ISIS, la guerra senza califfato: la minaccia arriva ancora in Europa attraverso la rete
La sconfitta territoriale dello Stato Islamico non deve essere confusa con la sua scomparsa. ISIS non controlla più le città e i territori che nel 2014 avevano alimentato il mito del suo sedicente califfato, ma continua a esistere come organizzazione terroristica, rete ideologica e macchina di propaganda. La sua capacità di colpire è cambata: meno esercito e più clandestinità, meno territorio e più rete, meno operazioni necessariamente coordinate dall’alto e maggiore capacità di ispirare individui disposti ad agire autonomamente.
Gli episodi individuati nelle ultime settimane mostrano con chiarezza questa trasformazione. Richieste di finanziamento in criptovalute, propaganda che esalta il martirio, incitamento agli attacchi individuali e circolazione di materiale estremista sono comparsi su una molteplicità di piattaforme: RocketChat, Matrix, Telegram, TikTok, Instagram e SimpleX, oltre a diversi servizi di condivisione di file. Il punto non è soltanto dove si trovino questi contenuti. È il fatto che possano continuamente spostarsi da una piattaforma all’altra.
Si tratta di un ecosistema propagandistico senza confini. Il 21 agosto, un account filo-ISIS su RocketChat ha chiesto donazioni in Monero, una criptovaluta progettata per garantire un elevato livello di privacy nelle transazioni. Il messaggio sosteneva che i fondi sarebbero stati destinati a persone presenti in zone di conflitto, detenute o recentemente liberate dalla prigionia. L’episodio mostra come la dimensione finanziaria continui a essere parte della sopravvivenza delle reti jihadiste. Ma mostra anche qualcosa di più: la presenza di una comunità digitale che mantiene attivi canali di comunicazione e sostegno.
RocketChat ricorre nuovamente negli episodi di propaganda individuati ad agosto. Il 18 agosto un gruppo filo-ISIS ha infatti ripubblicato un vecchio video di carattere didattico relativo alla realizzazione di un ordigno indossabile. Il materiale, prodotto originariamente nel 2021, è stato nuovamente diffuso attraverso diversi canali della piattaforma.
Il valore di questi contenuti non risiede necessariamente nella loro novità. Il semplice fatto che materiali prodotti anni prima vengano recuperati e ridistribuiti dimostra come la propaganda estremista possa essere conservata, archiviata e riattivata quando necessario. Si tratta di un percorso dalla rete di propaganda alla radicalizzazione. Il fenomeno diventa ancora più evidente osservando la varietà delle piattaforme utilizzate.
Il 14 luglio, al-Azaim Media, struttura legata a ISIS-K, ha pubblicato su RocketChat e Matrix un manifesto che incitava agli attacchi terroristici individuali. Il materiale utilizzava immagini del Campidoglio degli Stati Uniti e della Torre Eiffel, associando così la propria propaganda a due simboli politici e culturali dell’Occidente.
Pochi giorni dopo, il 16 luglio, è stato individuato un account TikTok che diffondeva contenuti di propaganda filo-ISIS. I video utilizzavano audio proveniente da produzioni ufficiali di ISIS e invitavano gli utenti a contattare l’account per ottenere materiale estremista. Sei video pubblicati tra il 13 e il 15 luglio avevano raggiunto una media di 339 visualizzazioni ciascuno entro il 16 luglio. È un episodio che evidenzia una delle caratteristiche più problematiche della propaganda contemporanea: la capacità di raggiungere pubblici completamente diversi attraverso piattaforme nate per finalità differenti.
Un messaggio terroristico può comparire su un ambiente di messaggistica, essere trasferito su un social network, archiviato su un servizio di file sharing e successivamente ripubblicato altrove. La rimozione di un singolo account, quindi, non equivale necessariamente alla rimozione del contenuto. L’esempio di Telegram e Instagram: come la propaganda entra nei circuiti quotidiani. Il 17 luglio, è stato individuato un account filo-ISIS e un bot su Telegram utilizzati per distribuire materiale estremista. Lo stesso account risultava collegato anche a un profilo Instagram appartenente all’ecosistema di Meta. La circostanza è significativa perché mostra quanto siano porosi i confini tra piattaforme.
