22 febbraio 2026

Quaranta giorni per imparare ad essere figli

All’inizio del cammino della quaresima la liturgia ogni anno ci invita a sostare in meditazione sul racconto evangelico delle tentazioni. Metto da parte il significato letterale del testo per la vita e la predicazione di Gesù, cioè il fatto che con la tentazione viene messo alla prova il modo in cui Egli vivrà la sua missione di Figlio di Dio fatto uomo per proclamare il vero volto del Padre, e prendo spunto da alcuni passaggi del racconto, rileggendo il testo come un invito rivolto a ciascuno per vivere bene il tempo di quaresima da poco iniziato.

Innanzitutto è bello se ci soffermiamo sul valore dei quaranta giorni che ci portano verso la Pasqua. Quaranta è un numero altamente simbolico che nei racconti biblici rimanda ad un cambiamento: quaranta sono gli anni del cammino Israele nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa (cfr. Dt 8,2), quaranta sono i giorni del diluvio (cfr. Gn 7,12), i giorni di Mosè sul Sinai (cfr. Es 24,18) e quelli del cammino di Elia verso la stessa montagna (cfr. 1Re 19,8). Quaranta indica trasformazione e passaggio. Si entra in questo tempo di quaresima per uscirne rinnovati ed è per noi importante riabbracciare questa consapevolezza. Non si fa penitenza per semplice privazione: la quaresima è tempo di ascesi per essere migliori. Se ci si ferma alla penitenza, una volta finita la quaresima si torna esattamente quelli di prima; se si vive nella logica dell’allenamento, è questo un significato possibile del termine ascesi, quel che viviamo diventa abitudine buona, cioè virtù, e così con la Pasqua non finisce il tempo dei buoni propositi per tornare al passato, ma continua un cammino di vita nuova perché ormai rinnovata in un cambiamento interiore sincero che permane per il futuro.

In questo tempo ci introduce lo Spirito Santo. Non si può dimenticare che solo a Lui spetta il ruolo da protagonista per la vita interiore: il cammino della conversione è guidato non dall’«io» che si impegna, ma dallo Spirito che ci conduce. Cristianamente, alla luce del racconto delle tentazioni, impariamo che lo Spirito ci espone alla prova, ma in essa non ci abbandona, dandoci l’aiuto necessario per superarla, come è accaduto a Gesù.

E la prova a cui lo Spirito ci conduce è quella che proviene dalla spogliazione di qualcosa che è «mio», per essere più libero, per questo possiamo parlare della quaresima come di un tempo di deserto. È deserto nel senso che ci fa sentire la solitudine, perché può essere che molti non capiscano quello che sto vivendo, poiché agli occhi di un altro si vede solo la «rinuncia» e non il suo significato. È deserto nel senso che è un’esperienza di fatica, perché sappiamo bene che ogni allenamento costa e ogni esercizio richiede sforzo; tuttavia si tratta di una difficoltà utile, poiché rende migliori, più capaci di reagire con obbedienza alle ispirazioni dello Spirito che non mancano mai nel corso della vita. Infine è deserto perché ci espone al dubbio: non si conosce mai qualcuno senza che lo si incontri davvero, abbracciandone gli aspetti entusiasmanti e quelli spigolosi, ed anche con Dio è così, poiché entrando in un rapporto più profondo con Lui ci accorgiamo che Egli è Colui che dona la vita e il giardino per vivere ma è anche Colui che pone una proibizione, un limite da rispettare (cfr. Gn 2,16-17). Anche Gesù impara e vive tutto ciò, rispondendo al tentatore da Figlio: Dio è Colui che gli è Padre anche se non si lascia forzare la mano per donare pane o soccorrere miracolosamente con i suoi angeli quando lo si mette alla prova.

Quanto Gesù ha vissuto nel deserto, vincendo le tentazioni, è anche quello che chiediamo a Dio per ciascuno di noi: imparare a rivolgerci più profondamente a Lui chiamandolo «Padre», riconoscendoci suoi «figli» e tra noi «sorelle e fratelli». Un Padre che è tale non perché ci accontenta nei nostri bisogni fisici o nelle nostre richieste o perché a Lui ci imponiamo svendendoci per acquisire un potere superiore agli altri (come il Tentatore suggerisce a Gesù e anche a noi), ma perché, radicalmente spogliati di noi stessi, ci possiamo lasciar rivestire da Lui e accorgerci che la nostra vita, così come la vita di ogni fratello e sorella che è sul nostro cammino, è un dono grande che da Lui proviene, un dono da accogliere, custodire, proteggere e far sì che porti frutto, come Gesù ha poi vissuto e insegnato, uscendo dal deserto e iniziando la sua missione di evangelizzatore, stando vicino a tutti e soprattutto agli ultimi. 

Francesco Cortellini


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti