14 marzo 2026

La Pasqua nella tradizione di Crema e del Cremasco nel libro di Vincenzo Cappelli

Memorie di un babyboomer

C’era una volta un bambino ben integrato nella famiglia con genitori e fratelli, capace di guardare il mondo con sguardo curioso e ascoltare con mente attenta, ricordando le esperienze più significative per la vita di un fanciullo del secondo dopoguerra. Quel babyboomer oggi è un adulto che non ha smarrito del tutto la magia dell’infanzia, e sa restituire la storia di momenti condivisi con una comunità dove “l’influenza della Chiesa nel ritmare e orientare anche la vita personale, familiare, sociale era determinante e quasi predominante”.

Per chi suona la campana

Abito a Crema. Quando alcuni amici di Milano vengono a trovarmi, si meravigliano nel rendersi conto che da noi è ancora possibile ascoltare quel suono delle campane, che nelle domeniche invernali suscita una malinconica nostalgia. Vincenzo Cappelli, nel suo ultimo libro – stampato a cura di Franco Bianchessi dalla Tipografia Leva per le Éditions Later della Pro loco nel gennaio 2026 – saprebbe spiegare con precisione il messaggio lanciato da ciascuno scampanio. E soprattutto ne illustrerebbe il senso ora che siamo nel Tempo Pasquale. Il titolo del libro è infatti La Pasqua nella tradizione di Crema e del Cremasco, che riecheggia quello del testo del 2023 Il Natale nella tradizione di Crema e del Cremasco. Campane che scandiscono ogni tappa di un periodo che dai mesi invernali si protrae fino alla primavera avanzata: dall’Epifania alla Pentecoste.

Dall’Epifania al Carnevale

Il libro sembra la sceneggiatura di un film di Bernardo Bertolucci (Novecento) e a tratti Ermanno Olmi (L’albero degli zoccoli). La narrazione si dipana attorno ad eventi di una liturgia in evoluzione, con il discrimine del Concilio Vaticano II, che apportò innovazioni rilevanti. Parallelamente si assiste al perenne trapasso della natura dal buio invernale alla luce primaverile, metafora della rinascita, culminante nella resurrezione di Cristo. L’inizio del lungo periodo della Pasqua è segnato dal falò della vecchia, in alcuni casi anticipato al 6 gennaio, in altri posticipato alla festa di metà Quaresima, la Domenica in mediana o laetare: evidente allusione alla speranza di poter uscire presto dalle tenebre dell’inverno, come promesso dalla Candelora (2 febbraio), annuncio di un imminente protrarsi delle ore di luce. Nell’attesa, il Tempo Pasquale è preannunciato durante la notte di Natale con la proclamazione di Kalenda (“parola derivata dal termine latino kalendae – spiega l’Autore – primo giorno del mese o annuncio di una data”), eseguito in forma cantata, che svela la data della Pasqua in quell’anno liturgico. Ai primi di gennaio, l’Epifania cede il posto al Carnevale: l’importanza che Crema tributa a tale festa è spiegata dall’Autore con l’eredità veneziana. Ad esempio, a Crema “venne introdotta la moda di celebrare il Carnevale con l’allestimento della festa della «cavalchina», spettacolo di grande novità assai in voga a Venezia”. Dopo il trauma della guerra, maschere e carri torneranno a sfilare grazie all’impegno di alcuni cittadini che ne colgono l’aspetto di rinascita gioiosa. Comparirà anche la tipica maschera cremasca: il Gagèt col so uchèt. L’importante era concedersi un po’ di sane risate, nello stesso spirito con cui, dopo il Covid, il cartellone del teatro si riempirà di commedie e musical. Mi permetto di aggiungere che nel caso del Carnevale, come in altri casi, la Chiesa, nel corso dei secoli, ha avuto l’accortezza di non mandare perduto il patrimonio culturale dell’antichità romana. Nella sfrenatezza di sfilate e mascherate carnascialesche, ad esempio, rivive il sovvertimento dell’ordine sociale dei latini Saturnalia. È vero che questi si svolgevano in una settimana del mese di dicembre, ma l’intenzione di sbalordire e sconvolgere le regole era evidente: gli schiavi avevano licenza di farsi servire dai padroni, ci si intratteneva in banchetti, si faceva baldoria, si offrivano doni agli dei, affinché garantissero un buon raccolto. Nei Lupercali di febbraio, era la rinascita a nuova vita ad essere festeggiata, e il riso vi occupava un posto rituale e codificato.

