12 marzo 2026

Voto scheda bianca per disertare da questa guerra

Dopo una lunga riflessione ho deciso di non partecipare a questa chiamata alle armi che non è un referendum su una legge ma appunto una guerra.

Abbiamo assistito ad una campagna più pubblicitaria che di informazione ai cittadini, che ben poco possono sapere della materia del referendum. Una campagna contrassegnata da slogan fasulli. Per il Sì “Vuoi una giustizia più giusta?”, per il No “Vuoi magistrati sottoposti al Governo?” come dire “In Italia preferisci che ci sia la pace o la guerra?”, domande che hanno già in sé una risposta tautologica. E poi “Voterebbero Sì Gelli e i malfattori” o, al contrario, votare No significherebbe tradire Giovanni Falcone che era per la separazione delle carriere. Ed ancora per qualcuno se ci fosse stata questa riforma Enzo Tortora non sarebbe stato arrestato ingiustamente mentre per gli altri con questa riforma non ci sarebbe stato Mani Pulite.

Ma così, sganciando in modo suggestivo eventi lontani dal loro contesto storico-giudiziario, non riproducibile oggi, si può dire qualsiasi cosa. In sostanza questi slogan sono un inganno e una manipolazione degli elettori.

Esaurito questo sfogo che nasce anche dalla lettura di centinaia e centinaia di articoli quasi sempre ripetitivi, autoreferenziali ed espressione della “voglia di esserci” di chi li scriveva, si può fare qualche riflessione.

Prima di tutto il referendum è soprattutto una esasperata anticipazione politica delle elezioni del 2027 e non si vota su una legge ma si vota sui magistrati, pro o contro, e i magistrati stessi sono “parte” del voto. Questa è la prima stortura. La fiducia nella magistratura dovrebbe essere uno dei presupposti di un sistema democratico come il nostro. Se manca o è messa in discussione una democrazia diventa una bilancia mal tarata.

Con il Comitato per il No l’ANM ha scelto poi definitivamente di essere un organo di rappresentanza politica ed in verità la sua strategia di comunicazione è stata più efficace di quella del Governo e anche di quella della stessa opposizione politica di sinistra che è rimasta in seconda linea. Ed ha consentito di rimontare lo svantaggio iniziale.

Al Governo deve essere addebitato, al netto di passi falsi durante la campagna quali aver chiesto i nomi dei “finanziatori” del Comitato per il No e aver definito il CSM un organo paramafioso, di aver in Parlamento blindato testardamente il testo scatenando una guerra che dopo la fine dei governi Berlusconi sembrava potersi sopire.

Nonostante e anzi forse per questo ci sono stati nella modifica degli articoli della Costituzione alcuni errori evidenti. Ne cito solo alcuni.

Innanzitutto è una inutile fissazione del Ministro prevedere due concorsi separati per futuri Pubblici Ministeri e Giudici. Il doppio concorso complica senza servire a nulla perché gli uni e gli altri andranno a usare gli stessi Codici e le stesse leggi. I primi devono conoscere come funziona il giudizio per portare a buon esito le loro indagini, i secondi conoscere le tecniche di indagine per valutare sono state corrette, come vale anche per gli avvocati: in sostanza la formazione iniziale non è scindibile.

Inoltre è assolutamente ragionevole che i vincitori del concorso, spesso in giovanissima età, abbiano una fase di rodaggio anche attitudinale per decidere poi cosa fare, il Giudice o il Pubblico Ministero, per tutto il resto della loro carriera. La possibilità, dopo un concorso unico, di cambiare la scelta iniziale, limitata magari ai primi 4 anni di servizio davvero non mi sembra uno scandalo.

 L’Alta Corte di Giustizia Disciplinare non ha nessuna obiezione di principio, costituita come è sulla falsariga della Corte Costituzionale e con il Presidente della Repubblica come garante. Può evitare la contiguità tra giudicanti e giudicati ed escludere il CSM da una funzione di fatto giudiziaria dato per un magistrato il giudizio disciplinare non è meno grave di un processo penale. Tuttavia il nuovo giudizio disciplinare è stato congegnato male perché per l’appello è prevista la competenza della stessa Alta Corte seppur, ovviamente, con una composizione diversa. Ma l’Alta Corte è un organismo ristretto di 15 persone e i giudici di secondo grado sarebbero chiamati a confermare o smentire quanto deciso dai colleghi con cui lavorano tutti i giorni. Una evidente incongruenza. Inoltre non si comprende nel testo della riforma se vi sarà o meno ancora la possibilità del ricorso in Cassazione, che è una forma di garanzia.

Nemmeno si comprende se l’iniziativa dell’azione disciplinare resterà in via esclusiva propria del Ministro di Giustizia o concorra ancora e come con quella della Procura Generale della Cassazione. Il potere di iniziativa dell’azione disciplinare del resto è un aspetto importante perché avviarla inutilmente, magari contro un magistrato senza coperture, o al contrario ometterla quando sarebbe necessaria, pensiamo ai molti magistrati “graziati” in occasione della vicenda Palamara, fa effettivamente la differenza, anche non meno dell’esito di un giudizio in sé.

Stupisce poi che quasi nessuno abbia fatto cenno in questo scontro alle norme attuative perché le modifiche agli articoli della Costituzione sono sì una cornice ma molto dipenderà dal contenuto della legge che darà loro concreta attuazione.

Per questo sarebbe giusto non blindare, come è avvenuto nelle votazioni per le modifiche alla Costituzione, anche le norme attuative affidandole solo alla maggioranza parlamentare, come se fossero di sua esclusiva proprietà. Affidarne invece la discussione e la stesura ad una Commissione qualificata di giuristi di diverso orientamento politico-culturale. Sarebbe già qualcosa in questo clima di guerra di religione.

