamenti tra le città. Esistono elementi verificabili che colleghino le chat di Cremona a quelle di Como e alle comunicazioni diffuse altrove?
5. Le intenzioni degli autori. Le comunicazioni miravano a organizzare violenze, intimidire la popolazione, provocare una reazione delle autorità oppure diffondere informazioni false? Quest’ultimo punto è particolarmente importante.
La differenza tra un progetto di violenza fallito e una campagna concepita principalmente per generare paura non può essere stabilita soltanto osservando che cosa è accaduto nelle strade. Richiede l’analisi delle comunicazioni e delle circostanze in cui sono state diffuse.
La vera posta in gioco: la fiducia dei cittadini. Una comunità sicura non è soltanto una comunità nella quale non si verificano aggressioni o devastazioni. È anche una comunità nella quale i cittadini possono distinguere una minaccia credibile da una voce infondata, ricevere informazioni affidabili e confidare nella capacità delle istituzioni di proteggerli. Quando messaggi non verificati riescono a svuotare le strade e a modificare le abitudini quotidiane, la questione supera il singolo episodio e serve comprendere chi abbia generato l’allarme, con quali intenzioni e con quali eventuali collegamenti. Perché, se dietro alcuni di questi episodi emergesse una volontà deliberata di intimidire la popolazione, il problema non riguarderebbe soltanto l’ordine pubblico. Riguarderebbe anche la capacità di soggetti non ancora identificati di condizionare la vita collettiva attraverso la manipolazione della percezione del rischio.
Conclusione: e se il vero obiettivo fosse non far accadere nulla, ma far temere il peggio? A Cremona i disordini annunciati non si sono verificati. Eppure, per alcune ore, la città ha vissuto come se il pericolo fosse imminente. È questo il dato che merita di essere approfondito e la domanda è legittima. E se l’obiettivo non fosse stato mettere a ferro e fuoco le città, ma costringere i cittadini a comportarsi come se ciò stesse per accadere? Una strategia del genere, qualora fosse dimostrata, avrebbe una caratteristica precisa: potrebbe ottenere effetti reali senza richiedere necessariamente un’escalation di violenza fisica.
La paura può essere una conseguenza della violenza. Ma può anche diventare uno strumento di pressione. La domanda, dunque, non è soltanto chi volesse provocare disordini, ma chi potrebbe aver avuto interesse a seminare paura e insicurezza. Perché una città può essere messa sotto pressione anche senza che venga lanciata una sola pietra.
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commenti
Anna L. Maramotti Politi
20 ottobre 2026 14:59
L'analisi puntuale della Dr. ssa Nia Guaita non è solo convincente. Ritengo infatti che gli eventi--non evidenti siano stati confezionati ad hoc. Sin qui una sensazione a fior di pelle.
Ma quanto l'analisi della Dr. Nia Guaita insegna va ben oltre: insegna le fermezza di un pensiero non servile, non da truppe camellate e neppure da pavidi osservatori.
Lo studio della Dr. Guaita, che entra nel profondo dei meandri della psicologia di gruppo, ha carattere terapeutico. Il comportamento, di cui siamo stati testimoni, è connesso alla volontà di destabilizzare. Identifica una strategia che trova applicazione in qualsiasi operazione propriamente "bellica" e sposa la logica dell'imprevisto e dell'imprevedibile.
L'Autrice (ecco perchè ho definito il suo testo terapeutico) insegna a non subire le logiche perverse di chi vuol indurre in errore per creare una situazione che supera il disagio e, conseguentemente, per creare le condizioni di un'istabilità permanente.
Lo scopo palese di quanto accaduto è quello, da una parte, di fomentare la rabbia; dall'altra di sfibrare provocando una stanchezza patologica che prenda la forma dell'insicurezza e dell'accettazione passiva.
Il testo della Dr. Nia Guaita va tenuto come "prontuario" per apprendere come comportarsi uscendo dai ristretti confini di due posizioni contrapposte.
La "conoscenza" è l'unico modo per affrontare con razionalità gli eventi e per non subire un'attesa che può diventare estenuante e che s'identifica come violenza gratuita.