Dal Carnevale alla Quaresima

Dopo le risate di Carnevale, accompagnate anche da delizie gastronomiche che incantavano grandi e piccini, come le freciule (frittelle) del giovedì grasso o i chisulì (ciambelline fritte nell’olio) del martedì, lo scenario cambia drasticamente il mercoledì delle Ceneri. La sera del giorno precedente, alle 11, la campana grande, “con suono lugubre”, annunciava la Quaresima. Le Ceneri, simbolo della caducità della vita, richiamavano a un cammino di preghiera, digiuno, elemosina e “fioretti” per i comunicandi. Il più gravoso, per loro, l’astenersi da dolci e cioccolato, ma anche da letture “pericolose” come gli albi a fumetti “Il Monello”, “L’Intrepido”, “Tex Willer”: vanità savonaroliane a cui andavano preferiti “Il Corriere dei piccoli” o “Il Vittorioso”. La cenere imposta dal sacerdote era quella prodotta dal fuoco dei rami d’ulivo benedetti l’anno precedente. Tutto ciò che era benedetto (ulivo o immaginette di Santi) non poteva essere “buttato”, ma doveva essere “bruciato”. Vi si possono forse intravedere i prodromi di uno smaltimento differenziato? Niente di blasfemo nell’ipotizzarlo, dato che le religioni contengono spesso precetti igienico-sanitari. Le restrizioni alimentari erano rigorose e dettagliate. Durante la Quaresima, inoltre, non era possibile sposarsi. In un’epoca, come la presente, di denatalità e autunno demografico, il divieto è decaduto grazie a una serie di eccezioni: in qualunque periodo dell’anno un matrimonio religioso è benvenuto. Comunque sia, durante i quaranta giorni di sacrificio, si vivevano anche occasioni di incontro, feste di santi e fiere di paese. Dopo la Candelora e San Biagio, che protegge dai mali di gola, la neve scendeva in abbondanza grazie ai “mercanti di neve”, da Sant’Antonio, con la sua benedizione degli animali, a San Mauro, la cui statua è venerata nella Chiesa di San Pietro, pregato per tenere lontani i dolori reumatici. E poi la teoria di santi fra cui, ricorda Cappelli, San Sebastiano “protettore della città prima che fosse chiesto il patrocinio a San Pantaleone”. Quanto alla fiera più frequentata, quella di Santa Maria, a volte il calendario, che la prevede verso la fine di marzo, la collocava nel corso della Quaresima, consentendo di concedersi un dolce tiramola preparato al momento, lo zucchero filato, il croccante o una catena di castagne: il biligòt , “castagna cotta intera al forno”, secondo il Vocabolario del dialetto di Crema di Luciano Geroldi, dove giustamente non trova posto il filsòn, parente piemontese composto da trecce di marroni affumicati.

La Settimana Santa

Al termine di quei quaranta giorni di sacrificio, nella Settimana Santa si concentravano innumerevoli riti. Il primo è la processione della Domenica delle Palme, di cui Cappelli ricorda il percorso da Santa Maria Stella a San Benedetto, e che oggi si tiene da San Bernardino intra moenia alla Cattedrale. Ciò che non è mutato è l’accorrere di famiglie e soprattutto bambini intenti a procurarsi il prezioso ramo di ulivo benedetto, da cui andavano staccate foglioline per decorare le uova pasquali. La Messa contemplava la lettura del Passio a più voci, sacra rappresentazione che si sarebbe ripetuta il Venerdì santo. La Via Crucis, poi, si svolgeva ogni venerdì alle 15. 