Non esiste necessariamente un unico luogo nel quale la propaganda viene prodotta e consumata. I contenuti possono essere distribuiti attraverso una catena di piattaforme, ciascuna con una funzione diversa. Telegram può diventare un luogo di diffusione e coordinamento della comunità; Instagram può servire a intercettare nuovi utenti; TikTok può amplificare brevi contenuti audiovisivi; servizi di file sharing possono consentire la conservazione e la redistribuzione di archivi. È questa struttura decentralizzata a rendere più difficile il contrasto. Il 12 e il 13 luglio, un canale filo-ISIS su SimpleX ha ripubblicato due video provenienti da strutture di propaganda favorevoli a ISIS. I materiali contenevano messaggi di incitamento al terrorismo e immagini tratte dalla propaganda ufficiale dell’organizzazione, insieme a filmati relativi ad attacchi compiuti da sostenitori del jihadismo in diverse parti del mondo. Successivamente, sono stati individuati i due video in 16 caricamenti distribuiti su diversi servizi di condivisione file, tra cui GoFile, file.kiwi, Files.fm, FromSmash, Mega e Ufile.io. È forse questo l’aspetto più importante dell’intero fenomeno. La propaganda non vive più necessariamente in un singolo canale. Vive in una rete di copie. Quando un contenuto viene eliminato da una piattaforma, può essere già stato scaricato, duplicato e trasferito altrove. Questo permette alle organizzazioni estremiste di trasformare la propaganda in una sorta di archivio distribuito, molto più difficile da cancellare definitivamente.
La tecnologia, però, è soltanto lo strumento. Alla base rimane l’ideologia. Il 23 luglio, l’editoriale del settimanale di ISIS al-Naba ha esaltato nuovamente il concetto di martirio, presentando la morte come l’inizio della vita eterna e invitando i propri sostenitori a scegliere la morte nel combattimento piuttosto che una morte ordinaria.
La funzione di questo tipo di propaganda è evidente: trasformare la morte violenta da tragedia in aspirazione e presentare l’attentatore come un individuo che acquisisce status e significato attraverso il proprio sacrificio.
Il messaggio assume particolare importanza quando viene inserito nell’attuale modello di radicalizzazione. ISIS non deve necessariamente reclutare una persona in una cellula. Può cercare di convincerla attraverso una successione di contenuti consumati online. Il reclutatore può essere un video. La comunità può essere virtuale. La propaganda può arrivare da migliaia di chilometri di distanza. E l’azione finale può essere compiuta da qualcuno che non ha mai incontrato fisicamente un membro dell’organizzazione.
La nuova sfida per l’Europa: il terrorista senza una rete visibile. È qui che la minaccia diventa particolarmente difficile per l’Europa. Il rapporto EU TE-SAT 2026 di Europol descrive una fase nella quale gli ecosistemi online stanno trasformando il modo in cui le minacce terroristiche emergono e si sviluppano. Il jihadismo rimane la forma di terrorismo ideologicamente motivato più diffusa, mentre i percorsi di radicalizzazione diventano più frammentati e meno prevedibili. Europol sottolinea inoltre che la radicalizzazione non dipende più necessariamente dal contatto diretto con organizzazioni terroristiche strutturate. È una trasformazione fondamentale.
Un’organizzazione clandestina tradizionale lascia una serie di tracce: contatti, spostamenti, finanziamenti, gerarchie, comunicazioni. Un individuo radicalizzato online può invece rimanere al di fuori di una struttura organizzativa riconoscibile. Può non ricevere ordini. Può non appartenere formalmente a ISIS. Può non avere rapporti con una cellula. E tuttavia può considerarsi parte della stessa guerra. Per questo l’espressione “lupo solitario”, pur essendo efficace sul piano giornalistico, va utilizzata con cautela. L’attentatore può essere solo dal punto di vista operativo, ma non necessariamente è solo dal punto di vista ideologico.
Può essere immerso in comunità digitali, seguire canali di propaganda, consumare video estremisti e trovare nelle pubblicazioni di ISIS la giustificazione per trasformare una convinzione radicale in violenza. Europol considera proprio la dimensione degli attori individuali e dei piccoli nuclei uno degli elementi della nuova complessità della minaccia terroristica europea. La sfida per le intelligence è quindi sempre più quella di individuare il momento in cui un individuo passa dal consumo della propaganda alla preparazione concreta di un’azione.
