Otto marzo 2026. Ascoltare storie di donne che hanno il coraggio di confessarsi e di vivere nonostante
Per la festa della donna non ho trovato di meglio che citare le testimonianze esemplari di due donne che hanno affrontato con straordinario coraggio passaggi assai difficili della loro vita. Purtroppo devo confessare che in molte delle testimonianze raccolte nel corso della mia vita – sono un appassionato raccoglitore di storie di donne e di uomini “che non hanno storia” – in molte di quelle femminili mancano le presenze maschili, se non come pesi o persecutori, raramente come sostegni, figure di riferimento, soccorritori, affettuosi compagni di viaggio.
Quelle che presento sono testimonianze autobiografiche di due donne, non più giovani ma nella piena maturità, alle quali ho attribuito nomi fittizi, per preservare la loro intimità, consegnatemi una quindicina di anni fa, ma sempre di straordinaria verità. La prima quella di Girigi, che era appena uscita dall’esperienza del tumore, raccolta presso il Day Hospital Oncologico di Cremona diretto dal prof. Rodolfo Passalaqua, la seconda quella di Beatrice, che ha frequentato per anni il Centro Psicosociale di Cremona diretto dal dott. Franco Spinogatti (con la collaborazione essenziale di Gabriella Leggio, psicologa).
La storia di Girigi
All'inizio il punto di partenza è uguale per tutti, ci viene fornito il nostro secchiello pieno di mattoncini colorati e via... ci mettiamo a costruire, a tirar su. Ma si vede subito dalle prime mosse chi nel secchiello trova i mattoncini belli perfetti che si incastrano facilmente gli uni con gli altri e chi invece trova mattoncini un po' smussati, pezzi che non si combinano con nessun altro... Inutile dire che il mio secchiello era fra questi! E i colori? mai indovinato il colore che ci vuole e subito tutti a farmelo notare, per non parlare della forma, sempre un po' sbilenca, costruisci, tiri su, rimedi, rifai ma sempre con quella sensazione dell'equilibrio precario, del provvisorio... poi arriva quel calcio che prende in pieno la costruzione e allora tutto va in pezzi, crolla, si rompe...
Ma quando il disastro è compiuto e tutto giace per terra, si può cominciare a guardare e valutare bene il danno, esaminando i pezzi, uno per uno, cercare di sistemarli magari in un posto diverso rispetto a prima e ricominciare a costruire prendendo pazientemente i pezzi dal proprio secchiello e cercando di adattarli agli altri e poi, rimestando, magari scoprire che i pezzi più belli, i migliori, stavano sul fondo!
Era il 2006 quando ho avuto la diagnosi del tumore al seno, era marzo e sinceramente non venne ad interrompere una vita felice e serena, ma un'esistenza trascinata avanti con stanchezza, amarezza, delusione confusione... Tutto normale per carità: un marito, due figli, un lavoro, un gatto, una coniglia... ma le giornate correvano troppo e non rimaneva spazio per cose che mi sarebbe piaciuto fare. D'improvviso ad un banale controllo la notizia del tutto inaspettata. Perché il mio corpo/cervello non mi ha avvertito che stava succedendo qualcosa di grave. Come era possibile che mi fosse capitato? Eppure facevo una vita sana, nella mia famiglia era già stata colpita mia sorella, non avevamo già dato? Perché anche a me? Questa domanda martellava nella mente in quei primi giorni insieme ad un'altra: dove è già arrivato? Sarà ancora curabile?
Quanta ansia, cercavo un po' di dissimulare per non spaventare troppo i miei figli che avevano 15 anni… Cercavo di ostentare una certa tranquillità, poi c’è stata la corsa dagli specialisti del settore: Brescia, Milano ed infine Cremona dove ho trovato le risposte che mi hanno convinto di più e mi sono affidata a loro. Io sono sempre stata una persona molto paurosa, ma ora la bestia ce l'avevo lì davanti. E' stato sconvolgente, con i suoi 2 centimetri e mezzo mi ha rivoltata come un calzino. Primo, bisogna imparare ad aspettare: l'esito dell'istologico, l'esito della Tac, quello della scintigrafia... chi è ansioso come me sa che aspettare è quasi impossibile. Secondo, bisogna dimenticare le parole: "questo non lo posso sopportare". Mi è venuto da dire quando ho saputo di dover fare le chemio, poi quando ho saputo di dover perdere i capelli, l'ho pensato nel momento in cui si avvicinava l'intervento chirurgico, l'ho urlato quando mi sono sentita tradita da chi credevo mi avrebbe sostenuto.
