Uomini o umanoidi. Anche i "degradati" possono provare pietà. I potenti...
“I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro
che in qualunque modo fanno torto
altrui, sono rei non solo del male
che commettono, ma del pervertimento
ancora a cui portano gli animi degli offesi”
(A. Manzoni, I promessi sposi, cap. II).
Le notizie recenti che arrivano da oltre oceano mi sollecitano a rileggerle e commentarle alla luce di opere letterarie, che rimangono forse l’ultima fonte diretta di quanto la storia “riletta” attraverso le parole dei grandi autori possa ridiventare “magistra”. Di fronte a casi recenti di spietatezza che ha pochi uguali, viene voglia di interrogarsi sulle questioni morali fondamentali.
Il primo episodio da commentare è quello riguardante lo sbandieramento, da parte del presidente Trump e successivamente dal segretario della difesa USA, della fucilazione da trasmettere in streaming di Nidal Hasan, responsabile della morte di 13 persone e del ferimento di altre 32 nella base militare di Fort Hood. I fatti, come noto, sono avvenuti nel 2009 e l'ex maggiore dell'esercito americano è stato condannato a morte. Si tratterebbe della prima esecuzione pubblica dopo 90 anni. Le massime autorità del paese vorrebbero mostrare al popolo americano quali siano le conseguenze per crimini come quello dell’estremizzato Hasan.
Ora invece il presidente, viste le critiche che da moltissime parti gli sono state rivolte, interne e internazionali, anche da molti sostenitori repubblicani, ha deciso di sospendere la visione in streaming dell’evento, ma di mostrarla solo ai famigliari delle vittime. Da parte sua ha precisato l'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU: "La trasmissione in diretta streaming di un'esecuzione equivale a un'esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura".
A queste notizie a me, vecchio professore di lettere, sono tornate in mente alcune pagine di letteratura. le poesie di Giuseppe Gioacchino Belli dedicate al valore educativo delle pubbliche esecuzioni, soprattutto quelle eseguite da Mastro Titta, il famosissimo boia dello Stato Pontificio, che nella sua lunghissima carriera giustiziò 514 condannati, in 64 anni di attività. Il papa Pio IX come previsto, gli assegnò la pensione, un vitalizio di 30 scudi. Grazie ai quali ritornò alla sua città natale, Senigallia, dove visse fino al 1869.
La morte veniva inferta con la scure, più tardi con la ghigliottina, una “modernità” importata dalla Francia, o attraverso il “mazzolamento”, un colpo di mazza che spaccava il cranio del condannato. Nei casi di omicidi più efferati, il corpo dell’assassino veniva fatto a pezzi e mostrato alla folla. Lo ricorda lo stesso stesso Mastro Titta nel suo diario per la sua prima esecuzione: “Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in pubblico Valentano Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità”.
Belli compone sonetti in dialetto romanesco con apparente neutralità, mostrando le madri e i padri romani, che portavano i figli a vedere le esecuzioni in modo che i giovani potessero apprendere che fine fanno i delinquenti. Un alto fine educativo, dunque, non diverso da quello espresso dal Presidente Trump e dai suoi succubi collaboratori, che anche in questo dimostrano di essere all’avanguardia, come alcuni commentatori italiani odierni, del resto: “Che c’è di strano nel mostrare come finiscono gli assassini terroristi?”
Ma per me più istruttiva è la vicenda della condannata a morte, Christa Pike, che sopravvive a ben due iniezioni letali, poi riceve cure mediche ed ora rimane ammanettata, con le caviglie strette da pesanti catene, in attesa che il governatore del Tennessee il governatore del Tennessee, Bill Lee, decida sulla sua sorte: è incerto se concederle la grazia, come richiesto antecedentemente anche da papa Leone, o ripetere l’esecuzione letale con strumenti più adatti al suo caso più unico che raro. Su quali elementi baserà la sua decisione? Sull’onda di sopravvivenza di un minimo senso di umana pietà o sull’andamento dei sondaggi elettorali e il “gradimento” del pubblico?
L’episodio di Christa Pike mi ha richiamato un episodio eccezionale narrato da Primo Levi nel suo “I sommersi e i salvati”. Una ragazza adolescente chiusa nella camera a gas misteriosamente sopravvive, è viva quando passano a portare via i cadaveri per portarli al forno crematorio: “Nella camera a gas sono stati stipati e uccisi i componenti di un convoglio appena arrivato, e la Squadra sta svolgendo il suo lavoro orrendo di tutti i giorni, districare il groviglio di cadaveri, lavarli con gli idranti e trasportarli al crematorio, ma sul pavimento trovano una giovane ancora viva. L’evento è eccezionale, unico; forse i corpi umani le hanno fatto barriera intorno, hanno sequestrato una sacca d’aria che è rimasta respirabile.”