ISIS, oggi, non ha bisogno di riconquistare il califfato. Il 6 luglio, l’agenzia Amaq di ISIS ha pubblicato un’infografica nella quale il gruppo rivendicava 587 operazioni in 12 Paesi nella prima metà del 2026, sostenendo di aver ucciso o ferito 2.529 persone. Le cifre diffuse dall’organizzazione devono naturalmente essere considerate come dati di propaganda e sottoposte a verifica indipendente. Ma il loro significato politico è comunque importante. ISIS vuole dimostrare ai propri sostenitori di essere ancora vivo. E non ha bisogno di dimostrare di essere tornato alla potenza del 2014. Gli basta dimostrare di essere ancora capace di colpire.
Questa è la sua nuova narrativa: non più il grande Stato che governa un territorio, ma il movimento che sopravvive alla perdita del territorio e la minaccia europea non è scomparsa. Per l’Europa, dunque, il problema non può essere misurato soltanto in termini di territorio controllato da ISIS o di numero di combattenti presenti in Siria e Iraq. La domanda fondamentale è un’altra: quanto è ancora efficace la capacità dell’organizzazione di trasformare propaganda in radicalizzazione e radicalizzazione in violenza? I dati e le valutazioni europee suggeriscono che il problema rimane concreto. Europol definisce tuttora acuta la minaccia terroristica alla sicurezza dell’Unione e indica il jihadismo tra le principali preoccupazioni degli Stati membri. E la dimensione digitale rende il problema ancora più complesso.
L’Europa ha imparato a combattere le cellule terroristiche. Ora deve imparare a contrastare una minaccia nella quale la cellula può essere sostituita da una piattaforma, il reclutatore da un algoritmo di distribuzione dei contenuti e il comando centrale da una propaganda capace di ispirare autonomamente qualcuno. Questo non significa che ogni persona esposta alla propaganda estremista diventerà un attentatore. Significa però che il confine tra propaganda, radicalizzazione e violenza può diventare più difficile da individuare. E, ancora una volta, la sconfitta del califfato non è la fine di ISIS. L’errore più pericoloso sarebbe quindi confondere due concetti diversi: la sconfitta territoriale di ISIS e la sconfitta di ISIS come minaccia terroristica. Il primo obiettivo è stato in larga parte raggiunto. Il secondo no.
L’organizzazione ha perso il territorio che le aveva permesso di presentarsi come uno Stato. Ma ha mantenuto una rete ideologica, filiali regionali, canali di propaganda e una comunità di simpatizzanti capace di muoversi tra piattaforme diverse. RocketChat, Matrix, Telegram, TikTok, Instagram e SimpleX mostrano la varietà di questo ecosistema. I servizi di file sharing mostrano quanto sia difficile cancellarne definitivamente le tracce.
Non è più necessario conquistare una città per dimostrare di esistere. Non è più indispensabile disporre di un esercito per incutere paura. E non è nemmeno sempre necessario impartire direttamente un ordine. Può bastare un messaggio, ripetuto abbastanza volte, perché qualcun altro decida di trasformarlo in violenza.
È questa la nuova frontiera della minaccia jihadista in Europa: un terrorismo più frammentato, più difficile da prevedere e sempre più intrecciato con gli ambienti digitali. ISIS non è quello del 2014. Ed è proprio questo il punto. Il califfato è stato sconfitto. ISIS, invece, ha imparato a sopravvivere senza di esso.
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commenti
biagio
3 settembre 2026 10:20
La minaccia terroristica non scompare con il cambio di governo, né aumenta o diminuisce in base al colore politico del momento. Gli apparati di intelligence, italiani ed europei, operano con continuità: terrorismo interno, minacce internazionali, radicalizzazione online, monitoraggio dei flussi. È un lavoro tecnico, non politico, che procede h24 e non segue il calendario elettorale.
Non esiste un Paese a rischio zero, e non è realistico immaginarlo. Il terrorismo ci accompagna da sempre, nelle sue forme interne ed esterne. Anche la nostra storia nazionale ha prodotto aree di frizione: l’Italia ha avuto un passato coloniale in Africa e, nonostante i tentativi recenti di ristabilire rapporti più solidi, alcune tensioni e “scorie” geopolitiche rimangono. Oggi, inoltre, si stanno riaprendo nuove problematiche che faticano a rientrare e che contribuiscono alla complessità del quadro internazionale. Sono dinamiche che chi è preposto alla sicurezza conosce bene e analizza quotidianamente insieme ai servizi europei, americani e ai partner globali.