La democrazia non può essere in balia di strategie di un gruppo di sè dicenti politici e di maestri che manipolano i giovani. Un tale approccio è estremamente pericoloso perchè lascia le giovani menti in balia di ideologie che prendono la forma della rabbia e approdono solo all'autodistruzione. Tanto, i giovani, sono carne da macello!!
I giovani hanno il diritto di affrontare la realtà partendo da dati certi e soprattutto da una conoscenza approfondita che insegni a discernere i fatti reali, provati e dialetticamente esaminati con argomentazioni e non slogan .
I giovani sono ricchi di potenzialità, ma guai a chi queste le mortifica e "li prende per la pancia". Non insegnare ad aver attenzione solo per una guerra, ma ad avere attenzione per tutte, insegnare il rapporto fra tecnica e A.I. a servizio dell'umanità, insegnare che l'economia è tale solo quando si prende cura di ogni uomo e non si avvale della violenza; insegnare che i "valori non negiziabili" sono riferimenti di umanità aperta che sa salvaguardare la propria identità culturale per potersi confrontare con quella degli altri, soprattutto insegnare a non mistificare la realtà. Chi è privo di un'identità culturale non può confrontarsi con le altre culture. Necessariamente il tema si amplia. Rimane però fermo un riferimento catalizzatore: la consapevolezza che un "bonismo " di comodo è deleterio per il vivere sociale.
Nia Guaita
20 ottobre 2026 17:24
Cara Anna. La ringrazio per questa riflessione così articolata e per aver colto il senso del mio articolo. Condivido soprattutto il richiamo alla necessità di educare i giovani al pensiero critico, alla capacità di distinguere i fatti dagli slogan e di non lasciarsi trascinare da reazioni emotive indotte o amplificate.
Vorrei però precisare un punto essenziale del mio ragionamento: il mio intento non era proporre una spiegazione definitiva degli eventi, ma sollevare interrogativi che meritano di essere approfonditi. L'eventualità che la paura sia stata deliberatamente utilizzata come strumento di pressione è un'ipotesi da verificare, non una conclusione già dimostrata.
È proprio qui, a mio avviso, che risiede il valore della conoscenza: non nel sostituire una narrazione con un'altra, ma nel saper sospendere il giudizio, verificare le informazioni e cercare riscontri prima di arrivare a conclusioni.
In una società esposta a una comunicazione sempre più rapida, emotiva e spesso incontrollata, questa capacità è fondamentale. Lo è soprattutto per i giovani, che hanno diritto a strumenti per comprendere la realtà, sviluppare autonomia di giudizio e non diventare terreno di scontro per interessi che non conoscono o non comprendono pienamente.
La ringrazio ancora per aver ampliato la riflessione oltre i confini del singolo episodio. La difesa della democrazia passa anche da qui: dalla libertà di interrogarsi, dal rigore nell'analisi e dal rifiuto di scambiare le convinzioni per fatti accertati.
Anna L. Maramotti Politi
20 ottobre 2026 17:56
Condivido pienamente le sue precisazioni. Non voleva il mio intervento essere però una conclusione tranchant, ma voleva avvalorare la considerazione dell'iper complessità della situazione. La sospensione di giudizio (epoché) è condizione necessaria per un atteggiamento critico. A questo vanno educati i giovani. Oggi tante ideologie sono professate da altrettanti pifferai che magici non sono, ma ugualmente trascinano i giovani. Ben sappiamo che fine hanno fatto i bambini seguendo la musica del Pifferaio di Hamelin.
Alessandra
22 ottobre 2026 04:35
Come si fa ad educare i giovani quando non lo sono i genitori già da varie generazioni?
Nia Guaita
22 ottobre 2026 07:09
Alessandra, la domanda è legittima e tocca un problema profondo: non si può chiedere ai giovani di essere migliori degli adulti se questi ultimi non sono disposti a mettersi in discussione. Il rispetto, le regole e il senso di responsabilità non si insegnano soltanto a parole, ma soprattutto attraverso l'esempio. Tuttavia, sarebbe sbagliato condannare intere generazioni: ci sono genitori che fanno del loro meglio e ragazzi che dimostrano ogni giorno maturità e sensibilità. La vera sfida è ricostruire un'alleanza tra famiglia, scuola e società, perché educare non è compito di qualcuno soltanto, ma una responsabilità collettiva.
biagio
21 ottobre 2026 13:00
Nessuno mette in discussione la gravità dei fatti avvenuti, che meritano una ferma condanna. Proprio per questo condivido l'invito ad approfondire le cause e le dinamiche del fenomeno, evitando risposte dettate dalla fretta o dall'emotività.
