30 aprile 2026

Nel giorno della Festa del Lavoro depongo l'uniforme della Polizia di Stato, con orgoglio, gratitudine e il cuore pieno

Trentasette anni fa ho indossato per la prima volta l’uniforme della Polizia di Stato. Oggi, nel giorno della Festa del Lavoro, la depongo — con orgoglio, con gratitudine, e con il cuore pieno.

Si chiude un capitolo che per me è stato molto più di una professione: è stato servizio, responsabilità, appartenenza.

Sono stati anni intensi, vissuti spesso in prima linea. Per oltre due decenni mi sono confrontato con le forme più dure della criminalità, con vicende capaci di mostrare il lato più oscuro dell’animo umano. Ho visto il male e il dolore negli occhi delle persone, ho raccolto storie di sofferenza che non si dimenticano e che ancora oggi porto dentro di me.

In quegli anni ho assicurato alla giustizia numerosi responsabili di reati gravi, contrastando realtà criminali che lasciavano il segno. L’ho sempre fatto con fermezza, ma senza mai dimenticare il rispetto dovuto alla persona, anche quando non era semplice concederlo. Ho sempre creduto che l’autorità non abbia bisogno di umiliare nessuno per essere autorevole. Forse è anche per questo che, a distanza di anni, alcune di quelle persone, incontrandomi per strada, mi salutano ancora con rispetto. Qualcuno, dopo aver ricostruito la propria vita, è diventato persino un rapporto umano autentico, che il tempo ha trasformato in amicizia.

Tra le esperienze che più mi hanno segnato c’è stata la possibilità di restituire libertà e dignità a tante giovani donne sottratte allo sfruttamento e alla paura. In quei momenti ho capito, nel modo più concreto possibile, quanto il nostro lavoro possa cambiare davvero la vita delle persone. Alcune di loro, negli anni successivi, hanno voluto condividere con me momenti di rinascita e felicità: gesti che custodisco tra i ricordi più preziosi di tutta la mia carriera.

Negli ultimi anni il mio percorso mi ha portato verso responsabilità diverse: la tutela dell’ordine pubblico, la gestione di eventi complessi, la prevenzione di fenomeni estremisti, la sicurezza del territorio. E, per cinque estati consecutive, Lampedusa — dove ho coordinato, insieme a decine di colleghi, volontari, medici e personale di supporto, gli sbarchi di migliaia di persone che arrivavano dal mare. Di quell’esperienza non voglio raccontare altro che il lato umano, perché è quello che porto dentro: gli sguardi di uomini, donne e bambini segnati da una sofferenza che nessuna parola riesce a restituire davvero. E il coraggio silenzioso di chi, accanto a me, si faceva in quattro giorni e notte per dare a quelle persone un po’ di dignità. Ho visto, purtroppo, anche il mare portarsi via chi non ce l’ha fatta. Sono immagini che non si archiviano.

Ho ricevuto premi, attestati e riconoscimenti di cui conserverò sempre gratitudine e onore. Ma le soddisfazioni più grandi sono state altre: un grazie sincero, una stretta di mano, un abbraccio inatteso, una lacrima condivisa, una lettera, un messaggio, una telefonata di chi — anche a distanza di anni — ha voluto farmi sapere di non aver dimenticato un aiuto ricevuto. Sono questi i segni che porto nel cuore più di ogni altro.

Un pensiero commosso va ai colleghi che hanno condiviso con me un tratto di strada e che la vita ha portato via troppo presto. Un pensiero affettuoso va a chi ha percorso con me anni intensi di servizio ed è arrivato a questo traguardo prima di me. Con molti di loro ho condiviso una stagione fatta di sacrificio, appartenenza e autentico spirito di squadra: un senso del noi che veniva naturale, e che ancora oggi considero uno dei doni più grandi di questa vita.

Un ringraziamento speciale va alla squadra straordinaria con cui ho avuto la fortuna di lavorare negli ultimi anni: persone competenti, leali, generose, sempre all’altezza di ogni situazione. Condividere il cammino con loro è stato un privilegio.

Un grazie di cuore va a Cremona, città che mi accolse quasi trentaquattro anni fa e che, giorno dopo giorno, ho imparato ad amare profondamente. Qui ho vissuto gran parte della mia vita. Ringrazio tutti i cremonesi per l’affetto, il rispetto e la vicinanza che in tanti anni non mi hanno mai fatto mancare.

Da oggi si apre un tempo nuovo. Non come punto di arrivo, ma come nuova partenza. È forse anche il momento giusto per salutare un’istituzione che, come ogni realtà umana, cambia nel tempo — e che negli ultimi anni ho guardato, in alcuni momenti, con qualche rimpianto e con la nostalgia di un modo di fare polizia più vicino alle persone, più silenzioso, più concreto. Perché ho sempre creduto che il servizio autentico al cittadino venga prima di ogni altra cosa: prima dell’immagine, prima delle apparenze, prima delle statistiche. Quella rimane l’idea di Polizia che porto con me.

Grazie a chi ha condiviso con me questo lungo percorso.

Dirigente della Digos, Commissario Capo

 

Gianluca Epicoco


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commenti


Manuel

30 aprile 2026 19:18

Non faccio fatica a credere alle sue parole, pur non avendo provato esperienze forti come le sue.
Ringrazio per la testimonianza, tutt’altro che scontata, la quale spero faccia pensare molte persone, perché poi, filosofare è fondamentale, ma sporcarsi le mani, pure.
Grazie