22 marzo 2026

Il libro di Paolo Carelli, "Sport e serialità televisiva. Storie, generi, culture nazionali"

Come Firmino, protagonista dell’omonimo romanzo di Sam Savage, ogni bravo topo di libreria sa che gli scaffali etichettati “Sport” ospitano libri che mutano a seconda delle alterne fortune di molteplici specialità. Così, quando Sinner è il numero uno, ci sentiamo tutti tennisti, e le capigliature dei giovani, già acconciati da hipster, d’un tratto si gonfiano in cespugli di ricci preferibilmente rossi. Allo stesso modo, se l’Italia vince i mondiali di calcio, ci riempiamo di orgoglio nazionale e sventoliamo il tricolore, salvo poi mimetizzarci quando la nostra squadra viene eliminata fin dalle prime partite della Coppa del mondo FIFA. Comunque sia, nelle librerie si possono scovare costosissimi testi a colori dedicati a F1, squadre del campionato di serie A, biografie di calciatori, e varia sportività. 

E tuttavia il nostro Firmino non troverebbe molti libri del genere di Sport e serialità televisiva. Storie, generi, culture nazionali (Brescia, Scholé, Ed. Morcelliana, 2025). O forse lui sì, visto che vive a Boston. Non ne troverebbe, intendevo, dalle nostre parti. Il cremasco Paolo Carelli, docente presso l’Università cattolica nelle sedi di Milano e di Brescia, sviluppa in quel testo alcune  considerazioni sociologiche ed antropologiche inerenti allo sport. Nella Nota introduttiva l’Autore illustra il concetto del legame fortissimo che unisce lo sport all’identità civile e culturale di un popolo, passando poi a spiegare l’intento specifico della sua ricerca: evidenziare “il ruolo dello sport nelle serie tv”. E lo fa innanzitutto adottando una prospettiva storica, mostrando l’evoluzione del “meccanismo narrativo in relazione alle trasformazioni dei sistemi televisivi e del grado d’interesse e diffusione delle singole discipline”. Si sofferma poi sulla relazione fra fiction a sfondo sportivo e generi classici dello scripted televisivo, che attraverso una serie di passaggi intermedi arriva fino a configurare lo sport come “strumento particolarmente efficace per affrontare temi complessi come le identità di genere, il razzismo, i problemi adolescenziali, le disuguaglianze sociali, le contraddizioni dei mondi economici e professionali”. Sia detto fra parentesi, assistiamo alla stessa vicenda in tv e al cinema. Infine viene esaminato il tema più avvincente, che è proprio quello delle connessioni profonde fra serie tv di argomento sportivo e culture nazionali, chiave che orienta le stesse “scelte di contenuto di produttori, broadcasters e piattaforme”. Una visione globale eppure contestualizzata che risulta efficace nell’interpretazione del mondo presente, dove l’infocrazia dominante asseconda e plasma ad un tempo le scelte dei consumatori. 

Gli argomenti sono numerosi, ma restano interconnessi in quanto tutti si ascrivono al tema anticipato nel sottotitolo: le tecniche di comunicazione dei media tradizionali e digitali, con particolare riferimento allo sport. Innanzitutto viene opportunamente presentata una ricognizione del campo, circoscrivendo l’oggetto. Ciò viene fatto distinguendo i concetti di sport e di gioco: il primo, come il game, “pratica ludica organizzata in regole e finalizzata all’ottenimento di una supremazia nei confronti dell’avversario”; il secondo, il play, caratterizzato da “una dimensione più libera e spontanea”. Precisando ulteriormente, Carelli ricorda che il termine sport appare per la prima volta verso la metà del XVI secolo, e deriva dal francese desport, con richiamo a svago e divertimento. Suppongo che l’universo etimologico sia riconducibile al divertissement di Pascal. Dello sport vengono analizzati alcuni modelli: il competitivo, con regole rigidamente codificate, orientato alla prestazione e alla ricerca della vittoria; l’espressivo, teso al benessere psico-fisico, come nel surf, nel trekking o nella danza; lo strumentale, sostanzialmente quello che si fa in palestra per mantenersi in forma; infine lo spettacolare, dove lo sport si trasforma in intrattenimento, tende all’affermazione dell’immagine di un Paese a livello internazionale, e si fonda sul primato dei media e il coinvolgimento del pubblico. 