C'è però una contraddizione che merita di essere evidenziata. Da una parte si invita i cittadini a non farsi condizionare da voci incontrollate e allarmismi; dall'altra, tra i primi a prendere sul serio quelle stesse voci ci sono state le istituzioni, con mobilitazioni straordinarie e allarmi pubblici. Se chi dispone degli strumenti per valutare una minaccia si comporta come se fosse reale, è difficile pretendere che il cittadino comune reagisca diversamente.
Anche l'annuncio dell'invio di 500 militari a Milano lascia qualche interrogativo. Se fenomeni di questo tipo nascono e si diffondono attraverso i social, non è affatto detto che si ripresentino negli stessi luoghi. È giusto che, in presenza di segnali preoccupanti, le forze dell'ordine vengano allertate e messe nelle condizioni di intervenire rapidamente. Ma proprio per questo esistono strutture operative, uomini e mezzi già pronti ad agire quando necessario. La vera sfida non è occupare preventivamente ogni spazio pubblico, bensì individuare in anticipo dove il rischio possa concretamente manifestarsi e intervenire con tempestività se e quando si presenta.
Per questo la risposta più efficace non dovrebbe limitarsi al presidio del territorio, ma passare soprattutto attraverso l'attività investigativa, il monitoraggio e la prevenzione svolti dagli organi già preposti a questo compito. La forza dello Stato si misura prima di tutto nella capacità di prevenire, non soltanto in quella di reagire.
Proprio per questo è importante distinguere tra la necessità di garantire la sicurezza e la tentazione di trasformare ogni allarme in un'emergenza permanente. Una società complessa richiede certamente fermezza quando necessario, ma anche capacità di analisi, proporzionalità e comprensione dei fenomeni. La sicurezza non si costruisce con gli annunci, ma con il lavoro quotidiano di prevenzione, intelligence e presenza delle istituzioni sul territorio.
Colpisce inoltre che molte delle misure presentate come risposte straordinarie fossero già previste dalle norme esistenti. Più che nuove strategie, si è assistito alla riproposizione di strumenti già disponibili. Da qui il dubbio che l'esigenza di mostrare fermezza abbia finito per prevalere sulla necessità di comprendere fino in fondo il fenomeno e le sue cause.
In definitiva, il rischio è che la paura diventi il vero risultato ottenuto. Per questo, più che moltiplicare gli annunci, sarebbe utile capire cosa è successo, perché è successo e come evitare che si ripeta. La sicurezza non si misura dal numero di dichiarazioni o di uomini schierati, ma dalla capacità dello Stato di prevenire i problemi e di infondere fiducia nei cittadini attraverso i fatti. Biagio
Nia Guaita
21 ottobre 2026 17:51
Biagio, condivido il suo ragionamento su un punto fondamentale: uno Stato efficiente deve saper prevenire, non soltanto reagire. La sicurezza non si misura dal numero di uomini schierati durante un'emergenza, ma soprattutto dalla capacità di individuare i rischi in anticipo, comprenderne le cause e intervenire prima che producano conseguenze.
Proprio per questo, però, credo sia necessario andare oltre la gestione dell'emergenza e interrogarsi sulla natura di quanto è accaduto.
Se una minaccia, anche senza concretizzarsi, riesce a svuotare le strade, condizionare le attività commerciali, preoccupare le famiglie e mobilitare le forze dell'ordine, non dovremmo chiederci anche se qualcuno possa aver avuto interesse a provocare proprio questi effetti?
Naturalmente, non possiamo affermare che dietro vi fosse una strategia deliberata per seminare paura senza disporre di prove. Ma sarebbe altrettanto sbagliato escludere questa possibilità senza averla adeguatamente verificata.
È qui che, a mio avviso, la prevenzione assume il suo significato più importante: non limitarsi a predisporre uomini e mezzi per fronteggiare eventuali disordini, ma svolgere un'attività investigativa capace di risalire all'origine dei messaggi, ricostruire le modalità della loro diffusione e accertare le intenzioni di chi li ha diffusi.
