Federalismo europeo per la pace, non per il riarmo
L’interesse nazionale dell’Italia è soprattutto il suo interesse internazionale. E l’interesse internazionale dell’Italia è la pace, il disarmo e non il riarmo, la soluzione politica e non militare dei conflitti, ristabilire Accordi internazionali per il progressivo disarmo nucleare bilanciato tra Stati Uniti, Russia e Cina. E’ la convivenza pacifica di popoli e minoranze in Europa, dall’Atlantico agli Urali; convivenza e cooperazione in tutto il bacino del Mediterraneo e in Medioriente.
L’interesse dell’Italia e del popolo italiano sta nell’integrazione politica dell’Europa: dopo un lungo processo di integrazione economica, dopo l’allargamento ai Paesi dell’Est Europa successivo al crollo del Muro di Berlino, è arrivato il tempo di una integrazione politica compiuta riformando i Trattati istitutivi dell’Unione Europea, passando da un’Europa tuttora intergovernativa ad un Europa federale, sempre e se legittimata democraticamente dal voto popolare e non da elite sia pure illuminate. Se però gli attuali vertici politici pensano di costruire l’unità politica dell’Europa attraverso il riarmo si sbagliano di grosso, la portano piuttosto alla dissoluzione. Saranno gli Stati Nazione più forti a riarmarsi come già sta accadendo per Germania e Polonia. E quando si mettono in moto le dinamiche nazionali di riarmo, queste non rispondono più a logiche comunitarie ma rafforzano la sovranità di ogni singolo Stato Nazione. Per il Piano ReArm di Ursula Von der Leyen parlano i dati: 150 miliardi di euro per acquisti in armamenti e investimenti industriali a livello comunitario e 650 miliardi per finanziare il riarmo dei singoli Stati nazione che compongono l’Unione Europea: stanziamenti che andranno ad affiancarsi ai mille miliardi che il neocancelliere Merz prevede per la sola Germania.
Proprio perché il mondo sta cambiando velocemente e si sta sgretolando il vecchio ordine internazionale anche sotto i colpi della seconda presidenza Trump, è necessario che l’Unione Europea ritrovi la bussola e la sua ispirazione originaria: quella della pace e del primato del Diritto internazionale che va da Kant a Kelsen e quella federalista di Altiero Spinelli. Purtroppo sta imboccando la strada opposta. Basta guardare le votazioni recenti e meno recenti dello stesso Parlamento Europeo che, ancora mercoledì 2 aprile, vota a maggioranza la Relazione che prepara l’Europa alla guerra. Qualcuno dirà “alla deterrenza”. No, purtroppo la Relazione approvata sviluppa proprio una logica di guerra quando sostiene che la Russia è il “nemico” da battere e la guerra in Ucraina va continuata fino alla “vittoria” sulla Russia. E il Piano operativo ReArm ribattezzato da Ursula von der Leyen “Readiness 2030” (Prontezza 2030) sceglie di puntare sull’economia di guerra per essere pronti a fronteggiare il nemico russo sul piano militare. Questo non solo comporta un aumento della tensione internazionale ma un attacco al Welfare, tagli alla spesa sociale, compressione dei diritti sociali e civili.
La stella polare che guida la politica estera dell’Italia e dell’Unione Europea non può essere quella del riarmo, quella guerrafondaia a tutti i costi, persino quando l’alleato principale, cioè gli Stati Uniti, inizia negoziati con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina. Ma davvero gli Stati che fanno parte dell’Unione Europea pensano di sostituire la potenza militare degli Stati Uniti passando da fedeli alleati della Nato e da cobelligeranti nella “guerra per procura” in Ucraina ad una propria autonoma gestione del conflitto?
E’ evidente che senza una Politica Estera Comune l’Unione Europea non è in grado di indirizzare in modo consapevole e unitario lo strumento militare che sta ingrossando soprattutto attraverso le dinamiche di aumento di spesa delle proprie Difese nazionali. Il tallone d’Achille dell’Unione Europea nei confronti della spregiudicata arroganza di Trump e della sua ostilità nei confronti della vecchia Europa non è e non è stata tanto la dipendenza militare ma la dipendenza in politica estera. Trump vuole ridimensionare la straripante presenza militare degli Stati Uniti nella Nato o addirittura superarla? Ebbene, l’alleato intelligente la prima cosa che fa è discuterne ufficialmente con il Presidente degli Stati Uniti: che programma geostrategico ha nel medio lungo periodo, quali le finalità della Nato da mantenere, quali da rivedere, in particolare rimane o meno l’Articolo 5 che garantisce reciproca assistenza e difesa tra i 32 Stati membri della Nato, quasi tutti membri dell’Unione Europea.