L’attesa e l’ascolto

C’era qualcosa di magico, qualcosa capace di creare coesione sociale, nel ripetersi di un rituale che abbracciava l’intera vita dei fedeli e dei cittadini. In Chiesa sapevi interpretare i segni del lutto, della meditazione, della preghiera. In casa perfino le “pulizie di Pasqua” davano l’impressione di non essere lì per caso, ma di occupare un posto preciso in una gerarchia ben definita, assai chiara per i bambini, ma riconoscibile anche dagli adulti. Imparavi l’attesa nella condivisione, l’ascolto, il rispetto dei luoghi sacri, senza essere necessariamente un credente. E i bambini sapevano tradurre in gioco anche quei riti. Ad esempio la sera del giovedì santo, primo giorno del triduo pasquale, la visita ai Sepolcri allestiti in tutte le chiese diventava occasione per una sorta di gara: “quanti ne hai visitati? 5? 7?” (comunque in numero dispari, per non so quale superstizione). “Ma quelli che ho visto io erano più belli, con la tavola imbandita, il pane, il vino e le sedie per Gesù e gli apostoli”. Anche il momento in cui venivano legate le campane, che sarebbero restate mute fino al Gloria della Veglia pasquale, diventava per i piccoli un gioco del silenzio. I fedeli in quelle giornate si regolavano al suono della trabàcula, “raganella, strumento costituito da un’assicella con battenti metallici da sbatacchiare in sostituzione del suono delle campane durante la settimana santa” (ancora Geroldi). Alle tre del venerdì santo veniva celebrata la mèsa sèca, una messa senza consacrazione. A quell’ora in città venivano interrotte tutte le attività, “le fabbriche lanciavano, tramite le loro sirene, il segnale che ordinava l’interruzione per qualche minuto di ogni attività lavorativa”. In alcuni casi l’interruzione si estendeva all’intero pomeriggio. Sarò monotona, ma questa abitudine mi riporta in quell’Atene amante del teatro, dove i lavoratori, per poter assistere alla rappresentazione di un’opera teatrale, venivano esentati da un lavoro che veniva comunque retribuito. La polis era tenuta insieme così, come la comunità cristiana dai riti della liturgia.

Sabato Santo, io t’ho aspettato tanto 

Il sabato santo non prevedeva soltanto la benedizione delle uova, ma una serie di gesti simbolici fra cui l’acqua da collocare nelle acquasantiere e il fuoco con cui sarebbe stato acceso il Cero pasquale. Vincenzo Cappelli spiega nel dettaglio le differenze di ciascun rito, così come si svolgeva prima del Concilio Vaticano II, e come si svolge ora. Il cambiamento epocale consiste nel passaggio alla messa in italiano, canti e inni compresi. Così, ad esempio, l’Exultet della Veglia pasquale, prima della riforma era un “lungo e incomprensibile inno” che essendo proclamato in lingua latina “lasciava tutti noi ragazzi stupiti non comprendendone il senso”. Poi diveniva il canto che preannuncia la Pasqua. Domenica, al termine della “Messa Alta”, al ritorno a casa c’era il pranzo preparato dalla mamma, e c’erano letterine e “lavoretti” preparati a scuola e  nascosti sotto al tovagliolo dei genitori, con la promessa d’essere sempre più buoni. Ma solo dopo la benedizione papale Urbi et Orbi trasmessa in televisione, il pranzo poteva iniziare. Il giorno successivo, Pasquetta o Lunedì di Pasqua, era dedicato alle fiere: la Pallavicina a Izano, con le sue bancarelle e giostre. Oppure la visita al santuario della Madonna del Sacro Fonte di Caravaggio. E nei giorni seguenti, la fiera del Marzale. 

Dal Tempo di Pasqua al Tempo Ordinario

Piano piano, seguendo i ritmi della natura, la vita riprendeva come d’abitudine: nelle cascine, di pari passo con i lavori agricoli, in città con il “travaglio usato”. Per giungere al termine del Tempo di Pasqua, mancavano solo la prima Comunione, celebrata a San Benedetto il primo maggio, la Cresima, per i bambini di un anno più grandi, e la Pentecoste, con la festa solenne in cui veniva acceso per l’ultima volta il Cero pasquale. Dopodiché si rientrava nel Tempo Ordinario.

Un mondo che conserva un fascino misterioso

Così Vincenzo Cappelli chiude il suo libro di memoria storica, religiosa, culturale, dopo averci accompagnato in un universo che pare lontanissimo, ma ancora conserva intensa fascinazione. L’ Autore sa ricreare atmosfere di un’esistenza apparentemente semplice, ma segnata dai lividi della guerra, e dalla volontà di non rifarne esperienza. Il linguaggio, essenziale nel comunicare emozioni e sentimenti celati nell’anima, attento alle sfumature, colloquiale ma anche tecnico ove necessario, fa di Cappelli un vero Maestro, che sa rivolgersi a tutti, senza trascurare di tradurre dal latino, per chi non l’ha studiato, o dal dialetto, per chi non l’ha mai parlato. Al racconto fa seguito una preziosa documentazione iconografica che illustra le principali tappe del cammino narrativo. Che cosa ci regalerà il prossimo lavoro delle Éditions Later?

 

Patrizia de Capua


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