17 gennaio 2026

Crema, viaggio nei cinque sensi della città

Ci sono libri che presentano località analizzando la storia per testimoniare le tradizione.  Pur trattandosi, in molti casi, di testi di grande pregio, non oltrepassano la fama locale. Al massimo chi è ospite della località li acquista come fossero guide turistiche nell’inconscia speranza che quel volumetto serva per mantenere vivo il ricordo di una bella giornata.  

Questo non è certo il caso di CREMA viaggio nei cinque sensi della città. L’eleganza del testo per il progetto grafico di Cino Ermentini e per l’accuratezza della stampa di Fantigrafica ne annuncia l’importanza. Cattura immediatamente la vista, il tatto nell’atto di accarezzare la copertina e le pagine, l’udito che restituisce la lieve pressione della mano sul testo e l’olfatto per il buon profumo di carta appena stampata che nel tempo ne acquisirà un altro: antico, quello tipico delle biblioteche. Sembrerebbe rimanere estraneo il gusto, già! Come però dimenticare che, per analogia, il senso del gusto è l’antesignano dell’arte. L’opera infatti possiede una valenza estetica αἴσθησις (aísthesis) che nei sensi trova la propria origine per essere consegnata alla fruizione (fruor).  La partecipazione attraverso i sensi di un’opera è fondamento e scopo dell’arte. Mentre si attesta come l’immaginario dell’autore abbia concretamente preso consistenza nell’opera, l’immaginazione, di chi viene coinvolto, viene sollecitata. I sensi non solo comunicano, non solo sono fonte di conoscenza e di esperienza, ma definiscono i campi propri di ciascuna arte. 

Così, nel caso di una città i sensi non ne attestano semplicemente le caratteristiche morfologiche ed urbanistiche che la identificano, ma ne manifestano la vita carica di testimonianze acquisite. La vita cittadina testimonia scelte che fanno convergere nel presente il passato (e viceversa!). Così si raggiunge lo scopo di valorizzarne gli aspetti propri derivati dalla tradizione e, al contempo, di essere coevi alle contemporaneità. 

Quanto premesso si pone come compito di chi ha esaminato la città di Crema evidenziandone gli aspetti sensitivi che ne costituiscono l’ambiente che la rende unica. 

Gli autori non si limitano ad una potenziale analisi del rapporto fra i cinque sensi e la Città, ma sottolineano come le sensazioni restituiscano ne l’identità. 

Gli autori lasciano la loro autorità di studiosi per farsi cittadini fra i cittadini. Al contempo, si evidenzia un metodo di studio: un approccio urbanistico nuovo che consente una conoscenza che consente di valorizzare tutti i sensi. Solo così si può sollecitare il senso interno cui allude Kant.

Walter Venchiarutti, dopo una puntuale analisi dell’olfatto, evidenzia l’importanza del polo cosmetico di Crema.  Il testo è preceduto da uno studio in cui l’olfatto viene esaminato nelle sue funzioni cui conseguono effetti storico-culturali. La lettura retroattiva dei fenomeni connessi a questo senso permette di porre Crema entro un orizzonte territoriale più ampio. Ciò evidenzia l’importantissima iniziativa di cui gli imprenditori si sono fatti carico costituendo il polo. Memoria e presenza si fondono e ben mostrano come non possano essere disgiunte. Le radici, immenso edificio del ricordo, si servono dell’olfatto per la sua potenzialità mnemonica. Constatato ciò, fanno del “naso” una memoria attiva che sa suggerire ulteriori potenzialità. Sono queste a stimolare l’imprenditoria cittadina arricchendola di prestigiose scelte lavorative che nell’arte del profumo s’impongono nel mondo.

Marco Ermentini si dedica al tatto come fonte di conoscenza dell’architettura. Entro il quadro di quesiti, atti a definirne la funzione, conclude come esso non faccia riferimento alla mera tattilità, ma come esso indichi la “carezza” come approccio atto a svelare la natura intima del manufatto.

