Anche nel lager occorre cercare il senso della vita. La ricerca e la testimonianza di Viktor Frankl
In questo 81° anniversario dell’entrata di quattro soldati russi a cavallo nel lager di Auschwitz e la terribile scoperta del genocidio compiuto dai nazisti, voglio ricordare la figura di uno dei più straordinari testimoni che ne scrisse, subito dopo la sua liberazione, una riflessione dettandola in una decina di giorni. Ma perché dire sì alla vita, anche dopo l’esperienza dei lager, e la morte dell’amatissima moglie, lasciata, a ventiquattro anni incinta di pochi mesi, oltre che dei genitori, del fratello? Come, soprattutto, è stato possibile ritrovare la fiducia, far rinascere la forza vitale, per non farsi assalire dalla vergogna di essere sopravvissuti al male assoluto, che portò molti al suicidio, anche grandi menti come Primo Levi e Bruno Bettelheim?
Sto parlando di Victor Frankl, grande psicologo, che nella sua vita ricevette una trentina di lauree honoris causa. Se si volesse cercare partendo dal titolo tedesco, in biblioteca o in libreria, il testo più famoso di Victor Frankl, “Dire sì alla vita, nonostante tutto”, la richiesta non sortirebbe alcun risultato, e si dovrebbe ripiegare sul sottotitolo, “Uno psicologo nei lager”, di certo più commerciale. Solo di recente Franco Angeli pose un parziale rimedio, con “L’uomo in cerca di senso” (2017), con testi inediti.
Il titolo esteso rivela intanto un aspetto importante del saggio: la scrittura di Frankl non si presenta come il racconto diaristico di una traumatica esperienza, ma come riflessione (“studio”, “esame”) sul senso di eventi cruciali per l’intera esistenza, non solo di lui come individuo, ma di chi partecipa della condizione umana. Perciò il protagonista del saggio non è tanto “io, Viktor”, ma “l’internato”, guardato sì dall’interno di vissuti dolorosissimi, ma con l’occhio più distaccato e, mi si passi il termine, “sereno”, dello studioso. Scrive: “il vero pericolo non è di dare un’intonazione personale a questo esame psicologico, ma piuttosto di presentarlo con un colore tendenzioso”.
Mi sia consentito, oltre a ciò, richiamare alcuni passaggi del testo, che mi appaiono di un’estrema consistenza etica ed emotiva, tutti centrati sull’importanza del legame vitale che accomuna l’esistenza di ogni soggetto a quella degli altri, soprattutto quando diventa “sacrificio salvifico” per chi ci sta accanto e per se stessi.
Frankl narra, tra i tanti, un episodio: un internato ruba qualche chilo di patate. Le SS, se nessuno lo denuncia, tolgono il cibo per un giorno a 2500 compagni di detenzione. Una pena spaventosa per loro che già stavano morendo di fame. Ma nessuno compì quel gesto, che lo avrebbe mandato sulla forca: il legame si dimostra più forte della fame. Alla sera nella baracca erano tutti accasciati, spaventosamente tesi, cattivi. Viktor venne invitato dal capoposto a parlare al gruppo per allentare la tensione. E rincuorarli. Per lui uno sforzo terribile, ma tentò l’impossibile: curare con le parole, che risvegliano pensieri, ricordi, speranze, accettazione della vita e di un significato. Fondamentalmente, la sua strategia tese a non nascondere la verità della loro sofferenza e miserabile sorte, ma a ritrovare in ogni caso e in ogni momento una forza interiore, la certezza che la loro pena aveva un senso nonostante tutto. Che nessuno poteva privarli della loro dignità, nell’affrontare la loro esistenza ed anche la morte. Dimostrando così di essere immensamente migliori dei loro carnefici. Ecco il discorso che tenne, dimostrando la forza della sua straordinaria proposta: la “logoterapia”:
Qualche giorno prima un internato mezzo morto di fame, era penetrato nel bunker delle patate per rubarne qualche chilo. L'infrazione fu scoperta dalle SS... Anche la direzione del Lager ... chiese che il delinquente fosse consegnato, minacciando, un giorno di digiuno per tutti. Era ben comprensibile che 2500 compagni preferissero il digiuno, per impedire che uno di loro finisse sulla forca. Alla sera giacevamo tutti nella nostra capanna di terra, in uno stato d'animo particolarmente cattivo. ... Il capoposto, un uomo di buonsenso... parlò dei molti compagni malati e suicidi, morti negli ultimi giorni. Parlò del vero motivo di queste morti, che era sempre il "darsi per vinto". Sul come salvare le presumibili vittime del mortale lasciarsi cadere, il capoposto si rivolse a me! Dio sa che non ero proprio nello stato d'animo migliore per dare spiegazioni psicologiche... Avevo freddo e fame, mi sentivo debole e nervoso, ma dovetti farmi forza e sfruttare quest'eccezionale possibilità, poiché un incoraggiamento era necessario.
