2 aprile 2025

Giovanni Paolo II, un mistico, un uomo informato e trasformato dalla preghiera

Sono passati vent’anni da quella sera in cui l’allora mons. Leonardo Sandri, Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, annunciò a Roma e al mondo il passaggio alla vita eterna di Giovanni Paolo II. Io, come tanti cremonesi, mi trovavo in Cattedrale a documentare per il settimanale “La Vita Cattolica” una veglia di preghiera per il Papa in agonia presieduta dal vescovo Dante. Proprio a metà della preghiera a cui partecipavano tanti giovani provenienti da tutta la diocesi, notai una certa concitazione in sagrestia fino a che qualcuno, non ricordo chi, prese coraggio, si avvicinò al segretario-cerimoniere don Flavio Meani e gli comunicò che la televisione aveva trasmesso il ferale annuncio: le porte del Cielo si erano spalancate per accogliere uno dei più grandi Pontefici della storia. Don Meani si avvicinò discretamente al Vescovo per renderlo partecipe della notizia. A sua volta, mons. Lafranconi, con estrema pacatezza, senza farsi tradire dalle emozioni, trasmise a tutti la notizia suscitando tanta commozione e profonda gratitudine.

Tornai a casa, in mezzo ad una città silenziosa e mesta, cercando di riordinare le idee in vista del grande lavoro del giorno successivo in redazione. Pensai anzitutto ai diversi incontri che ebbi con il Papa: il primo fu a Castiglione delle Stiviere nel giugno 1991 per onorare san Luigi Gonzaga insieme a tutti i giovani lombardi, poi l’anno successivo a Cremona per quella storica visita apostolica che fu l’ultimo atto del fecondo episcopato di mons. Enrico Assi, quindi a Roma, nel 1996, con mons. Giulio Nicolini, per il pellegrinaggio a conclusione del Sinodo diocesano e infine, poco prima della sua morte, durante un’udienza ai direttori e collaboratori dei settimanali cattolici italiani.

Pensai, poi, quanto bene egli abbia fatto a me e a tutti i credenti! Anzitutto per il suo magistero così profondo, chiaro, esaustivo, totalmente al servizio della verità del Vangelo senza alcun cedimento o ammiccamento alle logiche del mondo, sempre così vacue e mutevoli: ebbe anche tanti contrasti soprattutto con teologi e intellettuali che pretendevano di piegare il Vangelo all’ideologia del momento. In secondo luogo, per il suo coraggio indomito nel difendere la vita, dal suo concepimento nel grembo materno fino alla sua fine naturale: in questa battaglia epocale e profetica ebbe una straordinaria alleata in Madre Teresa di Calcutta e in tanti uomini e donne di buona volontà che si sono alzati a protestare ogni volta che veniva calpestata la dignità della persona, l’identità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Dobbiamo, poi, essergli riconoscenti per aver investito convintamente sui giovani, sul loro entusiasmo, sulla loro naturale spinta alla radicalità delle scelte, sulla loro apertura al futuro. Il grande raduno di Tor Vergata nell’anno santo del 2000 resta indelebile nella memoria di tanti giovani ormai adulti!

A lui dobbiamo dire grazie per aver contribuito alla fine di una delle ideologie più nefaste della storia – il comunismo ateo - ma anche per aver messo in guardia – e quelli erano ancora tempi non sospetti - da un capitalismo sfrenato e senza regole foriero unicamente di disuguaglianze sociali, di un edonismo sfrenato, di un materialismo disperato. Un capitalismo che ha provocato in ultima analisi un secolarismo spaventoso.

Giovanni Paolo II con i suoi innumerevoli viaggi ha manifestato plasticamente la missione evangelizzatrice della Chiesa, la centralità delle periferie del mondo, la dignità di ogni popolo e cultura; con le sue tante canonizzazioni e beatificazione ha ricordato ai credenti che lo Spirito in ogni epoca e in ogni latitudine scrive straordinarie pagine di fedeltà al Vangelo e che la santità è non utopia, ma la via concreta per umanesimo integrale; con il suo convinto interfacciarsi con le altre confessioni cristiane e le altre religioni ha evidenziato che il dialogo è l’unica strada per la pace e la fraternità fra i popoli pur nel rispetto delle differenze!

Ma l’aspetto per cui dobbiamo essere più debitori a papa Wojtila è, senza dubbio, la sua profonda spiritualità: egli fu anzitutto un mistico, un uomo informato e trasformato dalla preghiera. Il suo rapporto con Dio e la sua profonda devozione alla Vergine Santa – “Totus tuus ego sum” egli disse dopo l’attentato del 1981 - non lo hanno affatto estraniato dal mondo, dalla realtà, ma paradossalmente gli hanno permesso di guardare più in profondità, di captare prima di tutti i germogli di speranza e di evidenziare i possibili rischi: in questo fu profeta instancabile e coraggioso!

Per lui, uomo così vigoroso e possente, gli ultimi anni di vita sono stati una dura prova, vissuta, però, alla luce della Croce. Dalla cattedra del dolore egli ha consegnato al mondo un magistero luminoso, provocatorio, rivoluzionario: ha accolto il limite e la sofferenza, non senza fatica e qualche ribellione -  e meno male! – e li ha offerti sia come esempio alla Chiesa intera sia come offerta di espiazione per il peccato del mondo. È stato l’ultimo, sublime, magnifico atto di amore di un Pastore che non ha avuto altro pensiero che annunciare che Cristo è il solo Redentore dell’uomo, l’unico capace di svelare l’uomo all’uomo.

Claudio Rasoli


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commenti


Miriam

2 aprile 2025 14:25

Una riflessione degna di nota che mi ha fatto rivivere l’importanza di averlo avuto e mai dimenticato. La storia ne porterà’ perenne ricordo .