Per questo è importante distinguere tra prevenzione reale e rappresentazione politica. Misure simboliche o scelte “a macchia di leopardo” sulle frontiere non incidono sulla sicurezza; servono solo alla comunicazione.
Un esempio recente lo dimostra: l’Italia ha chiuso unilateralmente la frontiera con la Spagna per ragioni di sicurezza. Ma se il rischio fosse davvero imminente e sistemico, la logica imporrebbe la chiusura di tutte le frontiere, non di una sola. Interventi selettivi di questo tipo non rafforzano la sicurezza: alimentano l’allarme pubblico e diventano strumenti di propaganda. È un modo sbagliato di fare politica, perché confonde la percezione del rischio con la gestione reale del rischio.
La sicurezza concreta si costruisce invece con la cooperazione tra Stati, con la capacità di leggere fenomeni complessi come la radicalizzazione digitale — come mostra anche questo editoriale — e con la continuità operativa dell’intelligence.
La minaccia esiste, ma non deve diventare un alibi per alimentare paura. La risposta è nella professionalità dei servizi, non nell’allarmismo.
E proprio per questo sarebbe utile sapere quante risorse economiche sono state investite negli ultimi anni per ammodernare gli apparati di intelligence: tecnologie, formazione, personale qualificato. È questo che deve fare un governo : mettere a disposizione mezzi adeguati e uomini competenti, perché la sicurezza non si improvvisa e non si comunica — si costruisce. Biagio
Nia Guaita
3 settembre 2026 16:12
Buonasera Biagio. Condivido totalmente quanto scrive. La minaccia terroristica non può essere letta attraverso il colore politico del momento: è un fenomeno complesso che richiede continuità, competenza e capacità di analisi nel lungo periodo.
I nostri apparati di intelligence, insieme a quelli dei Paesi europei e dei principali partner internazionali, sono tra i più qualificati e professionalmente preparati nel contrasto al terrorismo e alla radicalizzazione. È un lavoro quotidiano, spesso invisibile, che richiede competenze altamente specialistiche, strumenti tecnologici adeguati e una costante cooperazione internazionale.
Per questo ritengo fondamentale distinguere il lavoro concreto degli apparati di sicurezza dalla narrazione politica e dall'allarmismo. La sicurezza non si costruisce con slogan o interventi estemporanei, ma con professionalità, risorse, tecnologia e capacità di prevenzione.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che ho cercato di evidenziare nel mio articolo: la minaccia non è scomparsa con la perdita territoriale di ISIS, ma si è trasformata, anche grazie all'utilizzo sempre più sofisticato delle tecnologie digitali. Comprendere questa evoluzione significa, prima di tutto, mettere chi si occupa di sicurezza nelle condizioni di poterla anticipare, anziché limitarsi a intervenire quando la minaccia si è già manifestata.
Thomas Boccoli
3 settembre 2026 13:20
Buongiorno dottoressa Guaita..
Mi chiedo come si possa fare una disamina del fenomeno isis omettendo di specificare che israeliani inglesi e americani hanno di fatto creato e usato la struttura terroristica a loro piacimento. L'apoteosi arriva poi con Al Jolani, ex capo isis, messo alla guida della siria e poi ricevuto da tutte le cancellerie europee. Senza parlare della lunghissima storia di false flag, atti terroristici, infiltrazioni e depistaggi che i servizi segreti degli stati pseudodemocratici che ho citato hanno messo in campo in questi ultimi anni.
Anche il progetto MKultra andrebbe considerato per avere un quadro più completo possibile di tutte le forze e tecnologie che si muovono in questo scenario. Riguardo invece al gruppo di propaganda di estrema sinistra Autistici Inventati che imperversa anchesso in Europa, che cosa ci può dire Dottoressa..
Thomas Boccoli
Nia Guaita
3 settembre 2026 16:03
Buonasera Signor Boccoli. Le osservazioni che solleva riguardano temi e interpretazioni molto ampi e controversi, ma non sono pertinenti rispetto all’oggetto dell’articolo. Il mio contributo analizza l’evoluzione tecnologica e delle modalità di propaganda di ISIS dopo la perdita del controllo territoriale: è su questo specifico fenomeno che va letto.