Gli aspetti che le norme attuative dovranno affrontare, e sono temi concreti e non ideologici, sono numerosi. 

Quanto al sorteggio certamente è l’aspetto più condivisibile della riforma perché separa la politica giudiziaria, cioè l’ANM, dall’alta amministrazione, cioè il CSM, sottraendo anche il magistrato comune alla soggezione e all’autocrazia delle correnti. E non dimentichiamo che spesso al CSM siedono figure di secondo piano perché quelli che comandano davvero sono nelle Segreterie delle correnti, sono loro a decidere.

Ma chi sarà tra i sorteggiabili? I magistrati con un certo livello di anzianità certamente ma solo coloro che ne faranno richiesta o tutti?  La questione non è indifferente perché per un magistrato comune lasciare il proprio lavoro e trasferirsi a Roma certamente non è una scelta indifferente e se le correnti spingessero i propri militanti a candidarsi tutti potrebbero riuscire a ristabilire una parte del potere perduto. Ed ancora potrà essere sorteggiabile chi ricopre incarichi direttivi o semidirettivi o chi fa parte o ha fatto parte dei Consigli Giudiziari? Meglio di no, direi, meglio far sedere in Consiglio che sta fuori dagli incarichi vari.

Una questione simile si pone per lista dei candidati “laici”, giuristi e avvocati, da sorteggiare che deve essere predisposta dal Parlamento e di cui nella riforma si parla in modo generico.  Se fosse consentita la predisposizione di una lista ristretta, cesserebbe di essere un sorteggio ma diventerebbe un meccanismo a beneficio della maggioranza. E comunque sarebbe necessario prevedere per la scelta dei sorteggiandi una maggioranza qualificata, ad esempio i tre quinti.

Non si sa poi per il momento cosa succederà dei Consigli Giudiziari, i piccoli CSM presso le Corti d’Appello, che quasi nessuno conosce. Eppure lì si annidano le prime clientele correntizie. Sono infatti i Consigli Giudiziari a redigere i famosi “pareri”, sempre eccelsi per gli amici, che condizionano poi, utilizzati dal CSM, tutta la carriera. Anche i Consigli Giudiziari andrebbero riformati, depurati dai “capetti” locali.

Per parlare poi di quello che non c’è, manca del tutto nella riforma qualsiasi idea diretta a migliorare il reclutamento e la formazione dei magistrati che oggi è del tutto insufficiente. Vinto il concorso, cioè in sostanza scritti bene tre temi, poco più che ragazzi di 24 -25 anni, senza alcuna esperienza di vita e di lavoro, assumono il diritto di giudicare per tutta la vita i diritti fondamentali di tutti, considerando che non esistono in pratica controlli successivi. E in molti casi il livello dei nuovi  magistrati è sceso. Negli altri Paesi europei non funziona così. Ma nessuno si è posto il problema.

Voterò alla fine, nonostante qualche virgola a beneficio del Sì, scheda bianca, anche a costo, con questa scelta personale, di scontentare tutti. Voglio star fuori da questa guerra. Dopo questa bellicosa campagna referendaria chiunque vinca, il Sì o il No, non ne verrà, almeno a tempi brevi, molto di buono per la giustizia e per il Paese.

Guido Salvini


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commenti


biagio

12 marzo 2026 15:56

Trovo sorprendente – e un po’ inquietante – che proprio un magistrato, cioè una figura che avrebbe tutti gli strumenti per spiegare con chiarezza una materia complessa, finisca invece per trasmettere l’impressione di muoversi con cautela, quasi intimidito. E questo, purtroppo, è esattamente l’effetto che chi governa oggi sembra voler ottenere: un clima di incertezza che scoraggia la comprensione e confonde chi deve votare.

Non è accettabile che su un tema così delicato si costruisca un discorso interminabile, pieno di tecnicismi, che rischia di allontanare i cittadini invece di aiutarli. Un referendum non è un labirinto: si chiede ai cittadini di dire Sì o No. E io sarò tra quelli che diranno NO, senza esitazioni. I motivi sono ormai noti a tutti: questa riforma non risolve nessuno dei problemi reali della giustizia. È un referendum politico, voluto da questo governo, e politico è rimasto dal primo all’ultimo passaggio parlamentare.

Ed è proprio questo il punto che voglio chiarire: questa riforma è nata politica. Il testo è stato scritto direttamente dal Governo e, durante l’intero percorso parlamentare, non è stato possibile per nessuno – nemmeno per la stessa maggioranza – modificare una virgola. Nessun emendamento accolto, nessuna proposta discussa, nessun confronto vero. Quando si interviene sulla Costituzione, questo modo di procedere è anomalo e pericoloso: la Carta non appartiene a un governo, ma all’intero Paese. Blindare il testo significa trasformare una riforma che dovrebbe essere tecnica e condivisa in un atto di pura volontà politica.

Se questa riforma dovesse passare, temo che l’Italia cambierebbe volto. Non esagero: rischiamo di diventare una sorta di “Libia del Nord”, perché in Libia – guarda caso – certi rapporti politici sono già stati coltivati con grande disinvoltura, persino con voli di Stato. Il messaggio è chiaro: la politica vuole indicare alla magistratura cosa può fare e cosa non deve fare. E questo è l’inizio della fine della democrazia.

Se i giudici non emetteranno più sentenze “in nome del popolo italiano”, ma in nome delle priorità del governo di turno, allora avremo davvero imboccato una strada pericolosa. Questo referendum potrebbe essere il primo passo verso un modello autoritario. Ecco perché bisogna essere vigili, lucidi e consapevoli. un saluto da biagio