23 agosto 2026

Con la fede di Pietro

La domanda che Gesù rivolge ai discepoli e alla quale Pietro risponde a nome di tutto il gruppo, coinvolge direttamente ogni lettore del Vangelo secondo Matteo, giunto a questo punto del racconto: “per te che stai leggendo chi è questo Gesù di cui ti sto raccontando la storia?”. Oggi questa domanda la sentiamo per ciascuno di noi: “chi è questo Gesù nel quale dico di credere?”.

Le risposte dei discepoli, che riportano le opinioni della gente, sono più o meno le stesse idee con le quali anche oggi si può parlare di Gesù.

Per qualcuno Gesù altro non sarebbe che un profeta come molti di quelli che Lo hanno preceduto nel gruppo degli inviati di Dio: Elia, Geremia, Giovanni il battezzatore. Attraverso Gesù, Dio ha parlato nello stesso modo in cui ha fatto in tante occasioni nel corso dei secoli. C’è forse una profondità maggiore nella predicazione di Gesù, ma questa non lo rende superiore agli altri profeti, se non per il fatto che le sue parole che si distaccano più di altri predicatori dalla Legge di Mosè.

Accanto a questi, c’è chi pensa che Gesù, pur non essendo altro che un essere umano come ciascuno di noi, sia il portatore di una rivelazione particolarissima di Dio. Rispetto agli altri profeti, Dio Lo avrebbe insignito di un particolare dono di conoscenza del Suo mistero. Gesù parla a nome di Dio perché in Lui Dio ha scelto di manifestarsi in modo più chiaro, straordinario e unico. Gesù è quindi un uomo ma con una autocoscienza particolare del suo rapporto con Dio, per questo lo chiama “padre”, benché si tratti di una paternità solo spirituale.

Per la riflessione della grande Chiesa, posizione che oggi ancora accomuna cattolici, ortodossi e molti cristiani della Riforma, Gesù gode non di un particolare rapporto con Dio, ma della sua stessa identità: con il Padre Gesù condivide la pienezza della divinità, senza differenze e senza diminuzioni. Gesù riflette in una condizione visibile il mistero invisibile di Dio. Anche se Gesù non è il Padre, Gesù è Dio e Dio è Gesù. In questo scambio di soggetto e predicato il cristiano gioca la sua fede osando affermare, con un’audacia che nessun altro monoteismo condivide, che tutto il mistero di Dio si è concentrato nella vicenda storica, limitata, marginale e periferica di un carpentiere divenuto predicatore vissuto nella Palestina di duemila anni fa, condannato a morte e poi risorto il terzo giorno. 

Un’ultima posizione si è fatta strada in questi anni. Essa sostiene che Gesù sarebbe una delle manifestazioni di Dio nel corso dei secoli e delle culture. Dio, volendo che tutti gli uomini siano salvi, parla continuamente a loro attraverso figure molteplici, fra le quali Gesù è una delle possibili, ma non l’unica, né quella più originale.

Chi ha opinioni diverse dalla grande Chiesa è disponibile a dialogare con le altre interpretazioni dell’identità di Gesù, ma non con la professione di fede ufficiale della Chiesa, poiché questa, dogmatizzando le sue affermazioni, si sarebbe allontanata profondamente dalla spontanea professione di fede dei primi cristiani. Nessuno ai tempi di Pietro, Giacomo e Giovanni, ai tempi di Stefano e della prima comunità, avrebbe osato identificare Gesù con Dio come è stato fatto successivamente. L’opinione della grande Chiesa non sarebbe la più giusta, ma semplicemente quella che si è diffusa più grandemente, la posizione dei vincitori che si sono imposti con la forza dell’Impero, avendo la possibilità di mettere a tacere le altre visioni, più per autorità che per autorevolezza.

Penso che chiunque di noi si sia imbattuto in persone che tendono a negare il più possibile le caratteristiche divine di Gesù, in favore di una sua descrizione prettamente ed esclusivamente umana. Con intenti inclusivi, ecumenici, dialoganti, queste persone pensano che si debba rivedere quel che la Chiesa crede, abbassando il più possibile la statura divina di Gesù per renderla maggiormente appetibile, sopportabile e accettabile da parte di tutti.

Da cristiani, tuttavia, non possiamo stancarci di ripetere con Pietro e al suo fianco che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Da cristiani continuamente testimoniamo che Gesù, vero uomo e vero Dio, è l’immagine del Padre; affermiamo che in Gesù c’è la pienezza della nostra umanità, quella pienezza che è stata pensata dal Padre all’origine di tutte le cose; crediamo che in Gesù c’è la via attraverso la quale Dio ci chiama a raggiungere nella grazia la statura divina, anelito inscritto nel cuore di ogni essere umano fin dalla sua nascita. 

Da cristiani non ci stanchiamo di ripetere che siamo Chiesa perché siamo fondati sulle parole di Pietro che dichiarano Gesù non uno fra molti, ma l’Unico, Colui che ha con Dio un rapporto straordinario e irripetibile.

Alle parole di Pietro si può credere oppure no. Pietro non può costringerci a riconoscere l’identità di Gesù così come egli l’afferma. Pietro ancora una volta, ci ripete la sua fede con la consapevolezza che la carne e il sangue non possono dimostrarla, ma solo il Padre può aiutarci a credere donandoci lo Spirito che ci guida alla verità e alla fede.

Rendere Gesù meno divino non significa garantire meglio la sua umanità: allontanarlo dal Padre significa più semplicemente allontanare anche noi stessi da Lui e non percorrere la via che al Padre, nello Spirito, ci conduce. Perdere la fede in Gesù, veramente uomo e veramente Dio ci rende, in fin dei conti, più soli nel cammino della nostra esistenza. 

Francesco Cortellini


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