4 settembre 2026

Sette minuti, un grado e mezzo e uno stretto lontano

Da Cremona a Hormuz, quando ambiente, energia e guerre diventano la stessa storia

Parto da Torre de’ Picenardi, in provincia di Cremona, il borgo di Villa Sommi Picenardi, e da Cremona, la città in cui sono cresciuta, la città del Torrazzo.

Vederle entrambe ferite dal maltempo, a pochi chilometri di distanza e nello stesso pomeriggio, mi ha fatto un effetto difficile da spiegare. Il 28 agosto sono bastati pochi minuti. A Cremona sono caduti alberi, sono stati danneggiati tetti, automobili, edifici pubblici e chiese. Anche il Duomo ha portato i segni di quella violenza improvvisa. Quarantatré persone sono arrivate quasi contemporaneamente al Pronto Soccorso, nessuna, fortunatamente, in condizioni gravi.

A Torre de’ Picenardi, uno dei comuni più colpiti della provincia, il giorno dopo si raccoglievano rami, foglie, detriti e si iniziava la conta dei danni.

Quello che colpisce, quando accadono eventi così, è il dopo: il silenzio.

Ci si guarda intorno e si cerca di riconoscere un luogo che fino a poco prima era quello di sempre.

Pochi giorni prima ero in Valcamonica. Pioveva anche lì. Avevo raccontato il Frigidolfo gonfio e rumoroso, le strade difficili, i paesi isolati. Avevo incontrato una donna che lavorava a Ponte di Legno mentre i suoi figli erano a Rino di Sonico. Pochi chilometri, diventati improvvisamente una distanza enorme per una strada interrotta.

Avevo scritto che la montagna, quando la ami davvero, impari anche ad ascoltarla: conosci il rumore di un torrente, guardi un ghiacciaio e ricordi dove arrivava, osservi la neve e i versanti.

Oggi penso che dovremmo imparare ad ascoltare nello stesso modo anche la pianura.

Perché in pochi giorni ho raccontato l’acqua che arrivava tutta insieme in montagna e ho visto vento e grandine colpire la terra in cui vivo.

Non significa che ogni temporale sia la prova del cambiamento climatico. La scienza non funziona così e sarebbe scorretto sostenerlo, ma non possiamo trasformare questa necessaria prudenza in un alibi per evitare la domanda.

Il 2 settembre, quattro giorni dopo il nubifragio di Cremona, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha pubblicato un rapporto che segna un passaggio importante: Limiting Overshoot.

Il messaggio è chiaro. Con le politiche e le traiettorie attuali, il superamento di 1,5 gradi di riscaldamento globale rispetto all’epoca preindustriale è ormai considerato largamente inevitabile.

Il 2024 è già stato il primo anno solare con una temperatura media globale superiore di oltre 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, ma l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi riguarda il riscaldamento di lungo periodo, non un singolo anno.

La novità del rapporto ONU è quindi un’altra.

La domanda non è più soltanto se supereremo quella soglia, ma di quanto, per quanto tempo e quanto saremo capaci di fare per tornare sotto.

Non è una resa. L’UNEP sottolinea che ogni frazione di grado continua a fare la differenza. Proprio mentre provavo a mettere in ordine questi pensieri mi sono ritrovata a guardare un altro luogo: lo Stretto di Hormuz, migliaia di chilometri da qui.

Un nome che sembra appartenere alla geopolitica, alle cartine televisive, alle rotte delle petroliere, invece, riguarda anche noi.

Il traffico commerciale nello Stretto non è completamente fermo, ma è fortemente ridotto. Il 3 settembre sono transitate soltanto quattro navi commerciali di materie prime, contro una media di quindici nei dieci giorni precedenti. Prima del conflitto nell’area ne passavano circa 125 al giorno. Una nave che non passa da Hormuz non fa rumore a Cremona.

Ma le sue conseguenze possono arrivarci lo stesso: nel prezzo del petrolio, nel costo del gas, nella benzina, nella bolletta di un’impresa, nel trasporto delle merci.

QatarEnergy ha sospeso fino all’inizio di novembre altre consegne di gas naturale liquefatto destinate a Edison. Complessivamente sono 29 i carichi interessati, pari a circa 3,8 miliardi di metri cubi di gas. Edison ha reperito forniture alternative, quindi non stiamo parlando di un Paese che rischia improvvisamente di restare senza gas.

Il punto è un altro. Quelle forniture devono essere cercate, trasportate e acquistate su un mercato diventato più difficile.

Contemporaneamente la guerra in Ucraina continua a pesare sulle infrastrutture energetiche russe e sulle prospettive della produzione.

A prima vista, cosa hanno in comune tutto questo e gli alberi caduti a Cremona?

Credo che questa sia la domanda interessante.

Per anni abbiamo raccontato la questione ambientale quasi esclusivamente come il dovere di salvare il pianeta. Un obiettivo enorme, talmente enorme da risultare qualche volta lontano dalla vita quotidiana. Forse abbiamo sbagliato racconto.