L’attenzione si focalizza poi sulla “rappresentazione finzionale”, con riguardo al rapporto sport e televisione. Dal punto di vista delle caratteristiche estetico-formali, già dalla fine dell’Ottocento il cinema aveva sperimentato alcune asperità nella riproduzione di eventi sportivi. Queste difficoltà si manifestano soprattutto nei film sul calcio, dove la fluidità delle azioni di gioco si perde anche a motivo della carenza di abilità tecniche e atletiche degli attori. Più fortunati i boxe movies, dove l’azione è “limitata a una zona controllabile della macchina da presa e la dinamica dell’azione si presta a essere scomposta dal taglio o découpage delle inquadrature”. Quanto alla dimensione allegorica dei contenuti, si può avere un approccio discorsivo, con la presenza di topoi narrativi orbitanti attorno ad ascesa e caduta dell’eroe, e una finalità morale, come la capacità dello sport di orientare il pubblico all’immedesimazione nel personaggio svantaggiato (l’underdog) che, dall’iniziale marginazione e sconfitta, passa ad una performance invidiabile. Nelle serie tv scripted, con sceneggiatura predefinita, vengono spesso ricalcati i generi del cinema. Ma la rapidità dell’innovazione tecnologica ha creato negli ultimi anni una contaminazione, “facendo virare i generi tradizionali verso forme e strutture differenti (il crime o il legal come derivazione dei polizieschi originari), ma anche rafforzando la presenza di generi ripescati dal passato cinematografico o televisivo come il western, il medical, l’adventure o lo sci-fi” (film di fantascienza). Pur in questo scenario complesso e in costante trasformazione, lo sport conserva alcune caratteristiche peculiari  capaci di attrarre un target di pubblico consistente e differenziato: il segreto sembra essere la promessa che un’esistenza ordinaria possa essere destinata alla fama e al successo. 

Ciò detto, il focus si concentra con un colpo di zoom sul tema “sport e serie tv nel contesto statunitense”, e non potrebbe essere diversamente, dal momento che gli Stati Uniti d’America rimangono il “contesto nazionale culturalmente e industrialmente più rilevante”. Sullo sfondo della tripartizione classica della storia della tv statunitense, dall’era dei network degli anni ’50-’80, attraverso l’era del multichannel che si spinge fino agli inizi del 2000, per giungere all’era post-network che va dal 2010 in poi, si segue un’evoluzione della produzione televisiva dove lo sport, come il cinema, si rivela strumento efficace per leggere i cambiamenti della società: una guida alla comprensione dell’American way of life. E qui non posso che inchinarmi alle informazioni dettagliate che Carelli possiede e sa trasmettere sull’argomento, nelle cinquanta pagine dedicate a piattaforme, players più diffusi, serie, modalità tecnologiche, titoli, suddivisioni in stagioni, durata oraria, pubblico di riferimento. Una mole di dati che traluce da apparato bibliografico, indice dei nomi e indice di serie tv, film e programmi citati, che occupano le ultime 32 pagine del libro. Notevole la capacità di riorganizzare una tale mole di informazioni in un insieme organico. Ma ancora più notevole la perizia con cui ciascun dato viene messo e conoscenza del lettore. Qua e là ci si imbatte in spunti che evocano scene di vecchi film italiani di costume. Ad esempio Ralph, protagonista della sitcom The Honeymooners (1955-56), cerca di imparare a giocare a golf per ingraziarsi il capo. Come non pensare al film “Fantozzi contro tutti”, dove il ragioniere è costretto a partecipare alla “Coppa Cobram”, drammatica corsa in bicicletta voluta dal Megapresidente galattico? Dalla boxe al golf, dal pattinaggio su ghiaccio al baseball, ogni sport trova posto, collocandosi nell’opportuna fascia oraria e rivolgendosi a diversi segmenti di mercato. Lascio al lettore la sorpresa di tali gioielli di comunicazione. Segnalerò soltanto, da non utilizzatrice di pay tv, il canale cable Hbo, di cui viene ricostruita la vicenda dalla nascita negli anni ’70, al successo degli anni ’80, fino ai giorni nostri. Sin dalle prime produzioni seriali, questo canale adottò una strategia promozionale “votata alla differenziazione rispetto ai network tradizionali, per certi versi anticipatrice del celebre claim degli anni Duemila «It’s not TV, it’s Hbo»”. Al presente la pubblicità di Hbo accentua tali caratteristiche: è intrigante, oscura, misteriosa, e incuriosisce con rapide sequenze che lasciano solo intravedere i personaggi. E per di più dura pochissimi secondi. Vorrei anche ricordare che dobbiamo ad Hbo un prequel in due stagioni dell’immarcescibile Perry Mason, ai tempi (dal 1957 al ’66) chiamato legal drama. Solo molto più tardi giungeranno in Italia altri polizieschi come il tedesco Ispettore Derrick (1974-’98), con scenografia d’interni minimalista, o l’austriaco Commissario Rex (1994-’04), con l’eccellente protagonista pastore tedesco. Ma ormai anche la televisione è globalizzata, ed ogni Paese può presentare prodotti di valore.