Attribuire all’articolo l’omissione di una lunga serie di questioni geopolitiche, di intelligence e di presunte operazioni sotto falsa bandiera significa chiedergli di occuparsi di un tema diverso da quello che si è proposto di analizzare.
Lo stesso vale per MK-Ultra e per il riferimento ad Autistici Inventati: sono argomenti che possono eventualmente essere oggetto di altre analisi, ma che non hanno attinenza diretta con il tema trattato in questo articolo.
Per questo motivo, ritengo che il suo commento, pur affrontando questioni rilevanti, non entri nel merito dell’analisi proposta nell’articolo.
Blek
3 settembre 2026 16:37
Bravissima. L'attentato di Modena è un esempio coerente di quello che dice. Ma c'è da vedere fin dove arriva l'intenzione di capire fino in fondo questi fenomeni ,perché proseguendo non si può non cogliere che il vero problema non è l'Isis ma l'islam. Non ci sarebbe l'Isis senza l'islam. Non ci sarebbe Hamas senza islam. Morto hamas, morto l 'Isis ne faranno un altro perché a questo porterà la fedeltà a certi precetti islamici. Basta risalire alle fonti, per capirlo. Tra le varie, quelle relative al capitolo più orrendo e pericoloso trattato, quello del martirio. Pericoloso perché non solo è un invito ai musulmani a suicidarsi per ammazzare quanti più infedeli possibili; ma anche perché attribuisce al martire un valore che nessun altro musulmano gode. A lui solo infatti è data la certezza del Paradiso, il suo premio sublime ( Corano 9:111). Versetto confermato dal tafsir di ibn Khatir in " quranx . com/ Tafsir/ 9:111. Premio confermato anche in Corano 4:74 ove si parla di " ricompensa immensa ". Il martire è addirittura posto sullo stesso piano dei profeti (H sunnah. com /abudawud. 2521. E quale sarà nel Paradiso il godimento immenso che può allettare gli aspiranti kamikaze? " 72 vergini, il pene sempre eretto, frutta fresca, vino e ombra ( Corano 61: 10-12 e H. Sunnah. com / tirmidhi 1663....Senza queste fondamenta,avrebbe avuto senso l'Isis?
Nia Guaita
3 settembre 2026 18:25
Buonasera Blek. Capisco il suo ragionamento e condivido una premessa: se si vuole comprendere il jihadismo fino in fondo, non si può eludere il problema delle sue radici ideologiche e del rapporto che esso stabilisce con determinate interpretazioni delle fonti islamiche. Sarebbe intellettualmente poco serio rimuovere questo elemento.
Ma proprio per questo eviterei, sul piano analitico, di identificare l'Islam con il jihadismo. Il passaggio da una tradizione religiosa complessa a un'organizzazione come ISIS non è automatico e non è neppure puramente teologico. È un processo storico nel quale entrano interpretazioni dottrinali, movimenti politici, conflitti, condizioni sociali, fallimenti istituzionali e, soprattutto, la capacità di trasformare un repertorio religioso in ideologia militante.
Il problema, dunque, non è stabilire se esistano nei testi islamici elementi che il jihadismo può utilizzare e radicalizzare: è legittimo studiarli senza censure. Il problema è capire come e perché una determinata lettura venga assunta da un movimento jihadista e trasformata in uno strumento di mobilitazione e di violenza.
Altrimenti si rischia un paradosso: se la causa fosse semplicemente l'Islam, non riusciremmo a spiegare né la varietà delle società musulmane né il fatto che la stragrande maggioranza dei musulmani non aderisca al jihadismo. E soprattutto non riusciremmo a spiegare perché organizzazioni come ISIS abbiano modificato nel tempo linguaggi, strategie e strumenti quando sono cambiate le condizioni in cui operavano.
Ed è proprio su quest'ultimo aspetto che si concentra il mio articolo: non sull'ideologia di ISIS in sé, ma sulla sua capacità di adattamento tecnologico dopo la perdita del territorio, e sull'uso di strumenti sempre più sofisticati per mantenere la propaganda, raggiungere nuovi pubblici e favorire i processi di radicalizzazione. È un fenomeno che, a mio avviso, merita di essere osservato anche al di là della questione delle sue radici ideologiche.