Gli uomini della Squadra dei “pulitori”, che pure hanno visto migliaia di morti gassati, rimangono colpiti e si impietosiscono di fronte al singolo volto, quello dell’altro che ti interroga: “La nascondono, la riscaldano, le portano brodo di carne, la interrogano: la ragazza ha sedici anni, non si orienta nello spazio né nel tempo, non sa dov’è, ha percorso senza capire la trafila del treno sigillato, della brutale selezione preliminare, della spogliazione, dell’ingresso nella camera da cui nessuno è mai uscito vivo. Non ha capito ma ha visto; perciò deve morire, e gli uomini della squadra lo sanno… questi schiavi abbrutiti dall’alcol e dalla strage quotidiana sono trasformati; davanti a loro non c’è più la massa anonima, il fiume della gente spaventata, attonita che scende dai vagoni: c’è una persona… viene chiamato un medico, che rianima la ragazza con un’iniezione: sì, il gas non ha compiuto il suo effetto, potrà sopravvivere, ma dove e come?”.
Questo episodio da Primo Levi è collegato ad una delle scene più intense dei “Promessi sposi”, quello della madre di Cecilia e dei monatti durante la peste, che passavano di casa in casa a prelevare i morti giornalieri. Ma quando uno di questi vuole prendere Cecilia morta dalle braccia della madre, questa lo allontana:
“Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l'inaspettata ricompensa, s'affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina.”
Il filosofo Salvatore Natoli, che commenta l’episodio, richiama un dato morale spesso sottovalutato: il destino del singolo, uomo o donna che sia, ci muove a pietà, in quanto diventiamo testimoni di una perdita, per questo diventiamo moralmente chiamati: “l’altro, infatti, mi obbliga per il semplice fatto di esistere; posso amarlo, odiarlo, soccorrerlo, sfruttarlo, ma una sola cosa non posso fare: ignorarlo… Solo guardando un volto si comprende quanto ogni vita è unica e se perduta irrisarcibile. La pietas è l’unico modo per reggere di fronte all’irrevocabile e mantenere vivo, per noi, ciò che muore.” (Natoli, “L’animo degli offersi e il contagio del male”, il Saggiatore).
Ma come finisce la storia della ragazza sopravvissuta alla camera a gas? Levi racconta che, a differenza degli uomini della Squadra e del medico, un certo Musfeld, un milite addetto agli impianti della morte, sopraggiunto, dopo averla guardata in volto ha un attimo di esitazione, anche lui non ha il coraggio di ucciderla di propria mano. Allora chiama un suo sottoposto e gli ordina di eliminarla, di ucciderla con un colpo alla nuca: è una possibile testimone dello sterminio. Levi commenta che questo Musfeld in un altro ambiente ed epoca storica probabilmente sarebbe stato una persona normale, come qualsiasi altro uomo. Ma il nazismo l’ha contagiato, è diventato spietato. E questa è una sua colpa aggiuntiva.
Il governatore del Tennessee Bill Lee, che di fronte al volto di una donna sopravvissuta a due iniezioni letali, per decidere come comportarsi consulta il gradimento elettorale del popolo americano, avrà il coraggio di alzarsi al livello morale di un monatto o dei componenti della Squadra dei pulitori delle camere a gas? Vedremo.
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commenti
Nia Guaita
22 ottobre 2026 18:48
Un testo che invita a riflettere su una questione fondamentale: la differenza tra giustizia e vendetta, tra la legittima condanna di un crimine e la trasformazione della punizione in uno spettacolo educativo.
Il richiamo a Belli, Primo Levi e Manzoni è particolarmente significativo. In tutti questi riferimenti emerge, attraverso prospettive differenti, un interrogativo che attraversa la storia: che cosa resta della nostra umanità quando il dolore e la morte dell'altro diventano strumenti per impartire una lezione alla collettività?
L'episodio della madre di Cecilia, nei Promessi sposi, è forse il passaggio più illuminante. Il monatto, abituato a maneggiare quotidianamente i corpi delle vittime della peste, davanti a quella madre e alla sua bambina sembra recuperare per un istante una sensibilità che il contatto continuo con la morte avrebbe potuto cancellare. Non è cambiata la realtà che lo circonda: è cambiato il suo modo di guardare.
È qui che la letteratura incontra la sociologia e l'etica. La violenza non si manifesta soltanto nell'atto di colpire o uccidere, ma anche nei processi attraverso i quali una società può abituarsi alla sofferenza, renderla ordinaria e persino attribuirle una funzione pedagogica.
Naturalmente, riconoscere l'umanità di chi ha commesso un delitto non significa negare la gravità del crimine, dimenticare le vittime o sottrarre il colpevole alle proprie responsabilità. Significa interrogarsi sui limiti morali del potere punitivo e sulla differenza tra amministrare la giustizia e spettacolarizzare la morte.
La lezione di Primo Levi, a mio avviso, è proprio questa: nessun sistema, nessuna ideologia e nessuna giustificazione collettiva possono cancellare la responsabilità individuale di chi agisce. E nessuna società dovrebbe considerarsi immune dal rischio di abituarsi alla disumanizzazione.
La vera domanda, allora, non riguarda soltanto il destino di una condannata o la legittimità di una pena. Riguarda anche il tipo di società che vogliamo essere e ciò che scegliamo di insegnare alle generazioni future.
Perché la civiltà di una comunità non si misura soltanto dalla fermezza con cui punisce chi sbaglia, ma anche dai limiti che sa imporre al proprio potere, soprattutto quando esercitarlo sembra trovare consenso nell'opinione pubblica.