Si tratta di quella delicatezza che consente l’intervento di restauro timido che si limita al q.b. (quanto basta).  La delicatezza, mentre fa riferimento alla memoria, esalta l’attività della conservazione che nella prudenza e nell’accortezza individua il criterio per il progetto di salvaguardia. In questo consta la creatività. Ogni attività umana fa riferimento alla propria creatività, alla creatività che le compete. Nel caso del restauro la creatività si manifesta nel rispetto della memoria, dell’identità, della capacità di dare energia necessaria al mantenimento in essere del manufatto. Si tratta di emulare la professione medica entro l’orizzonte dell’architettura. In questo consta l’arte del restauro.

L’attenzione alla materia consente rispetto del passato per non distruggere segni che attestano i caratteri identificativi di un edificio e del tessuto urbano. Ciò non comporta una sorta di musealizzazione passiva, ma obbliga ad individuare funzioni che rispondano ad esigenze concrete e, al contempo, compatibili con le architetture. La professionalità si fa arte. Con la “carezza” non solo si manifesta affetto, ma si sperimenta cosa l’edificio comunica: dalla sua origine alla sua storia che su di esso si è sedimentata. “È giunto il tempo di fondare un nuovo Umanesimo non antropocentrico che stabilisca una nuova alleanza tra gli uomini e il mondo”. 

Donata Ricci pone attenzione all’udito. Lo studio è volto a definire di cosa sia testimone l’udito. Si tratta di un’analisi puntuale cui non sfugge come la sonorità interagisca con la città: è testimone delle attività e lascia segni acustici che la identificano. Dai rumori del quotidiano (il frastuono) ai suoni, le interferenze non consentono una separazione. Così l’autrice osserva come Cicale e tir: geofonia e antropofonia convivono alla Pierina. L’udito pretenderebbe di filtrare le differenze, ma l’esperienza constata come queste non siano separabili. Se in un’orchestra un violino e una tromba suonano contemporaneamente il linguaggio musicale ne consente la copresenza. Nel caso in cui la persistenza di suoni antichi si fondino con rumori il linguaggio si fa disordine. Non esiste comunicazione, ma caos acustico. Non a caso il testo termina con un paragrafo problematico: Esiste un luogo dove il silenzio.

Marco Mariani nella vista trova il riferimento per la sua riflessione. Inizialmente la sua attenzione si rivolge alla funzione biologica. La percezione visiva, ritenuta falsamente, esperienza condivisa nasconde differenze che caratterizzano gli esseri vedenti. L’approccio soggettivo necessariamente porta ad esprimere giudizi soggettivi cui si vorrebbe conferire valenze oggettive. Ciò, che si manifesta nell’ambito della visione, lascia traccia nell’ambito dell’arte. Come si vede il mondo, così lo si rappresenta. L’arte, che si serve di un’originaria percezione visiva, ne dà testimonianza. Questa possiede una propria oggettività: è condivisa in periodi storici e manifesta un linguaggio rappresentativo comune. 

A partire da questa constatazione l’autore analizza opere pittoriche che a Crema testimoniano la condizione percettiva propria di ogni epoca. Quanto testimoniato sottolinea come la cultura venga indirizzata da molteplici fattori, ma principalmente dall’esperienza indotta in ciascuna epoca. 

Annalisa Andreini nella sua analisi del gusto si rifà ad un percorso ben sperimentato. Dopo aver ripreso le tesi dello Chef Davide Oldani che conclude come sia un senso che non abbisogna di spiegazioni, ma di una esperienza diretta, analizza i caratteri della cucina cremasca che si caratterizza principalmente per il connubio di sapori. Osserva come questi, nonostante contrastino fra loro, ben si armonizzano. Ciò nonostante il sapore di ciascun ingrediente viene enfatizzato consentendo al palato di gustarlo per le caratteristiche che ben lo identificano e/o esaltano. L’autrice sottolinea come ogni piatto abbia una propria tradizione che ne traccia la memoria/la storia. Così, diventa necessario soffermarsi su ciascuno di essi e rilevarne le caratteristiche. 

E’ un saggio “goloso” che sottolinea bene la tradizione culinaria come espressione culturale del territorio. 

 

 

Anna Maramotti Politi


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti