13 aprile 2026

A sessantasette anni dalla morte di don Primo: la sua attualità è nel radicamento evangelico

Tra sabato 11 e domenica 12 aprile, la comunità di Bozzolo ha vissuto due importanti momenti per commemorare il LXVII anniversario della morte di don Primo Mazzolari: il Convegno annuale promosso dalla Fondazione Mazzolari e la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinal Roberto Repole, Arcivescovo di Torino. 

Si può dire che il tema del convegno ben rappresenti quanto è emerso in questi due giorni di riflessione e di celebrazione (religiosa e civile): riscoprire l’attualità del pensiero di don Primo e la sua validità per questo tempo che stiamo vivendo. Fra gli interventi della mattinata di sabato, tutti di alto spessore e di grande valore storico e accademico (prof. Paolo Corsini, prof.ssa Marta Margotti, prof. Giorgio Vecchio), particolarmente significativa è stata la conclusione proposta dal prof. Matteo Truffelli, Presidente della Fondazione Mazzolari. Senza cedere alla retorica della contemporaneità a tutti i costi, Truffelli ha messo in luce quanto don Primo fosse radicato nel suo tempo e per certi versi anche lontano da quanto sarebbe accaduto nella società italiana pochi anni dopo: don Primo muore nel 1959 a breve distanza temporale dal ‘68, un momento di trasformazione radicale della società italiana, che don Primo probabilmente non avrebbe capito e forse osteggiato, come accaduto di fronte ad alcune innovazioni che coinvolgevano la realtà rurale in cui egli ha vissuto il suo sacerdozio. 

Personalmente mi chiedo anche come don Primo si sarebbe posto di fronte allo stesso Concilio Vaticano II. A distanza di oltre sessant’anni dalla sua conclusione non smettono di emergere le straordinarie luci che da questo evento ecclesiale sono emerse, ma anche, con uno spirito più pacato rispetto a qualche anno fa, oggi si considerano le fatiche che segnarono il Concilio: se molti documenti non mancarono di grande coraggio, altri si mossero su un terreno più cauto, restando “a metà del guado” (G. Colombo) rispetto all’intento che si erano dati o cedendo all’inevitabile logica posta dal compromesso del “pluralismo contraddittorio” (M. Seckler). Non è da escludere che forse lo stesso don Primo, talvolta ideologicamente definito “precursore del Concilio”, ma più realisticamente precursore di alcune idee del Concilio (come l’apostolato dei laici o la messa in discussione della guerra giusta), non si sarebbe trovato d’accordo in tutte le affermazioni dei documenti del Vaticano II, come è accaduto anche per molti teologi periti e per esponenti delle cosiddette “maggioranza” o “minoranza” conciliari.  

Detto tutto ciò va riconosciuto che l’attualità di don Primo si trova tutta nel suo radicamento evangelico: è questa la sua grandezza, quella parte migliore del suo pensiero che nessuno può togliergli. È nella sua “lettura selvaggia” e appassionata del vangelo, ricordata dal card. Repole nell’omelia del Messa di domenica pomeriggio, che si può rinvenire l’attualità senza tempo del pensiero di don Mazzolari.

Volendo operare una sintesi tra il convegno di sabato e la celebrazione di domenica, si potrebbe cogliere l’attualità di don Primo in due espressioni che l’Arcivescovo di Torino ha suggerito: l’invito ad una fede audace e la necessità di costruire la pace facendo guerra al male che è nel cuore dell’uomo.

Il termine audacia, ripetuto più volte dal card. Repole, proviene da un passaggio che si trova nell’opera mazzolariana Dietro la croce: “I morti hanno bisogno di pietà; il Vivente di audacia”. Parlare di audacia del cristiano o di audacia della fede, significa porre un richiamo provocatorio, un invito ad un cristianesimo attivo, capace di tradurre nella pratica ordinaria e feriale (personale e sociale) le istanze della meditazione evangelica. Se Mazzolari in prima persona, da prete e da parroco, si occupava di molte questioni sociali e politiche (perché così era prassi ai tempi), oggi ci si ritrova in una situazione differente, in cui alla molteplicità degli stati di vita è affidata una differenza competenza nel servizio verso la società: non è bene che un prete arringhi la folla in un comizio, come faceva don Primo, ma questo non significa che la Chiesa si disinteressi della politica, anche se non è più il prete a indicare dal pulpito per chi votare. La logica della sinodalità, che papa Francesco ha suggerito di mettere al centro della riflessione ecclesiale contemporanea, ci offre la possibilità di ritrovare l’audacia sinfonica della comunità ecclesiale, una comunità che sa dire, pensare, lavorare, servire il mondo, rispettando e valorizzando la molteplicità e la differenza delle vocazioni.

Il secondo pensiero suggerito nell’omelia di domenica, pur risentendo del linguaggio militare che fu anche di don Primo e che inevitabilmente affonda le sue radici nelle espressioni bibliche, ma intese già a partire dalla riflessione dei primi autori cristiani secondo una logica spirituale, invita il credente a intraprendere il cammino di costruzione della pace a partire dalla guerra al male che è in me. Come ogni questione umana, anche la pace è una “questione morale”: lo è in quanto si gioca non solo sulle belle parole che si possono pronunciare in suo favore (espressioni che tutti condividono, spesso a costo a zero). Si può costruire realmente la pace solo accettando di morire un po’ a sé stessi per far spazio agli altri: di questo don Primo era consapevole e il card. Repole ha voluto ricordarlo e restituirlo a quanti al pensiero di don Primo si ispirano.

Non sarebbe male accettare queste due sfide, per rendere ancora attuale la voce don Primo e dare mani e gambe all’ispirazione che sorge dal suo pensiero per tradurlo attualmente in scelte concrete per la chiesa di oggi, per ogni cristiano di oggi.  

Francesco Cortellini


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