L'orchestra stabile. L'equivoco di Monteverdi: quando la storia diventa rendita di posizione
Tutti noi che abbiamo una certa età abbiamo impresso nella memoria quel momento magico della prima elementare in cui la maestra passava tra i banchi con il timbro della lettera e lo stampava sulla nostra paginetta. C’era una rassicurante solennità in quel gesto: il segno grafico era lì, perfetto e immutabile, e a noi allievi diligenti non restava che il compito di replicarlo. Riempivamo righe intere cercando di imitare quel calco, convinti che l’eccellenza risiedesse nella fedeltà della copia. Era l’addestramento al ricalco, un esercizio di disciplina in cui l’atto creativo era non solo assente, ma formalmente scoraggiato.
Crescendo, si spererebbe di abbandonare quell’utile esercizio per abbracciare la complessità del pensiero critico. Eppure, osservando il dibattito che in questi giorni anima la stampa locale intorno alla creazione di un’orchestra stabile a Cremona, si ha l’impressione che qualcuno sia rimasto fermo a quel banco di scuola. L’idea che, essendo Cremona la città di Monteverdi, l’unica orchestra possibile debba essere barocca, riporta in mente quel timbro d’antan: un modello predefinito da ricalcare pigramente, nella convinzione che basti ricamare su un nome illustre per fare cultura.
Siamo di fronte a un evidente endorsement verso posizioni affini a quel decadimento che caratterizza il pensiero neoliberista applicato all’intelletto: l’ossessione di mettere a reddito l’esistente.
Non si investe sull'invenzione e la ricerca, ma sullo sfruttamento intensivo del giacimento. Svariati spunti possono essere utili all’uopo: i natali di un compositore, altre eventuali ricorrenze del calendario, i brand storici già consolidati: a turno ognuno di questi ‘pretesti’ è trasformato in una sorta di "monocultura" dello spirito. Il motore primario della programmazione culturale dovrebbe però essere la curiosità, un atto vitale che genera oggetti nuovi, che siano convegni che interrogano il presente, orchestre che sfidano il futuro, o pubblicazioni che gettano luce sul passato. Fare cultura non può ridursi solamente al semplice gesto di timbrare il cartellino della storia, spremendo fino all’ultima goccia le solite quattro idee trite e ritrite per pura comodità gestionale.
In questo scenario di orizzonti ristretti, non passa inosservata la solerzia di certi soggetti. Ricordano l’immagine, opportunamente agricola, degli stormi di piccioni che planano azzuffandosi sul pugno di mais, appena questo viene sparso al suolo. Nel momento in cui si intravede all’orizzonte un finanziamento pubblico, una posta di bilancio già stanziata o un bando di qualsivoglia origine, ecco che il dibattito si infiamma di proposte che sembrano scritte apposta per intercettare quel chicco, più che per elevare il livello della proposta culturale della città. Si corre dove ci sono i soldi, mascherando con il mantello della tradizione quella che è, in realtà, una semplice operazione di marketing culturale.
È un peccato che la discussione pubblica si abbassi a queste dinamiche di piccolo cabotaggio, anche a fronte dei gravi problemi di degrado sociale della città. La diplomazia imporrebbe di accogliere ogni contributo con un sorriso di cortesia, ma il rispetto che dobbiamo alla gloriosa storia musicale cremonese suggerisce un più opportuno distacco. Forse, giunti a un certo punto di maturità civile, dovremmo avere l’eleganza di riconoscere che non ogni opinione merita di essere elevata a progetto: dovrebbe esistere un limite, o dei confini di buonsenso che, pur nel rispetto di tutte le idee, evitino di trascinare il livello del dibattito nell'irrilevanza.
Ci sia consentito, in chiusura, di fare anche noi un’esternazione a sproposito, come si usa in certi salotti: "su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere", disse il filosofo. Un monito che, se applicato con rigore a certi temi, restituirebbe al silenzio la dignità che le troppe parole spese a vanvera gli hanno sottratto.
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