Invece no. Schizofrenia totale. Né l’Unione Europea, Commissione Von der Leyen e Consiglio europeo, né i 27 Governi dei 27 Stati europei affrontano questa questione che è centrale per gli equilibri internazionali in mutamento e per la stessa Europa. Lo fa in un incontro alla Casa Bianca il solo Mark Rutte, segretario generale della Nato, che non avendo un reale ruolo internazionale autonomo, non riesce a chiarire un bel niente.
C’è poi una contraddizione grande come una casa nelle attuali posizioni politiche dei vertici dell’Unione Europea: si invoca l’uso della forza per imporre una pace giusta in Ucraina ma si professa una totale indifferenza nei confronti del genocidio che si compie in Palestina; si invoca il Diritto internazionale per i crimini di guerra compiuti da Putin ma non si muove un dito per impedire la cacciata dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordana loro assegnata dal Diritto internazionale.
Ecco perché la stella polare che guida l’Unione Europea non può essere quella di enfatizzare o addirittura costruire l’immagine del “nemico” per giustificare il Piano Readiness 2030 che si concretizza in un ReArm europeo da 800 miliardi di euro. Anche perché questo Piano è doppiamente sbagliato: da un lato parte dalla coda, parte dal potenziare lo strumento militare della Difesa e non parte, come dovrebbe, dalla Politica Estera Comune; dall’altro, i 150 miliardi di investimenti per condividere in modo comunitario progetti militari e acquisti in comune di armamenti di fatto rischia di coprire il vero riarmo che è quello tedesco da 1.000 miliardi. Riarmo della Germania finora contenuto da vincoli della Costituzione tedesca per 76 anni, ora eliminati in base ad un accordo tra il prossimo cancelliere, il popolare Merz, la SPD di Olaf Scholz e i Verdi.
Il paradosso è che invece di una Difesa Comune Europea avremo il potenziamento di 27 eserciti nazionali quanti sono gli Stati membri dell’Unione Europea e, tra questi, alcuni si potranno armare fino ai denti come Germania e Polonia e, nelle ambizioni, presto rivaleggiare con la “force de frappe” nucleare francese.
Davvero due guerre mondiali sembrano non averci insegnato niente. I moniti di papa Francesco cadere nel vuoto anche tra tanti politici che si definiscono cattolici e che professano la fede pagana “si vis pacem, para bellum”: se vuoi la pace prepara la guerra, dottrina alla base della moderna concezione della deterrenza.
La nostra stella polare ci conduce invece in tutt’altra direzione: se vuoi la pace, prepara la pace! La pace è una costruzione faticosa, non cade dal cielo: il sistema pace non si riduce all’assenza di guerra, è alternativo al sistema guerra. Il sistema pace è costruzione sociale, culturale ed educativa, economica, giuridica, istituzionale. Si avvale di conoscenza delle differenze di popoli, culture, religioni; del rispetto e del dialogo con “l’altro”, riconosciuto nei suoi diritti fondamentali. Si avvale di diplomazia e di relazioni internazionali che non devono tendere al dominio ma alla promozione di uguali diritti per tutti, minoranze comprese. Per questo si avvale del primato del Diritto Internazionale e degli Istituti e Organismi deputati a farlo rispettare: L’ONU che va rilanciata e riformata invece che emarginata, la Corte di Giustizia Internazionale, la Corte penale Internazionale costituita con il “Trattato di Roma”.
Nella tregua e nella pace che dovremo contribuire a realizzare in Ucraina, non devono contare solo le elite ucraine o gli interessi spartitori di Trump e Putin. Devono soprattutto essere coinvolti popolo e minoranze, usati sin dal 2014 per ammazzarsi invece che per comprendersi e garantirsi reciproci diritti di autodeterminazione: Kiev il diritto di entrare in Unione Europea, le minoranze del Donbass il diritto a forme di forte autonomia.
La questione dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato è stato un errore sin dall’inizio, quando invece sarebbe stato molto più lungimirante arrivare ad accordi internazionali per la “neutralità” dell’Ucraina con chiare garanzie di sicurezza per la stessa Ucraina e per tutti.
Adesso si riparte da lì. Al negoziato a tre tra Stati Uniti, Russia, Ucraina, l’Unione Europea deve partecipare anche perché la ricostruzione sarà soprattutto sulle spalle degli europei. Anche l’Italia può e deve dire la sua. In assenza di urgenti e responsabili iniziative da parte degli attuali vertici europei e del Governo Meloni, tocca alle forze di sinistra e ai movimenti pacifisti proporre idee e soluzioni perché si affermi qualcosa di più di un congelamento delle ostilità: le condizioni per una pace duratura.