La presenza sul territorio e la capacità di intervenire tempestivamente restano indispensabili, ma non possono sostituire l'intelligence, l'analisi e il lavoro investigativo. Sono strumenti complementari, che devono essere utilizzati in modo proporzionato e sulla base di valutazioni concrete.
In fondo, il punto centrale del mio articolo è proprio questo: non basta chiedersi come impedire che una città venga messa a ferro e fuoco. Bisogna anche capire se qualcuno stia cercando di condizionarla attraverso la paura, persino senza provocare disordini.
Perché prevenire significa anche questo: comprendere il fenomeno prima che si ripeta, anziché limitarsi a gestirne gli effetti. E la sicurezza si costruisce con la capacità di anticipare i problemi, con indagini efficaci e con informazioni affidabili, non soltanto con le risposte emergenziali.
Blek
21 ottobre 2026 20:21
Ma forse era quello che tutti speravamo,e cioe' che si fosse trattata di una burla pazzesca,quella dei 2/3 ragazzini che hanno svuotato la citta' nella giornata di martedi' 20 ottobre,suscitando non poca ironia ,a sinistra, in chi ritiene la cittadinanza e le istituzioni ree di essersi fatte prendere in giro da due ragazzi.
Gia',ma stanno proprio cosi' le cose? Sarebbe semplicistico,un bell'azzardo chiuderla qua . Le indagini continueranno , credo,spero. Per chiarire e rintracciare eventuali collegamenti con organizzazioni,adulti che possono aver dato direttive,visto poi che l'allarme e' scattato contemporaneamente in diverse citta' . Visto che di danno ne hanno fatto parecchio,vuoi per emulazione dei fatti di Milano appena successi,vuoi per altro. E se per devastare fisicamente una citta' ci vogliono tante persone , per creare un gran danno dal computer,ne basta una sola, un "bambino" .Si tratta allora di capire se ci sono forze operanti in Italia e in Europa che mirano a destabilizzarle .Si eccome. Sono scese in piazza a Parigi come a Milano. E non e' necessario che agiscano sempre violenza, puo' bastare intimidire una popolazione per paralizzarne la vita. E' gia' successo e rientra nelle loro tecniche. E per far questo potrebbero avvalersi anche di un solo adolescente? E perche' no?cio' che conta e' il risultato non lo strumento. Agli inquirenti stabilire gli eventuali collegamenti. Personaggi del calibro di Ben Shapiro e Ayan Hirsi Ali, dicono che come europei non siamo pronti a capire cosa sta succedendo e cosa ci arrivera' . Per capirlo bisogna fare quella prevenzione che lei consiglia in forma di conoscenza, quindi fare cultura,ovvero non agire emotivamente, come dice Biagio. Il riscontro di uscite assolutamente infelici, vere e proprie sentenze ancor prima dell'avvio delle indagini,da parte di alte figure istituzionali, quale quella del ministro Piantedosi, che defini' non terroristico l'atto di el Koudri a Modena, quando le indagini erano appena partite,e nientemeno che quella del Presidente Mattarella,a definire i fatti di Milano "imprevisti e commessi da persone inedite", non puo' che portarmi a dar ragione alle profezie di sventura dei due americani, e pensare alla giusta idea di prevenzione che lei, cara dottoressa, cerca di trasmetterci, come a una "bella" chimera!
Nia Guaita
22 ottobre 2026 07:21
Il suo contributo Blek coglie un punto centrale del mio articolo: sarebbe prematuro liquidare quanto accaduto come una semplice burla senza aver prima chiarito l'origine dei messaggi, le intenzioni di chi li ha diffusi e le eventuali connessioni tra gli episodi verificatisi in città diverse.
Naturalmente, non possiamo escludere che dietro l'allarme vi siano stati soltanto pochi ragazzi, così come non possiamo dare per dimostrata l'esistenza di organizzazioni o strategie di destabilizzazione. Sono ipotesi differenti, che richiedono riscontri e non conclusioni anticipate.
Ma c'è un aspetto che resta anche indipendentemente dall'identità degli autori: la paura ha prodotto conseguenze reali, condizionando la vita dei cittadini, le attività commerciali e il lavoro delle istituzioni. È proprio questo che rende necessario comprendere che cosa sia successo.
