Impariamo da Colui che è mite e umile: nel suo cuore, nelle sue parole e nelle sue azioni
“Ti rendo lode, Padre”. Con queste parole Gesù si rivolge a Dio nella sua preghiera e gli esprime il suo rendimento di grazie e la sua lode constatando che il Vangelo che Egli annuncia è stato accolto da coloro che sembravano i meno disponibili. Non i sapienti del popolo, non i dottori della Legge, non la classe dirigente del popolo di Israele hanno aperto il proprio cuore alle parole di Gesù. A farlo sono stati “i piccoli”, quanti nella società erano ai margini: disprezzati, non visti, ritenuti esclusi dall’amore di Dio secondo i benpensanti del tempo.
E poiché accogliere la Parola è un dono di Dio, Gesù riconosce che quanto accaduto è opera del Padre. È al Padre che è piaciuto scombinare l’ordine delle cose per chiederci di riconoscere che la Sua opera nel mondo è sempre sconvolgente rispetto alle nostre previsioni.
Fin dai primi passi della storia di Dio con il popolo eletto, storia iniziata con la chiamata di Abramo, non è possibile vedere altro che gratuità e imprevedibilità da parte Sua. Abramo è scelto nella sua marginalità e diventa padre di una moltitudine, non perché meriti di più, abbia di più, sia di più rispetto ad altre persone che intervengono accanto a lui. La sua stessa vicenda è fatta di cadute e risalite che portano a chiedersi perché Dio abbia scelto lui e non un altro: così Giacobbe, Mosè, Rut, Davide, Elia, Maria Maddalena, Pietro. Ci sono tantissime vicende nella storia sacra che all’uomo religioso fanno sorgere dubbi sui criteri di Dio.
Quel che agli occhi nostri suscita perplessità, per Gesù è motivo di lode. Un richiamo a mettere sempre in dubbio le nostre logiche, anche quando ci sembrano le più evangeliche che ci possano essere.
Muovendomi su qualche social mi capita di imbattermi in persone che dai loro profili rivendicano un cristianesimo ineccepibile ed esigente, radicale e fiero, forte e orgoglioso. Spesso mi trovo d’accordo con alcune loro proposte e osservazioni, perché mi sembra che anche noi oggi ci troviamo nella situazione dei re di Israele e di Giuda che con superficiale spensieratezza lasciavano che fossero innalzati templi alle divinità straniere accanto al santuario del Dio di Israele, poco preoccupati dell’idolatria, quasi pensando che tanto un dio vale un altro, una fede vale un’altra.
Ogni volta che da questi profili sento il richiamo a non dimenticare che “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27), mi trovo in sintonia e condivido il richiamo ad una maggiore radicalità nella confessione della fede nella società di oggi da parte dei cristiani. Sentendo alcuni commenti, però, mi sorge qualche dubbio e mi chiedo quanto possa essere pericoloso costruire una società religiosa di puri e perfetti e chiudere le porte ai tanti incerti e timidi nella fede, quei “piccoli” i cui angeli contemplano il volto di Dio secondo le parole di Gesù (cfr. Mt 18,10). E, se non bastasse, talvolta rimango profondamente dubbioso di fronte a certi toni da crociata, chiedendomi come si concilino con quel Gesù che si dichiara “mite e umile di cuore” (Mt 11,29), non certamente soldato armato per spezzare le gambe o trafiggere con la spada a chi non la pensa come Lui.
Non è raro che persone semplici, alle quali non si dia una grande considerazione in riferimento alla loro fede, riescano a spiazzare chi le ascolta con espressioni di affidamento, parole di preghiera, azioni di misericordia verso il prossimo compiute con un tale disinteresse da meritare un posto nella letteratura spirituale. Devo riconoscere che anche persone cosiddette lontane, perché con le loro scelte attuano comportamenti che religiosamente lasciano a desiderare, hanno intuizioni su Dio che interrogano profondamente per la loro concreta capacità di indirizzare la loro vita.
Se provassi a tradurre il testo del Vangelo di oggi in un invito pratico a comportarci come Gesù, rischierei di essere frainteso come se dicessi che tanto va bene tutto. Quello che tutti possiamo fare, però, è sostare in silenzio con Gesù, contemplando l’operare del Padre che sempre spalanca le braccia del suo cuore perché tutti possano trovare casa presso di Lui quando sono o saranno pronti per essere accolti; quello che tutti possiamo fare è cambiare il nostro sguardo su ogni “piccolo” che incrociamo sul nostro cammino, sciogliendo quel senso di superiorità che ci prende come avveniva ai farisei del tempo di Gesù. Quello che tutti possiamo fare è ricordarci che la Chiesa è se stessa quando, guidata dallo Spirito, si preoccupa di allargare i confini delle sue tende, per dare a tutti cittadinanza; smentisce invece se stessa quando ai confini indefiniti, preferisce le sicurezze dei muri con le porte di accesso sbarrate.
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