Recuperando la visione internazionalista che le sinistre hanno sempre alimentato, occorre accompagnare l’avvio del negoziato in corso con la proposta di qualificare la pace stabile e duratura cui arrivare con un Accordo internazionale simile a quello dell’Atto finale di Helsinki del 1975 per un patto di sicurezza e cooperazione che vada dall’Atlantico al Pacifico e possa comprendere almeno il disarmo bilanciato dei missili nucleari di medio e corto raggio, fino al 2019 sotto controllo del Trattato INF. Trattato disconosciuto nel 2019, quindi prima dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, sia da Stati Uniti che Russia.
Ricordando la lezione che ci ha lasciato Enrico Berlinguer riguardo alla sicurezza garantita dall’ombrello NATO e agli euromissili da smobilitare sia ad Est che ad Ovest, sinistra e forze progressiste italiane tutte dovrebbe assumersi la responsabilità di avanzare precise proposte per rinegoziare la presenza dell’Italia nella Nato e le sue finalità, visto il suo probabile ridimensionamento da parte degli interessi statunitensi che si stanno concentrando sul vero conflitto da aprire nel Pacifico contro la Cina. Rinegoziare soprattutto le finalità, proprio a tutela della nostra sovranità e indipendenza nazionale, per uscire da un vassallaggio verso gli Stati Uniti ormai superato dai tempi, nello spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione che recita “L’Italia consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
La “condizione di parità” vale per le Alleanze internazionali ma anche per l’Unione Europea che, in questi ultimi tre anni, ha parlato di “autonomia strategica” riferendosi sempre al piano militare, mentre è evidente che, in un mondo sempre più complesso e turbolento, l’autonomia strategica da recuperare è quella della Politica Estera e della propria collocazione internazionale che favorisca la distensione, non l’aumento delle tensioni; che favorisca la giustizia climatica e sociale e non le disuguaglianze e il divario tra Nord e Sud del Pianeta.
Per questo dovremmo ribadire con forza che la stella polare per l’Italia e per l’Unione Europea è la pace e la convivenza tra tutti i popoli, è il diritto di tutti i popoli alla libertà e all’autodeterminazione. Per questo la priorità è quella di dotarsi di una Politica Estera comune che favorisca la democratizzazione del sistema internazionale e la creazione di un ordine mondiale multipolare senza potenze egemoni che pretendono di spartirsi il mondo e le sue risorse.
Siamo già chiamati alla prova sull’Ucraina ma lo siamo altrettanto sul destino di Gaza e del popolo palestinese. Non si è credibili se si usano sfacciatamente e servilmente due pesi e due misure. Il disegno di Netanyahu di cacciare i palestinesi da Gaza e di annettersi territori della Cisgiordania va fermato. Non si tratta solo di decidere severe sanzioni per il Governo israeliano e non per il popolo israeliano, piuttosto da parte dell’Unione Europea si tratta di assumersi un ruolo di garante del destino del popolo palestinese e del diritto alla permanenza nella sua terra, così come è giusto garantire il diritto di Israele di esistere come Stato.
L’anima dell’Europa rischia di perdersi nell’agonia della Palestina come nell’abbandono delle tante minoranze dimenticate in Siria, in Turchia, in Medioriente, in tante aree in Africa e Asia. L’anima dell’Europa rischia di perdersi se si chiude in fortezza e si assolve dalla responsabilità delle tante morti in mare di migranti.
La politica deve avere una coscienza e la coscienza viene prima di ogni appartenenza ad un partito, ad una tribù, ad un blocco economico o militare. Per questo in Italia servono forze politiche e forze sociali con una chiara e coerente coscienza costituzionale per proporre mobilitazioni e soluzioni di pace e per la pace e la riconciliazione di popoli e minoranze. Per questo vanno riconosciute e sostenute le proposte di disarmo convenzionale e nucleare della Reta Pace e Disarmo e le comunità locali vanno invitate ad impegnarsi di più per la smilitarizzazione delle menti, le relazioni umane nonviolente, l’accoglienza e a prepararsi attivamente a parteciperà domenica 12 ottobre 2025 alla marcia globale mondiale da Perugia ad Assisi per la pace, il disarmo, l’universalità dei diritti umani, l’ONU dei popoli, la fraternità.
Segretario sezione cremonese Movimento Federalista Europeo
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commenti
Anna L Maramotti Politi
5 aprile 2025 06:42
È una delle analisi politiche più chiare e propositive che vada tenuta in seria considerazione se non vogliamo avviarci su una strada del non ritorno. Le argomentazioni di Pezzoni non sono ideologiche , ma basate su conoscenza dei problemi e sui valori fondanti la cultura occidentale, quella cultura che ha i propri fondamenti nel pensiero che ha le proprie radici nel Vangelo.