E così anche noi troviamo la nostra “via italiana alla serialità sportiva”, arrancando non poco agli inizi fra sceneggiati per ragazzi dalle trame retoriche facilmente prevedibili, con intenti pedagogici per non dire paternalistici, e gialli caserecci in cui lo sport entra non come elemento strutturale dello snodo narrativo, ma come “spazio nel quale possono prodursi relazioni oscure, vendette, corruzioni e persino omicidi”. Anche la degenerazione nel gioco d’azzardo trova spazio in queste prime prove. A volte ci si imbatte in prodotti di qualità, come Il giocatore (1965) di Edmo Fenoglio, adattamento televisivo del romanzo di Dostoevskij, che presenta le caratteristiche della “tv delle origini” come “la fedele aderenza al romanzo e un’impostazione teatrale”. Altri nomi come Nanny Loi o Mario Monicelli danno un’idea del buon livello raggiunto nel corso degli anni. Poi la ludopatia è divenuta oggetto di thriller polizieschi dove il gioco d’azzardo può assumere quasi le tinte di un “superpotere”, smentendo l’iniziale rappresentazione che lo vedeva come indice di decadimento e immoralità della società borghese e dei suoi vizi. Dalla metà degli anni Settanta l’esplosione del fenomeno delle tv private porta a una radicale trasformazione. I palinsesti vengono invasi da sitcom live action, familiarizzandoci con sport come il baseball, il football americano, il basket e i pattini a rotelle per le ragazze. Una decina di anni dopo, la Società Reteitalia del gruppo Fininvest propone una serie di film per la tv dal titolo Vincere per vincere, dove il protagonista non è una disciplina sportiva specifica, ma piuttosto in generale lo sport come “palestra di vita”, idea che i Greci conoscevano bene, tanto che “palestra” più o meno equivaleva a “ginnasio”: non solo luogo di esercizio, ma di conoscenza e incontri formativi. Molti Dialoghi platonici sono ambientati in palestra. Quel Vincere per vincere, scelto come titolo del “primo tentativo compiuto dalla tv commerciale italiana di ritagliarsi uno spazio nella produzione di contenuti scripted orientati alla promozione di valori sportivi”, fa riflettere riguardo al ruolo che una sana competizione dovrebbe occupare nella scuola. Verso la fine degli anni ’80 la RAI, per intercettare un pubblico di adolescenti in vista delle imminenti Olimpiadi e Mondiali di calcio interviene con alcune fiction come Sapore di gloria (1988) e Il colore della vittoria (1990), dove giovani atleti si confrontano con sportivi già affermati o con ostacoli di natura politica. Serie “preparatorie”, come le definisce Carelli, che verranno replicate nel 2012 con L’olimpiade nascosta, dove la realtà storica si fonde con una narrazione di fantasia, ripercorrendo la vicenda di un’attività sportiva clandestinamente orchestrata negli anni del nazismo in un campo di concentramento polacco: una sorta di Olimpiade, nel momento in cui le Olimpiadi ufficiali erano state sospese a causa della guerra.