Ho sopportato tutto e sono ancora qui, pensavo di non reggere, di sciogliermi nelle mie paure ed invece mi hanno resa più forte, non posso dire che sia stata un'esperienza positiva ma mi ha dato modo di conoscermi meglio, ora mi stimo di più e non permetto più che la vita mi scivoli addosso senza afferrarla. Mi sono ripromessa di fare ogni giorno una cosa che mi dia soddisfazione, anche piccola ma che sia una cosa dedicata a me. Ci riesco quasi sempre.
Un esercizio di scrittura che il prof. ci ha dato: trenta immagini di auto presentazione e noi dovevamo scegliere tre metafore che dicevano qualcosa di noi. Ecco le mie scelte: “Sono il mare o la foresta sconvolta dalla tempesta” - perché nonostante tutto, quando la bufera è passata mi rassetto e rimango al mio posto. “Io sono la talpa che scava gallerie” - continuo a cercare dentro di me e lo faccio scavando in continuazione, a volte trovo dei filoni che mi portano lontano. “Sono l'ululato del lupo sotto la luna” - mi piace il lupo, mi piace la luna e spesso mi metto ad ululare.
A queste ne ho aggiunte qualcuna di mie: - “Sono la grande quercia”, - “Sono il bucato steso al sole” – “Sono la neve lieve, lieve che scende di notte ed al mattino mi sorprende sempre”, perché dopo tanti anni la neve riesce ancora a suscitarmi allegria e un grande senso di pace, mi invita a prendere le cose con più tranquillità, attutisce i rumori, copre le miserie.
Per il futuro faccio tanti progetti, tutti positivi ovviamente. I miei figli finiranno di studiare e si prenderanno la loro vita, ed io andrò in pensione. Mi piacerebbe a quel punto andare ad abitare in un bel posto in montagna, un posto che mi permetta di aprire le finestre e vedere un paesaggio stupendo, vorrei avere anche la possibilità di tenere animali, sarebbe bellissimo se potessi avere degli asinelli, adorabili creature dagli occhioni dolci ed espressivi... ecco io immagino di poter camminare in montagna in compagnia di un asinello e di un cane.
La storia di Beatrice
Non sono stata una mamma ‘modello’, ma c’era serenità. Avevo la dignità di non raccontare che ho allungato il latte con l’acqua, a colazione, per pagare il mutuo. Perché ho sempre avuto la testardaggine di comprare casa ed investire per il futuro. Adesso penso che forse questi sacrifici mi hanno resa nervosa e stressata, ma credo di essere riuscita a mettere le basi, che in questo mondo in crisi tornano utili. Oggi, sono passati quasi diciotto anni e mio figlio è nuovamente in crisi… l’appartamento che gli ho dato in uso è ‘piccolo e sporco’. Lui non riesce neppure a fare una doccia, sente ‘le voci’ e ha paura di prendere malattie perché non è igienico… vorrebbe che gli cedessi il mio appartamento (uguale al suo… ma pulito)!
Ho il diritto di dichiararmi fallita?? Storia di ordinaria follia. A chi può interessare una storia così? La storia di un ragazzo dolce e mite, che diventa aggressivo, e non solo con sua madre. Facendomi credere che sono una madre incapace, che aspetta di fare una sera di Natale con il proprio figlio (trascurando il proprio compagno di vita, parenti ed amici) per poi restare sola davanti alla TV, a guardare la finestra di fronte, chiusa, a vegliare sul sonno di un ragazzo che, ormai, ha deciso di cancellare dal calendario le festività…
Quanti anni ho passato così? Ritagliando la mia felicità, sempre con i sensi di colpa, come se stessi derubandolo… quanti anni, alternando la sua malattia a quella dei miei genitori. Passando il mese di agosto da un reparto all’altro dell’ospedale (tra madre e figlio malati) E TROVANDO ANCHE IL TEMPO, PER RICORDARMI CHE HO ANCH’IO DIRITTO ALLA VITA. Quante volte mi sono sentita una ladra, perché stavo rubando uno scampolo di PURO EGOISMO. Una boccata d’aria nell’apnea della mia vita.
Per anni mi sono rimproverata di non aver ‘capito’, di non aver intuito questo profondo disagio. Eppure provo una rabbia profonda ed ottusa nel rendermi conto di non poter controllare e dirottare questo corso. Lui che non è uno stupido, si comporta come un demente… Ed io sento di aver fallito il mio più importante traguardo. Sono impotente, ma anche molto stanca. Dopo 18 anni ho già visto e rivisto le stesse scene, la stessa farsa.
Diciotto anni fa è iniziato il crollo fisico, oltre che mentale. Mentre la mente ‘rimbambisce’, il corpo invecchia. Come un animale in gabbia, cerca ancora di ribellarsi a questa prigione che lui stesso ha costruito intorno a sé. E’ passato così tanto tempo che non riconosco più quel corpo, piccolo ma atletico, e cerco di provocare questo povero ‘sacco’, pieno di farmaci e sigarette, proponendogli una pedalata in bici... perché penso alla gioventù che non ha vissuto, vedo i suoi capelli diventare grigi e penso, con terrore, al fatto che forse lo vedrò spegnersi, senza che abbia vissuto.
