Un mondo che brucia a pezzi
C’è un filo rosso che lega Teheran, Doha, Kiev, Gaza. Non è soltanto la guerra. È la sensazione che il mondo abbia imboccato una traiettoria nuova e pericolosa, che si stia allontanando dall’idea di cooperazione per tornare a quella di supremazia.
In questi giorni, l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – con raid che colpiscono infrastrutture e città – riporta alla memoria le immagini della prima Guerra del Golfo. Anche allora si parlava di “reset” del Medio Oriente. Anche allora si prometteva stabilità.
Oggi l’operazione militare vede protagonisti dichiarati il presidente Donald Trump e il governo di Benjamin Netanyahu con l’obiettivo dichiarato di fermare il programma nucleare iraniano e neutralizzare una minaccia considerata esistenziale. Teheran risponde tempestivamente. Le sirene suonano. Le portaerei si muovono nel Golfo. E il mondo trattiene il fiato.
L’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna uno spartiacque. Non solo per l’intensità degli attacchi, ma per il loro esito politico: la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, confermata da Teheran dopo il raid aereo nell’ambito dell’operazione lanciata il 28 febbraio.
Le immagini della notte – missili su Doha, Abu Dhabi, Riad – consegnano alla storia una regione che non è più soltanto teatro di guerre per procura, ma di uno scontro diretto tra potenze.
Sabato notte mentre a Milano, in Piazza Duomo, gruppi di iraniani della diaspora festeggiano la fine di un’epoca, il Medio Oriente entra in una fase che nessuno può ancora definire con certezza.
Per capire ciò che sta accadendo bisogna guardare dentro l’Iran
Da mesi il Paese è attraversato da proteste nate dal carovita e dalla svalutazione del rial. I bazar hanno chiuso, le città si sono riempite di slogan contro la leadership. La risposta è stata repressione, arresti, blackout di Internet. Il potere ha retto, grazie ad un apparato di sicurezza compatto e centralizzato. Ma, mentre la società civile faticava a respirare, sul piano internazionale la pressione cresceva. Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra scatenata dall’attacco di Hamas contro Israele, l’intera architettura regionale è cambiata. L’Iran – perno del cosiddetto “asse della resistenza” – ha visto indebolirsi i suoi alleati e aumentare l’attenzione americana nella regione.
Già nel giugno 2025, dopo la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, si era arrivati a bombardamenti diretti contro siti legati al programma nucleare. Oggi l’escalation appare più ampia, più rischiosa, più imprevedibile.
Da cronista che segue le crisi geopolitiche da anni, non posso ignorare un elemento centrale: mentre si bombardava, un negoziato era in corso.
Già a giugno, durante la precedente escalation, si era colpito con trattative aperte sul dossier nucleare. Oggi la storia si ripete. Questo rischia di scoraggiare futuri tavoli negoziali. Perché se la diplomazia procede sotto la minaccia delle armi, la fiducia diventa rarissima.
Per onestà intellettuale occorre dirlo: i negoziati possono funzionare solo quando le parti dimostrano intenti autentici. Se il dialogo è usato per guadagnare tempo o consolidare posizioni strategiche, l’accordo è destinato a crollare. Senza credibilità politica, la diplomazia è solo una pausa armata.
Il fronte si allarga
Nella notte l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi nel sud del Libano in risposta al lancio di razzi e droni verso il nord di Israele. Il rischio di un coinvolgimento pieno di Hezbollah riporta lo spettro di una guerra su più fronti.
Non solo. Un drone ha colpito una base militare britannica a Cipro. L’attacco è avvenuto poche ore dopo l’annuncio del primo ministro Keir Starmer di consentire agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi britanniche per intercettare missili iraniani e colpire i siti di lancio.
Il conflitto si estende così a un perimetro sempre più ampio. Ogni nuova mossa genera una contro-mossa. Ogni alleanza viene messa alla prova. La situazione è in divenire, fluida, imprevedibile. Proprio per questo serve cautela nelle parole e nelle decisioni.
In Medio Oriente vivono, lavorano o viaggiano circa 60 mila italiani concentrati soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Israele.
Nonostante l’alta instabilità geopolitica e gli inviti alla prudenza della Farnesina – in particolare per l’Iran – la regione resta un hub fondamentale per il lavoro qualificato e una meta turistica ambita: Dubai, Oman, Mar Rosso.