Concordo con lei anche sull'importanza della prevenzione attraverso la conoscenza e la cultura. Prevenire non significa alimentare allarmismi, ma neppure minimizzare i segnali che meritano attenzione. Significa imparare a riconoscere i rischi, verificare le informazioni e sviluppare gli strumenti critici per non esserne vittime.
Il compito degli investigatori è accertare i fatti; quello dell'informazione è porre le domande giuste, senza trasformare i sospetti in certezze. Solo così possiamo evitare tanto la sottovalutazione quanto le conclusioni affrettate.
marco
22 ottobre 2026 17:52
Al netto di tutte le considerazioni di sociologi,psicologi o commentatori la gente ha paura e non è solo percezione.
La città con i negozi chiusi e gli studenti a casa per colpa di due ragazzini in cerca di emulazione è la dimostrazione lampante di come i social possano condizionare la nostra vita.
Purtroppo non è da sottovalutare anche l'impatto giornaliero delle migliaia di immigrati irregolari che vivono di espedienti nelle città mentre dovrebbero essere rimpatriati e che creano uno stato di paura e allerta che ha raggiunto livelli altissimi in Italia.
Tutti i giorni leggiamo notizie di furti, risse,aggressioni violente anche contro le donne ma anche di Daspo,Darcur, ordini di allontanamento che non sortiscono effetti.
E nelle stazioni non và meglio,con passeggeri oppure controllori in balia delle escandescenze di persone che pretendono di essere categorie a parte e quindi liberi di non pagare nulla.
Quanti mandano con il cuor leggero figli e figlie la sera in città teatri di episodi cruenti che riempiono quotidianamente le pagine dei giornali?
Ho sentito nelle trasmissioni televisive o nei commenti più volte l'accusa di una mancanza di strategie per una maggiore inclusione e integrazione.
Non sono d'accordo perché il tutto non può essere a senso unico ma deve essere accettato e vissuto anche dall'altra parte.
È inutile che ci giriamo intorno,i cittadini vogliono sicurezza e come la si otterrà non interessa.
L'Italia merita rispetto per tutto quello che mette in campo per aiutare e se qualcuno sbaglia deve subirne le conseguenze senza accampare scusanti perche' ha fatto una scelta considerandosi al di sopra di tutto e di tutti.anche se minorenne.
Poi avrà tempo per pentirsi e cambiare rotta.
Che siamo un esempio per tutti,un po' di fermezza non guasta.
Al netto di tutte le considerazioni di sociologi,psicologi o commentatori la gente ha paura e non è solo percezione.
La città con i negozi chiusi e gli studenti a casa per colpa di due ragazzini in cerca di emulazione è la dimostrazione lampante di come i social possano condizionare la nostra vita. Non è anche da sottovalutare l'impatto delle migliaia di immigrati irregolari che vivono di espedienti nelle città mentre dovrebbero essere rimpatriati e che creano uno stato di paura e allerta che ha raggiunto livelli altissimi.
Quanti mandano con il cuor leggero figli e figlie la sera in città teatri di episodi cruenti che riempiono quotidianamente le pagine dei giornali?
Meglio i centri commerciali dove la vigilanza privata è sempre all'erta.
Tutti i giorni leggiamo notizie di furti, risse dovute dell'alcool,aggressioni violente anche contro le donne ma anche di Daspo,Darcur, ordini di allontanamento che non sortiscono effetti.
E nelle stazioni non và meglio,con passeggeri oppure controllori in balia delle escandescenze di persone che pretendono di essere categorie a parte e quindi liberi di non pagare nulla.
Ho sentito nelle trasmissioni televisive o nei commenti più volte l'accusa di una mancanza di strategie per una maggiore inclusione e integrazione.
Non sono d'accordo perché il tutto non può essere a senso unico ma deve essere accettato e vissuto anche dall'altra parte.
Non siamo più nel dopoguerra e sono sempre più convinto che chi entra in Europa debba sottoscrivere una sorta di contratto dove si impegna a rispettare il Paese che lo aiuterà nell'integrazione, rispettandone le leggi.
Leggo che In Francia hanno tagliato i sussidi a chi ha depredato negozi,messi a Ferro e fuoco le città.
E un Italia? Giustifichiamo ancora?
È inutile che ci giriamo intorno,i cittadini vogliono sicurezza e come la si otterrà non interessa.
