3 ottobre 2023

Nino Gerevini, detto "Topa". E il commercio di rottami

"La macchina? Dàla a Topa" era la frase classica di quando si comprava un'auto usata oppure quando la stessa dava problemi meccanici. Mio padre mi ricordava che si decise a cambiare bicicletta, quando un bambino sulla porta gli disse, vedendo la sua bici arrugginita, "daghela a Topa". Ennio Serventi ricorda questo personaggio della vecchia Cremona (m.p.).

    […] dopo questo viaggio finì la mia collaborazione con Ghirèen. Compiuti i quattordici anni un conoscente mi procurò un lavoro di officina all'auto rettifica di via Mantova angolo con via dei Fornaciai. Questo fu il mio primo lavoro vero. IL principale aveva un nome che richiamava atti di astinenza,sacrifici, rinunce volontarie che i fedeli usano fare  per devozione,penitenza,  remissione ma anche per ringraziamento. Il nome del titolare ricordava  l' attrezzo di uno sport  di lama[..].

 […] Il tempo era ancora quello di un dilatato dopo guerra. Circolavano, adibiti ormai ad uso civile, autocarri residuati bellici dai nomi prestigiosi: Ford, Dodge, Chevrolet. Per questi, salvo i supporti per le bronzine, che non mancavano neanche nei motori da rettificare che arrivavano da noi, non c'erano pezzi di ricambio e, nella necessità, si ricorreva ai demolitori.

  All'auto rettifica, dirimpettaia di un lato del vecchio Foro Boario, per le bronzine da sostituire provvedevamo noi in modo autarchico e manuale. In una cantina adibita a fucina, sulle braci ardenti di un carbone preventivamente spezzettato, continuamente ravvivate da un refolo d'aria generata dalla rotazione della apposita manovella, veniva posto un crogiolo entro il quale si  sarebbe sciolto quello che noi chiamavamo “metallo bianco”. Un posto quasi scuro quella cantina che il rosso delle braci parzialmente colorava senza rischiararlo, l'aria un miscuglio di fumi da fusione, da carbonella in combustione lenta  e di vapori acidi. In attesa della fusione del metallo, in una specie di piatto fondo interamente di piombo materiale inattaccabile dalla corrosione, veniva versato dell'acido solforico e, con l'aggiunta di pezzetti di zinco, fatto spegnere, “far morire l'acido” si chiamava quella operazione. L'acido spento serviva per pulire perfettamente senza intaccarli i fronti interni dei supporti, favorendo una salda adesione a questi del metallo bianco sciolto, quale può essere una unica fusione.  Sul piano di lamiera di un tavolo di ferro si componevano le diverse parti del pezzo. A delimitare un cerchio si facevano combaciare le estremità dei recuperati supporti bronzei delle bronzine, Al centro di questo spazio si posizionava un “picciorlo” cilindrico di ferro. Nel volume fra questo e i supporti, che facevano da sponda, si versava, direttamente e manualmente dal crogiolo  il metallo antifrizione fuso. La bronzina era fatta. Smantellata la parte di sostegno non restava che portare tutto al tornitore che, con le dovute tolleranze, l'avrebbe portata a “misura”.  Ottorino il motorista, poi, con un raschietto avrebbe inciso un canaletto che consentiva all'olio di lubrificazione di arrivare e diffondersi su tutta la superficie interessata dalla rotazione. Non restava che il montaggio.