La questione energetica e quella ambientale sono molto più vicine a noi di quanto sembri. La dipendenza dai combustibili fossili ci espone su due fronti: da una parte contribuisce alle emissioni che stanno modificando il clima; dall’altra ci rende dipendenti da rotte, governi e aree del mondo che possono diventare improvvisamente instabili. Non significa mettere sullo stesso piano una guerra e un temporale. Significa comprendere che esiste un punto nel quale le due crisi si incontrano. Quel punto è il nostro modello energetico.

Ed è qui che, per me, amare l’ambiente smette di essere una questione romantica.

Non significa soltanto amare gli alberi, le montagne, un fiume o un paesaggio.

Significa occuparsi della sicurezza dei territori.

Chiedersi se le nostre città siano preparate ad affrontare precipitazioni più intense, ondate di calore, siccità. Parlare di gestione dell’acqua, manutenzione, suolo, agricoltura, reti elettriche.

Significa investire in energie che ci rendano meno dipendenti dall’estero, nelle rinnovabili dove possono funzionare, negli accumuli, nelle reti, nella ricerca, nell’efficienza. Significa avere il coraggio di dire che adattarsi al clima che cambia sarà necessario anche se riuscissimo a ridurre drasticamente le emissioni. Non esistono soluzioni semplici.

La transizione energetica ha costi, problemi industriali, materie prime da reperire, tecnologie da migliorare e conseguenze sociali che la politica deve avere l’intelligenza di governare. Ma esiste anche il costo del non fare.

Lo chiamiamo in modi diversi: rincari, emergenza, ricostruzione, danni all’agricoltura, strade da riparare, edifici da mettere in sicurezza. Forse è anche per questo che facciamo più fatica a vederlo. A Sonico una strada interrotta separava una madre dai figli. A Cremona una persona ha cercato riparo dalla grandine ed è finita al Pronto Soccorso. A Torre de’ Picenardi, dopo la tempesta, qualcuno è uscito di casa e ha iniziato a liberare una strada. Sono queste le immagini che restano. Non i grafici.

Eppure, i grafici servono a capire perché non dovremmo limitarci a riparare e poi dimenticare.

Fra qualche settimana le strade saranno ripulite, i tetti riparati, gli alberi rimossi. Cremona e i nostri paesi torneranno ad avere il volto che conosciamo.

Ed è una bella cosa, ma tornare alla normalità non dovrebbe significare tornare a non farci domande.

Mentre ripariamo ciò che il maltempo ha distrutto, il mondo continua a scaldarsi, mentre discutiamo del costo della transizione, continuiamo a pagare il costo della dipendenza e, mentre, consideriamo Hormuz lontanissimo, basta che qualche nave non attraversi quello stretto perché la distanza cominci ad accorciarsi. Il punto non è scegliere tra economia e ambiente e nemmeno tra realismo e ambientalismo.

Il punto è capire quale idea di sicurezza vogliamo costruire.

Sicurezza non significa soltanto avere abbastanza gas il prossimo inverno.

Significa avere energia a prezzi sostenibili, dipendere meno da ciò che accade dall’altra parte del mondo, proteggere un territorio quando arriva troppa acqua e custodirla quando non ne arriva abbastanza.

Significa evitare che ogni emergenza ci trovi sorpresi come se fosse la prima.

Chi conosce un torrente sa riconoscere quando il suo rumore cambia.

Dovremmo imparare a fare la stessa cosa con il nostro tempo.

Invece siamo riusciti a trasformare persino il clima in una questione di appartenenza.

Se parli di cambiamento climatico, qualcuno vuole sapere subito da che parte stai. Se chiedi più attenzione all’ambiente, diventi di sinistra. Se sollevi dubbi sui costi e sui tempi della transizione, vieni catalogato a destra.

Come se anche la temperatura del pianeta dovesse avere una tessera di partito.

Naturalmente la politica deve discutere. Deve scegliere come intervenire, con quali risorse, con quali tempi e come distribuire costi e responsabilità.

È giusto che esistano idee differenti ma prima della politica vengono i fatti, esiste un territorio che cambia, c’è l’acqua che in alcuni momenti manca e in altri arriva tutta insieme. Esistono le imprese che pagano l’energia, le famiglie che fanno i conti, gli agricoltori che guardano il cielo, le città che riparano i danni.

E vengono i dati scientifici, che possiamo discutere, approfondire e verificare, ma non cancellare soltanto perché non coincidono con ciò che vorremmo sentirci dire.

Forse dovremmo recuperare una parola molto meno sofisticata: Buon senso.

Il buon senso di non aspettare che un problema diventi un’emergenza prima di occuparsene.

Destra e sinistra continueranno, giustamente, a discutere sulle soluzioni.

Ma davanti a un albero sradicato, a un campo senz’acqua, a una bolletta che aumenta o a una nave che non attraversa Hormuz, dovremmo farci una domanda più semplice.

Il cambiamento climatico può anche essere diventato di destra o di sinistra.

Ma il buon senso, da che parte sta?

 

Beatrice Ponzoni


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