L'Italia merita rispetto per tutto quello che mette in campo per aiutare e se qualcuno sbaglia deve subirne le conseguenze senza accampare scusanti perche' ha fatto una scelta considerandosi al di sopra di tutto e di tutti.
Nia Guaita
22 ottobre 2026 18:24
Condivido un punto fondamentale del suo intervento Marco: la paura dei cittadini non può essere liquidata come una semplice percezione. Se una famiglia teme per la sicurezza dei figli, se un commerciante chiude il negozio e se una città modifica le proprie abitudini sulla base di minacce diffuse attraverso i social, le conseguenze sono reali e meritano attenzione.
È esattamente da questa considerazione che nasce il mio articolo.
Il mio intento, tuttavia, non era minimizzare il problema della sicurezza, né giustificare comportamenti criminali o mettere in discussione la necessità di far rispettare le leggi. Era porre una domanda ulteriore: chi genera queste paure, con quali intenzioni e con quali eventuali obiettivi?
Sicurezza, legalità e integrazione non sono necessariamente questioni contrapposte. Chi commette reati deve risponderne secondo la legge, indipendentemente dalla propria provenienza. Allo stesso tempo, però, per comprendere un fenomeno sociale è necessario distinguere i comportamenti individuali dalle generalizzazioni che rischiano di coinvolgere intere categorie di persone.
Lei osserva giustamente che la paura non nasce soltanto dai messaggi sui social, ma anche dalle esperienze quotidiane e dalle notizie di aggressioni, furti e violenze. Proprio per questo è importante non confondere fenomeni differenti, ma analizzarli con serietà, individuandone le cause e verificando quali interventi siano davvero efficaci.
Il punto centrale del mio articolo rimane un altro: se una minaccia riesce a condizionare la vita di una città anche quando i disordini annunciati non si verificano, dobbiamo chiederci se, in determinati casi, la paura non sia soltanto una conseguenza degli eventi, ma anche un risultato deliberatamente ricercato.
Garantire la sicurezza significa certamente prevenire e reprimere i reati. Ma significa anche impedire che informazioni false, minacce strumentali e allarmismi incontrollati riescano a compromettere la serenità collettiva.
Non si tratta di scegliere tra sicurezza e analisi sociologica. Si tratta di utilizzare entrambe per comprendere meglio ciò che accade e individuare risposte efficaci, senza sottovalutare le preoccupazioni dei cittadini e senza rinunciare alla necessaria verifica dei fatti.
marco
22 ottobre 2026 20:49
Credo che ci abbiano portati lentamente e con costanza a questo stato di cose
Come? Esemplare è l'intervista ai genitori del dodicenne figlio di immigrati che ha lanciato il bidone contro i carabinieri,che ha saccheggiato il negozio.
Non sapevano dov'era, è un ragazzino conosciuto nel quartiere perché si comporta come un piccolo ras,seguito dai servizi sociali ma se ne sono disenteressati
Adesso è al Beccaria ma ora i genitori che parlano a malapena italiano si stracciano le vesti e promettono per lui solo casa/scuola dando la colpa ai suoi amici più grandi.
Solo ora,forse per paura di perdere la casa popolare e gli aiuti dello stato come fatto in Francia.
Buonismo, superficialità nelle valutazioni,aiuti dati a pioggia e senza progetti per una propria autonomia,non applicazione della legge, rimpatri non eseguiti,decreti Sicurezza che dovevano essere fin da subito piu' duri.
È netta la sensazione che qualcuno voglia instaurare un regime di paura ( anarchici,gruppi islamici...le teorie si sprecano) perché è ovvio che non si possa avere la boccia di cristallo per prevedere future esplosioni di violenza.
Ma non è da sottovalutare la reazione dei cittadini che potrebbe essere ingovernabile.
Reputo che chi organizza manifestazioni debba essere obbligato ad attivare un proprio servizio d'ordine privato per controllare eventuali infiltrazioni che sono ben riconoscibili e le tecnologie ci sono.
Scoppieranno altri disordini? Vedremo cosa accadra'...avremo anche la fortuna di vedere qualche presa di posizione ufficiale delle varie organizzazioni che rappresentano le comunità di origine straniera oramai integrate?