  Le bronzine erano gli unici pezzi che riuscivamo a ricostruire, per gli altri bisognosi di ricambio   eravamo costretti a ricorrere agli accennati rottamatori. Erano personaggi in perenne movimento, intenti a cercare, frugare in ogni luogo ove la guerra potesse aver lasciato macchinari ed attrezzi vari, partecipando a gare per aggiudicarsi  appalti alla demolizione e smaltimento di interi parchi di raccolta, conservando, immagazzinando quello che poteva essere di nuovo usato. “Và da Topa!!” mi dicevano all'occorenza. “Gerevini Nino detto Topa”, appellativo che mai fu così azzeccato, certamente esclusivamente riferito alla femmina del topo roditore per le sue attitudine a frugare in luoghi oscuri, rigorosamente scritto con la P iniziale maiuscola come appariva negli avvisi pubblicitari e sul cartello che indicava l' entrata del luogo del suo commercio. Al bastione di san Michele, poco sotto il tratto di antiche mura fortunosamente risparmiate dal piccone, nella casa che fu della “Commenda”, Topa aveva impiantato il suo magazzino e punto vendita. Di stazza notevole, così lo ricordo, Gerevini Nino detto Topa era un omone,  si muoveva agilmente in quel buio semi interrato ingombrato dal legno di  scaffalature  e cose messe a terra che riempivano ogni angolo. Tutto sembrava un diffuso disordine, ma ogni cosa, invece, era rigorosamente deposita  dove doveva essere. “Topa” con colpo d'occhio e mano sicura, fra  altissime scansie, cassettiere piene di rondelle, dadi, bulloni di ogni tipo e cose appoggiate al suolo, trovava e porgeva i pezzi richiesti decantandone l' integretità ed altre qualità specifiche. A me, inesperto ragazzo alle prime armi, non mancava mai di rivolgermi, con un che d'ironico confidenziale, frasi scherzose.

  Si raccontava, ancora, in anni successivi e più prossimi ai nostri, che  il suo commercio di rottami fosse cominciato anni prima al paese di origine, località nota per la imprenditorialità dei suoi abitanti, ingrandendosi dopo il bombardamento effettuato a ridosso del 25 aprile 1945  da ventiquattro bombardieri. Venne dispersa una sacca di circa duemila uomini. Si trattava di soldati della 232a Division Grenadier che avevano abbandonato la linea Gotica il 21 aprile e si apprestavano ad attraversare il fiume. L'incursione aerea sulle boschine piacentine fronteggianti Cremona, rivierasche del Po, fra il primo baracchino ed il ponte sul fiume, lasciò sul terreno uomini salvi, feriti o caduti, oltre ad armi, mezzi meccanici distrutti e non. In tanti, dai paesi limitrofi emiliani ma anche dalla nostra sponda, andarono a recuperare tutto ciò che poteva ancora avere anche un residuo valore commerciale. Era una attività di raccolta che gli abitanti dell'industrioso paese,nel quale non mancavano caseifici, filande e fabbrica di sapone, esercitavano da sempre. Abili nelle trattative, non immuni da piccoli imbrogli connaturati alla tipologia dei loro commerci, già il 9 settembre del 1943, dopo la resa dei nostri soldati alla forza tedesca, ci fu chi vendette a loro quel che aveva asportato nei saccheggi delle caserme cittadine. Così racconta Fiu, uno dei saccheggiatori della caserma Manfredini: “e in via Vachina piovono materassi, coperte e lenzuola, tutte le comodità. Carichiamo tutto sul rimorchio, e via, vendiamo tutto a Vescovato. Ma ci prendono sempre per il collo, i commercianti. Qualche giorno vedrai che ti chiavo io. Così dopo spartiamo i soldi”.

  I vescovatini avvolti in ampie mantelle, con passamontagna in testa a coprigli anche la fronte oltre che  buona parte della faccia, con i manizzoni ( i manisòon si diceva) fatti con pelle di coniglio rovesciata in modo che il pelo risultasse all'interno, fissati a trombone, come fossero guanti da moschettiere, sulle  manopole delle bici,  nei quali infilavano le mani per proteggerle dal freddo. Giravano per casolari e perdute frazioni paesane in cerca di qualche cosa da comperare o barattare, fosse pelle di lapin o piuma d'oca, magari scambiandola con pezzi di sapone di un simil Marsiglia pesante e fresco di fabbrica, petecchiato, punteggiato da pezzetti di materiale saponoso diversamente colorato, che oggi  avrebbe meritato  e, certamente gli sarebbe stato dato, il nome di “sapone arcobaleno”[...].

Nella foto un'immagine di Piazza Marconi nel 1958 con auto parcheggiate (foto Angelo Faliva)

  

Ennio Serventi


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