Ora però lo scenario cambia radicalmente. Migliaia sono gli italiani bloccati nei Paesi del Golfo ed oltre cinquemila voli sono stati cancellati. L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, decisione senza precedenti. Da quel passaggio transita una quota decisiva del petrolio mondiale.
Le ripercussioni non riguardano soltanto il prezzo del greggio. Il blocco del traffico navale nell’intera area mediorientale può avere effetti profondi sull’economia globale. L’allerta lanciata dagli Stati Uniti alle navi commerciali riguarda il Golfo Persico, il Golfo di Oman e il Mar Arabico, definite aree a “significativa attività militare”.
Non è una crisi lontana. È un possibile shock sistemico.
Quale guerra sarà?
Questa non sarà una guerra tradizionale. Coinvolgerà cielo, mare e terra, ma anche il cyberspazio, i sistemi energetici, le infrastrutture finanziarie.
Il mondo è in trasformazione da almeno quindici anni. È tornata l’era delle grandi potenze, della competizione per la supremazia. È una realtà dura, perfino aberrante, ma evidente.
Il faro oggi è acceso sull’Iran. Ma non si può ignorare la guerra tra Russia e Ucraina, né il ruolo della Cina, divenuta una superpotenza globale.
Non esistono conflitti isolati. Ogni crisi si intreccia con le altre. Il mondo di prima non c’è più.
Le immagini degli iraniani che festeggiano a Milano raccontano speranza e frattura insieme. Oggi migliaia di persone si sono riversate in strada a Beirut e nel su d del Libano per sfuggire ai raid israeliani. Il cambiamento è in atto, ma non sarà lineare né indolore.
Forse davvero – come ha detto più volte Papa Francesco – viviamo una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Oggi quei pezzi rischiano di saldarsi. Il 2026, nel panorama globale, è segnato da un numero record di conflitti, il più alto dalla Seconda Guerra Mondiale, con circa 56 guerre e crisi attive che coinvolgono oltre 92 paesi. I principali focolai includono Ucraina, Gaza, Sudan, Myanmar e Yemen con un alto impatto sui civili e crisi umanitarie. Questi, purtroppo, sono dati. Stiamo attraversando un periodo in cui i moderati vengono sconfitti in ogni dove. Determinante in queste situazioni, anche se spesso non se ne parla, sono le forze scatenate dalla rabbia e dalla paura, immaginiamo poi quando esistono fame e disperazione, il dialogo diventa sempre più difficile da raggiungere e l’orrore della guerra non fa sconti, l’ho visto con i miei occhi.
La situazione evolve di ora in ora. Servono prudenza, lucidità, diplomazia. Perché quando il fronte si allarga e le potenze si muovono, l’errore di calcolo diventa il pericolo più grande.
Non possiamo più considerare gli scenari di crisi come eventi settoriali o temporanei. La guerra si combatte nei cieli, nei mari, ma anche nelle economie, nei dati del mercato, nei corridoi della diplomazia. Un conflitto che tocca gli approvvigionamenti energetici finisce per condizionare le politiche interne, le strategie industriali, la vita quotidiana di milioni di cittadini.
La storia ci ha insegnato che quando una crisi energetica si somma a una crisi geopolitica, gli effetti sono profondi e duraturi. Oggi, con un conflitto che ha sconvolto le rotte del petrolio e rischia di ridisegnare alleanze, l’Europa deve affrontare un bivio: restare spettatrice di dinamiche che la investono in pieno, oppure trasformare questa tempesta in un’occasione di cambiamento strutturale.
La guerra scoppiata in Iran ha risvegliato verità profonde. Ci ha mostrato che l’unità europea non può essere solo un ideale: deve tradursi in politiche concrete di sicurezza energetica, di autonomia strategica, di cooperazione nella transizione ecologica. La dipendenza dai combustibili fossili non è solo una vulnerabilità economica: è una falla sistemica che un conflitto come questo mette brutalmente a nudo.
La domanda se l’Europa riuscirà a trasformare questa crisi in una svolta, non ha ancora risposta. Ma il tempo per farsela è adesso – tra gli scambi dei mercati, i negoziati diplomatici e le scelte politiche che verranno.
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