Forse, invece quello che nessuno ha ancora capito è che i ragazzi italiani di seconda o terza generazione non si sentiranno mai pienamente riconosciuti come italiani se in casa respirano ancora l'odio da parte dei genitori nei confronti del paese che li ha accolti .
La serenità collettiva è già andata a ramengo da parecchio tempo se le comunità scoppiano di minori problematici,le carceri minorili idem e i reparti di psichiatria lavorano a pieno ritmo...non trova?
Nia Guaita
23 ottobre 2026 10:39
Marco, credo che lei tocchi alcuni problemi reali, sui quali sarebbe sbagliato chiudere gli occhi: le difficoltà educative di alcune famiglie, le carenze degli interventi istituzionali, la mancata tempestività nel contrastare comportamenti devianti e la necessità che le regole siano rispettate da tutti. Quando un minore manifesta ripetutamente comportamenti violenti, non è sufficiente registrare il problema: occorre intervenire, coinvolgendo la famiglia, la scuola e i servizi competenti, con responsabilità chiare e verifiche concrete sui risultati.
Tuttavia, proprio perché la questione è seria, credo sia necessario distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Un episodio di cronaca, per quanto grave, non è sufficiente a dimostrare che esista una strategia organizzata per instaurare un clima di paura. Né possiamo attribuire automaticamente le responsabilità dei comportamenti di alcuni ragazzi alle loro origini, alle convinzioni delle loro famiglie o a presunti disegni di gruppi non identificati. Sono ipotesi che richiedono riscontri, non conclusioni alle quali arrivare sulla base della preoccupazione, per quanto comprensibile, che attraversa la società.
C'è poi un aspetto che, da sociologa, considero fondamentale: la sicurezza non si costruisce soltanto reprimendo i comportamenti illegali, ma anche impedendo che il disagio si trasformi in devianza e che la devianza diventi una condizione stabile. Questo non significa giustificare chi sbaglia. Significa intervenire prima, con maggiore efficacia, senza rinunciare alle conseguenze previste dalla legge quando vengono commessi reati.
Condivido anche la sua osservazione sul riconoscimento dell'identità. Un ragazzo nato o cresciuto in Italia deve poter sviluppare un senso di appartenenza alla comunità in cui vive. Ma questo processo richiede responsabilità da entrambe le parti: rispetto delle leggi, adesione ai principi di convivenza civile, impegno educativo delle famiglie e capacità delle istituzioni di trasmettere regole chiare, senza discriminazioni e senza ambiguità.
Non possiamo però dare per scontato che i ragazzi di seconda o terza generazione siano destinati a non sentirsi italiani, né che respirino necessariamente ostilità verso il Paese nelle proprie famiglie. Anche su questo punto servono analisi, non generalizzazioni.
Infine, torno al tema da cui è nato il mio articolo. Lei sostiene che siamo stati condotti lentamente verso questa situazione e che la serenità collettiva sia compromessa da tempo. È una riflessione che merita di essere approfondita. Ma proprio per questo dobbiamo chiederci quali siano le cause effettive, quali responsabilità siano documentabili e quali interventi possano produrre risultati.
La paura dei cittadini è reale e non va minimizzata. Ma non dobbiamo permettere che la paura diventi, a sua volta, lo strumento con cui interpretiamo indistintamente ogni fenomeno sociale.
La fermezza è necessaria, ma deve essere accompagnata dalla lucidità. La legalità deve valere per tutti, ma anche le responsabilità devono essere accertate. E l'integrazione non può essere un alibi per chi commette reati, così come l'origine di una persona non può diventare una presunzione di colpevolezza.
È su questo equilibrio, tutt'altro che semplice, che si misura la capacità di una società di garantire sicurezza senza rinunciare ai propri principi.
Pierpa
23 ottobre 2026 13:37
Amplificazione incontrollata: il ruolo dei mezzi di comunicazione (mai neutri, hanno dei "padroni", che non sono i lettori) non è, a mio parere, secondario. E fornisce un contributo notevole al raggiungimento degli scopi descritti.
Nia Guaita
23 ottobre 2026 17:42
Condivido pienamente la sua osservazione Pierpa. La maggior parte dei mezzi di comunicazione non si limitano a raccontare la realtà: attraverso la scelta delle notizie, il modo in cui vengono presentate e la loro reiterazione, contribuiscono anche a costruire la percezione collettiva degli eventi. E chi decide che cosa raccontare, come raccontarlo e con quale intensità non è sempre estraneo a interessi economici, editoriali o politici.