Dunque cominciai - e cominciai con la più banale consolazione: presi a parlare spiegando come persino la nostra situazione attuale non fosse la più tremenda tra quelle che si potevano immaginare nell'Europa della seconda guerra mondiale e del sesto inverno di guerra; feci dunque assegnamento, a tutta prima, su un effetto di contrasto che pensavo di sfruttare. Dissi poi che ognuno di noi doveva chiedersi che cosa avesse perduto, finora, d'insostituibile… la maggior parte di noi aveva perso ben poco d'essenziale. Almeno, chi era ancora in vita, aveva buoni motivi per sperare. Salute, felicità domestica, rendimento professionale, patrimonio, posizione sociale - erano tutte cose che si potevano sostituire, che si potevano ritrovare o rifare. "Abbiamo ancora le ossa intatte!"… Citai Nietzsche: "Ciò che non mi uccide, mi rende più forte".
E poi parlai del futuro. Dissi che il futuro poteva apparire squallido, agli occhi di un osservatore imparziale. Convenni che ognuno di noi poteva calcolare approssimativamente quanto poco probabile fosse uscire vivi dal Lager. Benché non vi fosse ancora l'epidemia di tifo petecchiale, valutavo al 5 per cento la speranza di sopravvivenza, e lo dissi agli altri. Poi dissi anche che io, per quanto mi concerneva, non pensavo neppure di lontano, a rinunciare alla speranza, ad abbandonare la lotta: perché nessun uomo conosce il futuro, nessun uomo sa che cosa può portargli magari l'ora successiva. Chi meglio di noi poteva sapere se non sarebbe sopravvenuta all'improvviso una qualche prospettiva…
Ma non parlai soltanto del futuro e del buio che fortunatamente lo circondava, e del presente con tutte le sue sofferenze; parlai anche del passato, di tutte le sue gioie e della luce ch'esso emanava, pur nell'oscurità dei nostri giorni. Citai il poeta che dice: "Quanto hai vissuto, nessuna potenza del mondo può togliertelo". Ciò che abbiamo realizzato nella pienezza della nostra vita passata, nella sua ricchezza d'esperienza, questa ricchezza interiore, nessuno può sottrarcela. Ma non solo ciò che abbiamo vissuto, anche ciò che abbiamo fatto, ciò che di grande abbiamo pensato e ciò che abbiamo sofferto... Tutto ciò l'abbiamo salvato rendendolo reale, per sempre. E se pure si tratta di un passato, è assicurato per l'eternità!
E parlai anche delle molte possibilità di dare un significato alla vita. Raccontai ai miei compagni (che giacevano in silenzio, quasi senza muoversi, tutt'al più lasciandosi sfuggire un sospiro commosso) che la vita umana ha sempre, in tutte le circostanze, un significato, e che quest'infinito senso dell'essere comprende anche sofferenze, morte, miseria e malattie mortali. E pregai i poveri diavoli che mi stavano a sentire nel buio pesto della baracca, di guardare negli occhi le cose e la nostra gravissima situazione senza lasciarsi abbattere, nonostante tutto. Li pregai di mantenere il loro coraggio, in piena consapevolezza, perché la nostra lotta senza via di scampo aveva un suo senso e una sua dignità. Dissi loro che in queste ore difficili qualcuno guardava dall'alto, con sguardo d'incoraggiamento, ciascuno di noi, e specialmente coloro che vivevano le loro ultime ore: un amico o una donna, un vivo o un morto - oppure Dio. E questo qualcuno s'attendeva di non essere deluso, che sapessimo soffrire e morire non da poveracci, ma con orgoglio!