Dopo le miniserie dedicate a rally e motocross, agli inizi degli anni ’90 si impone il biopic, “biografia di personaggi illustri e insigni nel proprio ambito di competenza, figure che si sono distinte come eroiche per il proprio impegno civile” in ambiti diversi, dalla scienza alla letteratura e naturalmente allo sport. Valgano per tutti due titoli: Il grande Fausto (1995) e Gino Bartali L’intramontabile (2006), e due nomi di attori destinati ad affermarsi in seguito proprio all’interno del biopic, Sergio Castellitto e Pierfrancesco Favino. Quel genere avrà fortuna, e affronterà storie di miti quali Pantani, Girardengo, e poi Gigi Meroni, un “ribelle ed eccentrico” calciatore del Torino, morto tragicamente investito da un’auto nel 1967. Non sempre la tv italiana si mantiene all’altezza di tempi. Nota Carelli che nel passaggio al nuovo millennio “la serialità statunitense s’incarica di promuovere un modello di produzione televisiva orientato a una maggiore qualità e profondità narrativa”, mentre “l’Italia rimane ancorata a stili e strutture tradizionali”. L’Autore si riferisce al biopic sportivo, ma in generale credo che lo stesso possa dirsi di serie a me più familiari come il  giallo in tutte le infinite accezioni, dove le produzioni statunitensi vengono oggi affiancate senza sfigurare da serie britanniche, neozelandesi, tedesche, scandinave, in particolare svedesi. A paragone di queste, le serie italiane soffrono di un’intollerabile lentezza a volte aggravata da prevedibilità. Talora va meglio nella produzione di film, ma come recita la pubblicità “sul grande schermo è un’altra storia”.

Insomma “che barba, che noia!”. E a sorpresa nel libro sulla serialità televisiva dedicata allo sport compare Casa Vianello (Canale 5/Retequattro, 1988-2007). “La sitcom italiana più longeva della storia” a ragion veduta viene celebrata, poiché il rituale conclusivo di ciascuna puntata prevede immancabilmente “Sandra Mondaini che scalcia sotto le lenzuola e Raimondo Vianello che imperturbabile legge La Gazzetta dello sport”. Non si adontino le femministe: nessun vieto maschilismo. Raimondo, intelligente tontolone, ha sempre la peggio ogni volta che cerca di tramare qualche scappatella alle spalle di Sandra, furbissima ingenua. Ma soprattutto il libro di Carelli è ricco di riferimenti a “Prospettive femminili in una molteplicità di registri”.

Al termine del percorso denso e ricco, che rivela una ricerca certosina sul mondo dei media (quasi un ossimoro), Paolo Carelli si sofferma sulla contemporaneità in senso stretto, tra piattaforme e circolazione globale, e scopre che oltre a Netflix, “la piattaforma più attiva e versatile in termini di contenuti a tema sportivo”, anche gli altri players del panorama over-the-top mostrano una crescente tendenza a “presidiare un terreno fatto di ricorsività narrativa, di un ripescamento costante di titoli del passato e provenienti da media diversi che vengono riproposti e attualizzati in una chiave adatta ai linguaggi e ai bisogni delle piattaforme contemporanee”. A conferma, segue un profluvio di esempi. Si può dire che la tesi iniziale sia stata suffragata da casi in numero adeguato? Per chi se la fosse persa, la tesi da verificare era l’esistenza di uno “stretto legame che la serialità a sfondo sportivo instaura con le discipline nazionali più amate e diffuse, espressione di profonde eredità sociali, culturali e antropologiche”, ma anche con “le regole e le logiche imposte dal mercato globale al comparto audiovisivo”. Mi pare che tutto ciò sia stato adeguatamente suffragato da prove. Ma non dimentichiamo che nell’uso del metodo induttivo rimane sempre aperta la possibilità di un imprevisto cigno nero. O se preferite, della vigilia di Natale per il tacchino induttivista.                                       

 

Patrizia de Capua


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