È proprio qui che il problema diventa più complesso: una minaccia può nascere in una chat, ma la sua capacità di condizionare un’intera comunità dipende anche da come viene amplificata, rilanciata e percepita. Il rischio è che, consapevolmente o meno, l’informazione finisca per alimentare proprio quel clima di paura che dovrebbe contribuire a chiarire.
Questo non significa attribuire ai media una responsabilità automatica. Significa, però, riconoscere che l'informazione non è mai un semplice passaggio neutrale di notizie: ha un peso, produce effetti e comporta responsabilità. Per questo la domanda non riguarda soltanto chi genera la paura, ma anche chi, attraverso la sua diffusione, contribuisce a renderla collettiva.
Blek
24 ottobre 2026 12:34
Una cosa sono i fatti ,altra cosa le interpretazioni. Da ben distinguere giusto! Potremmo chiamarli anche indizi,i primi.Per il Codice Penale italiano bastano anche pochi indizi, se forti,a costituire una prova. Ma alla fine tutto dipende da un'interpretazione che si da' ai fatti. E' un po' come il gatto che si morde la coda.E i processi allora vanno per le lunghe, come il caso di Modena, piu' ancora quello di Garlasco, complicandosi ulteriormente,o non arrivando ad alcuna conclusione.
E poi c'e' la paura,fondamentale. E lei ci chiede se quella suscitata a Cremona possa corrispondere a un disegno deliberato ad una strategia di cui e' l' unico fine.Per arrivare alla risposta, possiamo altresi' chiederci se esistono ideologie che giustificano quei fatti o addirittura li legittimano, da un certo punto di vista.Due i mondi tirati in causa sin da subito: la sinistra radicale che ha assunto in merito posizioni molto sospette ( a parte le ridicole giustificazioni), quale quell'offrire assistenza legale gratuita a quei criminali anche se possono pagarsela. Ma e' dell'altro mondo coinvolto e cioe' l'islam di cui voglio occuparmi. C'e' qualcosa nella sua dottrina che puo' essere implicato con la paura indotta a Cremona? Certamente,e non solo,ma anche con tutta la catena di eventi violenti che l'hanno preceduta.A partire dall'atteggiamento non proprio amorevole del Corano nei confronti dei miscredenti, tutti i non musulmani,a partire dal versetto 2:171 che li definisce " bestiame che nulla comprende". Per chi avesse problemi di interpretazione,preciso che bestiame non significa ne' angeli ne' santi; e che quel " nulla comprende" non e' sinonimo di persone intelligentissime. Che siamo ," bestie" lo ribadisce il versetto 8:55 e per di piu' sviate ,il versetto 25: 44. Quindi meritevoli della pena dell'inferno ( 98:6). Con queste premesse non posso aspettarmi un gran rispetto da chi segue fedelmente la legge coranica. Che il rapporto tra noi e loro non si debba basare su principi di pacifica e fiduciosa convivenza, lo definiscono diversi hadith secondo cui la guerra verso i miscredenti e' inganno. Questo spiega la tendenza a depistare,a minimizzare...che rende gli occidentali confusi,e quindi piu' vulnerabili per un prossimo attacco. Ma e' il versetto 3:152 che ci riguarda in particolare " getteremo il terrore nei miscredenti,"che si tratti di un vero e proprio attacco terroristico o solo di.una minaccia incompiuta, poco cambia.In quanto al saccheggio con relative rapine,Maometto docet col suo esempio di vita, e c'e' un intero capitolo del Corano la Sura 8, dedicato proprio al " bottino" da cui prende il titolo,a svelarci quanto la depredazione associata al ssccheggio, sia importante nella tradizione islamica. Molto altro ci sarebbe da dire,riguardo alle fonti in particolare. Se necessario....
Il Pontormo
30 ottobre 2026 16:26
ma cos'è tutto questo guaire 🤔 basta! BASTA!
Blek
30 ottobre 2026 17:13
Guaire? Se vuole capire come stanno le cose? Certo è' un po' complesso. Altrimenti beata ignoranza.