Si dice che i malati mentali abbiano alterata la sfera dei sentimenti. Indubbiamente, per mio figlio, l’approccio verso l’altro sesso è ‘il problema’. Eppure, nel corso della sua malattia, è stato interprete di una forma di amore verso una coetanea così forte, vero e puro, da poter emulare quello di Dante per Beatrice o Petrarca per Laura, e così via. Anzi, si è corso il rischio di rivivere il dramma di Romeo e Giulietta, per la drammaticità dei toni e degli eventi. Se posso permettermi un po’ di humor, si è rischiato di avere un nuovo romanzo d’amore non corrisposto, ambientato nei nostri giorni e nella nostra Pianura Padana…
Vorrei chiudere questo scritto breve, ma greve, con un finale aperto, che vede più, possibili, epiloghi. Mi piacerebbe pensare che è stato tutto un bruttissimo sogno, scaturito da una mia allucinazione, ed al risveglio scoprire che mio figlio ha 16 anni e sta andando sul windsurf, mentre questa sua madre incosciente lo sgrida, perché deve prima studiare per terminare l’anno scolastico…
Un bel colpo di spugna… mentre invece l’unica spugna che deve usare questa madre degenere, è quella Vileda, che deve pulire l’appartamento troppo sporco di suo figlio… Oppure questo ragazzo, molto più semplicemente, riesce a trovare un po’ di amore e serenità, con una giovane donna, affetta dal suo stesso disturbo, in modo che possano aiutarsi a vicenda, lasciando in pace la vecchia mamma… Oppure mio figlio che spicca il volo e si libra nell’aria con dei Superpoteri, magari cammina sull’acqua e sulle braci, poiché i MATTI sono in grado di fare delle cose davvero Super…
Perdonate queste mie facezie, devo pur trovare la fine!! Mi auguro solo di poter vedere serenità (la parola felicità, non appartiene a questo mondo) sul volto di mio figlio, perché quando mi sorride con quel suo sorriso un po’ sgangherato, mi fa almeno dormire tranquilla per più di 5 ore filate… questo per me è un privilegio che non mi è consentito spesso. Il mio sonno, infatti, è di circa 4/5 ore per notte, se mi va bene… Perché, da 18 anni a questa parte, il mio sonno è veglia ed il mio pensiero ha una memoria dedicata, sempre con indirizzo.
Qualche considerazione finale in occasione dell’8 marzo 2026
Quello che mi colpisce, rileggendo queste storie, è la loro attualità, e la potenzialità pedagogica per noi uomini, molti dei quali sono passati da una cultura centrata sul patriarcato a quella attuale, che ruota intorno ad un sempre più dilagante narcisismo onnipotente, finalizzato al proprio unico interesse, senza compiere un accurato esame di coscienza di sé e sulle relazioni che vivono.
Innanzitutto le parole di queste due donne manifestano una straordinaria capacità di esprimere in maniera diretta emozioni assai forti, in molti casi laceranti e di narrare vissuti personali, intimi, delicati, dolenti. Dimostrano il coraggio di affrontare la propria storia, e quella dei loro famigliari, non vergognandosi del dolore, delle debolezze, delle fragilità, dei propri limiti, dando loro voce. Una scelta decisiva in quanto, lo si sa, il dolore silenzioso avvelena il cuore.
Poi si evidenza la capacità di resilienza anche nelle situazioni dove la malattia, la morte, la follia bussano alla porta di ciascuna e di ciascuno, continuando a lavorare, a gestire le relazioni famigliari, a reggere il peso dello stress. E per ultimo, non certo per importanza, risalta una mantenuta capacità di sognare e di sperare, anche se può sembrare illusorio, sapendo che il sogno e la speranza, quando non sono folli, rendono più gestibile l’esistenza non solo personale, ma anche di chi è in stretto contatto con loro.
Certo, non tutte le donne hanno fatto proprie tali qualità. Ed altrettanto certo è che non pochi sono gli uomini che hanno saputo uscire da schemi prestabiliti come maschi – duri e puri -, e femmine – deboli da sottomettere e “proteggere”, controllandole.
Invece di dispute infinite sull’educazione alla affettività e alla sessualità, con l’esposizione delle contrapposte ideologie (e spesso cattiverie), perché non portare queste storie tra i giovani, nelle scuole, con gli adulti nei loro diversi ruoli, che finalmente stanno ad ascoltare e ad ascoltarsi tra di loro? Sarebbe un 8 marzo migliore, invece di fermarsi ad un mazzo di mimosa e a qualche discorso di circostanza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti