La via della vera libertà
La domanda che il dottore della Legge rivolge a Gesù, non tocca un semplice dibattito accademico che riguarda quale dei 613 precetti tratti dalla Thora, e attentamente osservati dai farisei, fosse il più importante. L’interrogativo posto a Gesù, non meno dei precedenti che gli vengono presentati, riguarda la sua predicazione e l’immagine di Dio che da essa proviene. Implicitamente viene chiesto al Profeta di Nazareth, ora giunto nel Tempio di Gerusalemme, di esprimere se davvero il Dio di cui Egli parla e al quale si rivolge con il nome di “Padre”, sia davvero il Dio di Israele, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe che a Mosè ha consegnato la Legge su monte Sinai.
Colui che parla con il Maestro ha già quasi certamente in mente un precetto, ed è questo che da Gesù si aspetta di sentirsi dire: osserva il giorno di Sabato con il riposo, poiché in quel giorno Dio stesso si è riposato. Se Gesù avesse risposto così avrebbe compiaciuto il suo interlocutore e avrebbe dato prova della sua piena fedeltà alla tradizione di Israele. Colui che insegna la via di Dio e che da Dio è disceso, però, non dà mai le risposte “giuste” secondo i ristretti pensieri degli uomini, neanche stavolta.
Con le sue parole Gesù propone un’interpretazione completamente diversa della Legge di Israele e restituisce così una diversa immagine di Dio: prende due precetti tratti dall’elenco dei farisei, li fonde in un doppio precetto che pone a fondamento di tutti gli altri, dal quale tutti gli altri dipendono, o meglio sarebbe dire al quale tutti gli altri sono “aggrappati”.
“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” è il primo di questi due precetti fondamentali. Anche per i farisei a Dio si doveva una totalità: il numero 613 era la somma del numero dei giorni dell’anno unito al numero delle membra del corpo umano secondo la fisiologia del tempo, così che a Dio spettasse un’attenzione che coinvolgeva tutto il tempo dell’uomo e tutto il suo corpo. Per Gesù il tutto non è numerico, ma più profondo: il cuore, la vita, la mente. Gesù ci chiede di amare Dio con tutto ciò che ci appartiene: quello che abbiamo e quello che siamo, quello che attraversa la nostra interiorità e quello che possiamo operare all’esterno di noi con le nostre azioni. La totalità che il Maestro chiede non dipende da comandi da osservare, ma dall’amore che si sceglie di vivere. Per questo spontaneamente dal primo comandamento ne scaturisce un secondo: “amerai il tuo prossimo come te stesso”. Il primo comandamento alimenta il secondo, il secondo mostra la reale presenza del primo.
Dove c’è il fuoco dell’amore, c’è la luce della presenza di Dio e il calore dell’attenzione al prossimo. Non esiste un fuoco freddo o uno che non illumina, le due qualità del fuoco vanno sempre insieme, così è della presenza dell’amore nella nostra vita, si dirige a Dio e al prossimo.
Assumerci la responsabilità cristiana di accogliere realmente e profondamente il comandamento di Gesù, significa ripassare dentro di esso i panni delle nostre azioni, delle nostre abitudini, delle nostre umane tradizioni, della forma con cui preghiamo. I due comandamenti sono strettamente legati: si può amare Dio che non si vede solo amando il fratello che si vede, ci ricorda l’Apostolo Giovanni (cfr. 1Gv 4,20), oggi, in un’epoca profondamente differente dalla sua, non possiamo nemmeno pensare di amare davvero il prossimo che vediamo, se questo amore non è nutrito da quello per Dio; solo questo amore è garanzia di autenticità per ogni buona azione umana.
Penso che il commento più bello al duplice comandamento di Gesù, che abbiamo oggi nuovamente da Lui ricevuto, ci venga dalle parole di sant’Agostino, nella settima omelia a commento della Prima Lettera di Giovanni: “Una volta per tutte dunque ti viene dato un breve precetto: ama e fa' ciò che vuoi; se taci, taci per amore; se parli, parla per amore; se correggi, correggi per amore; se perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può nascere che il bene”. Là dove c’è l’amore autentico, quello del Vangelo, c’è vera libertà, perché non c’è possibilità di peccare, dal momento che la nostra volontà è trasfigurata dal Fuoco dello Spirito che brucia il peccato e purifica ogni nostra intenzione.
E se abbiamo bisogno di avere un’immagine di questo amore di cui sant’ Agostino ci parla, di questo amore così pieno, profondo, reale e completo, guardiamo a quel che Giovanni ci dice nel suo Vangelo, iniziando il racconto della passione e della risurrezione: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).
Rispondendo al dottore della Legge che vuole metterlo alla prova, Gesù mostra il vero volto di Dio e dell’uomo. Ci parla di un Dio che ci ama per primo, gratuitamente e non perché rispettiamo i suoi precetti. E poiché così è Dio, ci dice che l’uomo, creato a Sua immagine e somiglianza, raggiunge la pienezza della propria esistenza quando vive nell’amore: per Colui che lo ha creato e per i fratelli e le sorelle con i quali condivide l’avventura della vita.
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