3 maggio 2026

Diamo alla Chiesa il volto di Gesù

Le parole di Gesù che ascoltiamo in questa domenica provengono dai discorsi che l’evangelista Giovanni ci riporta dopo il racconto dell’ultima cena e ci invitano a fissare il nostro sguardo sul volto del Signore: è attraverso di Lui che è possibile conoscere il Padre; è Lui la via che ci porta a Dio, la verità e la vita per ciascuno di noi; è in Lui che siamo chiamati ad aver fede, come l’abbiamo in Dio. Attraverso quanto ci viene detto è un po’ come se rivivessimo l’esperienza della Trasfigurazione: come in quel momento della sua vita il volto di Gesù ha mostrato la sua identità, confermata dalla voce del Padre, ora sono le parole del Signore stesso che ci conducono a capire chi Egli è, cosa significhi credere in Lui e forse un po’ a margine, anche cosa voglia dire essere Chiesa.

Il significato del termine “Chiesa” è molto semplice, perché vuol dire assemblea, il gruppo dei discepoli radunato per la preghiera o sparso su tutta la terra. Tuttavia questa parola è spesso usata con un senso di divisione: molti cristiani parlano della Chiesa pensando solo al papa, ai vescovi e ai preti, includendo magari frati e suore; molti non cristiani usano questa parola quando pensano agli errori e ai peccati dei credenti nel corso dei secoli o quando pensano a quel che all’interno della comunità cristiana oggi fa problema; altri cristiani usano questa parola con molte riserve, perché pur includendovi tutti i battezzati, riconoscono che alcuni dentro questa realtà non ci stanno volentieri e da essa prendono le distanze; infine mi piace ricordare che questa parola è stata utilizzata anche per abbracciare tutti i giusti che dentro e fuori i confini della comunità credente visibile, appartengono al Signore Gesù, perché lo hanno seguito anche senza conoscerlo.

A partire dalle parole del Signore che oggi ascoltiamo, voglio chiedermi come potrebbe essere e cosa potrebbe fare la Chiesa, che siamo tutti noi, per essere un segno del volto di Cristo così come oggi ci viene presentato.

Innanzitutto, come Gesù, la Chiesa è chiamata a ricordare che il Padre vuole che per tutti ci sia una dimora nella sua casa. Pur non sottraendosi mai a lavorare per il bene terreno degli esseri umani, la Chiesa è fedele a Gesù quando vive e annuncia la speranza di abitare presso la casa del Padre. Se la Chiesa si ripiega sul presente, sul fare solo per la terra, perde la sua identità perché smette di annunciare il Regno di Dio. Questo Regno ha dei semi in mezzo a noi: pace, giustizia, serenità, riconoscimento e accoglienza per ogni donna e uomo, ma la sua pienezza è oltre il velo di questa nostra storia. La Chiesa è sé stessa quando lavora per portare con abbondanza i semi del Regno e non meno per ricordare che i loro frutti si raccolgono nella casa del Padre verso la quale tutti camminiamo.

Come Gesù, che è immagine del volto del Padre, la Chiesa è chiamata a riflettere il volto del Signore, a convertirsi a Lui e al Vangelo. Essendo il Figlio, Gesù, riceve dal Padre la sua identità; allo stesso modo la Chiesa è realmente sé stessa se si dispone a ricevere dal suo Maestro, senza costringerlo nei confini degli schemi umani, ma aprendoli al senso evangelico, alla Pasqua del Signore. Da ciò deriva che la Chiesa, e ogni cristiano, è sempre in stato di riforma, per dare alla propria vita la forma del Cristo.

Infine, come Gesù, la Chiesa è chiamata a compiere le stesse opere del Signore, anzi ancora più grandi. Pensare che la Chiesa possa fare qualcosa di maggiore di Gesù ci stupisce, ci spaventa e ci affascina. Le opere dei discepoli sono “più grandi” perché non rinchiuse nei limiti di una sola esistenza umana: il tempo della vita di Gesù e il luogo in cui Egli ha vissuto. I gesti della Chiesa sono più grandi perché durano attraverso i secoli in cui il Signore le dà la grazia di vivere. Sono più grandi perché da Gerusalemme dove è nata, il Vangelo attraverso di lei raggiunge tutti i confini della terra. Sono più grandi perché, pur non essendo miracoli che stupiscono, sono come gocce che scavano la roccia, entrano nella mentalità e ne divengono parte integrante, anche quando non se ne riconoscono più le radici. 

Maria, a cui il mese di maggio è dedicato, ci ricorda una legge incontestabile: le azioni sono grandi quando chi le compie non si mette in mostra, ma le fa in nome di Dio: la Chiesa e ogni credente, come Maria, magnifica il Signore se si rende umile, se lascia a Lui il merito, certa che la vera ricompensa non è essere lodati dagli uomini, ma vivere per accogliere il dono di abitare in quella dimora che Dio Padre ha mandato Gesù a preparare per ciascuno di noi.  

Francesco Cortellini


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