Infine parlai del nostro sacrificio; esso aveva un senso in ogni caso… Si tratti del sacrificio di sé per un'idea politica o del sacrificio di un uomo per un altro. Certo, chi tra noi possiede una fede religiosa, l'ammette senza difficoltà. E raccontai loro di quel compagno che nel Lager aveva fatto un patto con il Cielo: il suo dolore e la sua morte dovevano risparmiare una morte tanto terribile alla creatura che egli amava. Per quest'uomo, sofferenza e morte non furono senza senso, avevano anzi assunto - come sacrificio - un profondissimo significato. Egli non voleva soffrire e morire senza senso; nessuno di noi lo voleva... senza senso! … Con le mie parole mi sforzai di imprimere un ultimo significato alla nostra vita attuale - in questa baracca del Lager. Quasi subito riprese ad ardere la lampadina appesa a una trave della nostra baracca, e vidi le misere figure dei miei compagni accostarsi al mio posto, zoppicando, gli occhi pieni di lacrime, per ringraziarmi...”.
Si comprende bene come l’esistenza di ogni soggetto, in Frankl, trovi significato e sostegno nella possibilità di attingere alle proprie risorse interiori – il pensiero del presente, il ricordo del passato, gli scenari del futuro immaginati e sognati – senza mai tralasciare il legame con chi ci sta accanto, con chi decidiamo sia il nostro “prossimo”, che ci sollecita a diventare migliori, ad accrescere la nostra umanità, sempre e in ogni circostanza. Questo significa dire sì alla vita. «Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni cosa», ci dice l’autore citando Nietzsche. Stupende sono le pagine in cui Frankl racconta quando, in mezzo a grandi sofferenze, intuì la presenza di sua moglie, pur lontana e forse morta, la certezza di amare e di essere amato: pagine di fronte alle quali il filosofo francese Gabriel Marcel confesserà di non essere riuscito a trattenere le lacrime.
Duccio Demetrio, che ha approfondito questo testo (cfr. Scrittura clinica, 2008), ne indica le leve più importanti: innanzitutto la riscoperta dell’interiorità, del pensiero, della forza salvifica del ricordo, dell’immaginazione generativa, persino di momenti paradossali di umorismo, per la sopravvivenza (fisica e psichica) dell’internato e, alla fine, la scrittura come testimonianza liberatoria. Dice Demetrio: “non potendo scrivere, innanzitutto si dedicò a catalogare mentalmente i momenti del passato e del presente che avrebbero difeso la sua emotività. La cui perdita, comprese ben presto, avrebbe portato a compimento il progetto di sterminio psicologico oltre che fisico dei nazisti”.
A tutto ciò occorre aggiungere un aspetto decisivo: la scrittura dei suoi ricordi, pur nell’estrema sofferenza che comportava rievocarli, divenne il tramite per restaurare un legame con la propria comunità perduta: “Lo scrivere si fece allora – e ancor oggi quando lo ritroviamo nelle diaspore, nelle migrazioni, nella sorte dei profughi contemporanei e quando riemerge in forme sempre antiche e nuove – il gesto sacro di una riammissione perseguita e cercata: si rende rituale di riconciliazione”. Ogni individuo necessita, scrive Demetrio, “Di una dimora contenitiva che si dimostra più potente e accogliente per la fragilità dell’io, che non può sopportare la solitudine dell’Ade terreno in cui si è stati confinati, quando questa venga imposta e non sia ricercata”. Ognuno ha bisogno di salvare e superare la propria singolarità immettendola in un “noi sociale”, la cui mancanza può divenire più mortale del lager. Non mi sembra opportuno aggiungere altro.
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