Manuel
3 settembre 2026 19:34
La solita solfa!
Svicolone, spiega perché in Occidente e Oriente nessuno mette al bando l’Islam?
Al momento, neanche Israele.
Nia Guaita
4 settembre 2026 07:27
Buongiorno Manuel. Se per “svicolare” intende il fatto che non confondo l’Islam con ISIS, allora sì, continuo a “svicolare”.
Il fatto che nessuno metta al bando l’Islam — nemmeno Israele — non dimostra né che l’Islam sia innocuo né, al contrario, che sia la causa del jihadismo. Dimostra semplicemente che il problema richiede un’analisi più seria dell’equazione “Islam = ISIS”.
Che il jihadismo attinga a determinate fonti e interpretazioni islamiche è un fatto che va studiato, anche criticamente. Non ho alcuna difficoltà ad affrontare questo tema e non credo affatto che le fonti debbano essere sottratte all’analisi. Ma da questo non segue che ogni musulmano, ogni società musulmana e l’Islam nel suo complesso siano riconducibili al jihadismo.
La domanda interessante, semmai, è proprio questa: se la causa fosse semplicemente “l’Islam”, come si spiega che la stragrande maggioranza dei musulmani non sia jihadista? E come si spiegano le profonde differenze tra società, correnti, interpretazioni e comportamenti che fanno riferimento alla stessa tradizione religiosa?
Il mio articolo, inoltre, non pretende di risolvere in poche righe il problema delle radici teologiche del jihadismo. Analizza un aspetto specifico: la capacità di ISIS di adattarsi tecnologicamente dopo la perdita del territorio, mantenendo propaganda, comunicazione e processi di radicalizzazione attraverso strumenti e ambienti nuovi.
Perciò non sto “svicolando” dal problema: sto cercando di non sostituire un’analisi con una generalizzazione.
Distinguere non significa svicolare. Significa cercare di capire.
Blek
4 settembre 2026 12:19
Le rispondo io anche se l'argomento è complesso e meriterebbe tanto spazio. Il jihadismo è islamico e la jihad è uno dei precetti fondamentali dell'islam,che va dallo sforzo della preghiera alla lotta armata, terroristica, allo scopo di diffondere l'islam. Quindi l'islam non solo si " identifica" con il jihadismo, ma ne è al tempo stesso causa e fine. Questo non vuol dire che tutti gli islamici siano jihadisti. Ci sono anche musulmani che fingono di essere tali, ma stanno " schiss " perché sanno bene quale punizione la sharia prevede per gli 'ipocriti ' ( i musulmani che si impegnano poco) e per gli apostati, e cioè la morte. Ma il termine jihadista può essere frainteso perché si tende ad identificarlo con quello di terrorista. Niente di più sbagliato. Perché fare jihad significa anche migliorare nella preghiera, fare proselitismo o propaganda. È la jihad di infiltrazione da lei citata e tra le più diffuse e pericolose. Ma significa anche portare il velo per le donne o vendere carne halal. Velo e carne halal che non valgono in occidente tanto come precetti per evitare chissà quali castighi, ma come marcatori del territorio a dire agli altri musulmani " guardate, anche qua siamo arrivati " nella terra della "guerra ",e anche questa è jihad. Non tutti i musulmani sono dunque obbligati alla jihad armati.. Sono previsti persino degli esoneri per i malati gli anziani. C'è poi la Dadura, ovvero la sospensione della sharia, quando si rende necessaria o a scopo strategico. Accadde per l'11 settembre a New York. Gli attentatori delle torri gemelle manifestarono dei comportamenti fortemente contrastanti la sharia che fecero fortemente insospettire il Mossad il quale avviso ' inutilmente 2 volte il governo degli Stati Uniti e il seguito di questo errore americano ahimè tutti lo conosciamo. Quindi per quanto sia credibile che tra i musulmani ci siano tante brave persone, non è facile capire in che misura siano più o meno aderenti alle varie forme di jihad o ne siano completamente estranee e questo spiega anche le differenze apparenti che vede nel mondo musulmano. .......
Blek
4 settembre 2026 19:17
Errata corrige. Darurah anziché dadura.