23 febbraio 2026

Italia da record ai Giochi di Milano-Cortina 2026: 30 medaglie, emozioni e una domanda sul futuro

La notte scende sui Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 e l’aria dell’Arena di Verona vibra di una bellezza che toglie il fiato. Non è soltanto una cerimonia di chiusura, è un congedo teatrale, un abbraccio collettivo, un’opera a cielo aperto che fonde sport, arte e identità.

Sulle note immortali de La traviata, tra camelie, danzatrici, lumières, donne chandelier e orchestra, le luci si accendono e la coreografia si dispiega sulle note di “Libiamo ne’ lieti calici”. È un brindisi alla vita, alla fatica, al talento. È un brindisi allo sport. I costumi, firmati da Stefano Ciammitti, raccontano un’Italia capace di unire tradizione e visione, materia e sogno. La scelta stilistica segna un passaggio culturale: non solo abiti di scena, ma simboli. Tessuti che parlano di artigianalità, linee che evocano futuro. L’Italia, ancora una volta, sceglie di narrarsi attraverso la bellezza.

Impossibile non emozionarsi davanti alla tromba poetica di Paolo Fresu che sembra dare voce al respiro delle montagne, o ai volteggi sospesi nel cielo dell’Arena di uno straordinario Roberto Bolle, simbolo di un’eleganza che si fa gesto atletico; perché anche questo è sport: controllo, disciplina, armonia, superamento del limite.

Dopo poco più di due settimane di gare cala il sipario sulla prima Olimpiade invernale diffusa della storia. Milano e Cortina, città e valli, ghiaccio e neve, hanno condiviso il palcoscenico di un evento che resterà inciso nella memoria collettiva. Davanti a circa 12 mila spettatori, la bandiera olimpica è stata consegnata al Comitato organizzatore delle Alpi francesi che nel 2030 raccoglieranno il testimone. È il tempo del passaggio, ma anche del bilancio.

Il bilancio dell’Italia è storico: 30 medaglie complessive — dieci ori, sei argenti, quattordici bronzi — meglio di Pechino 2022 e Torino 2006. Numeri che non sono soltanto cifre, ma volti, sacrifici, lacrime e sorrisi, racconti di vita, di percorsi personali.

È stata l’Olimpiade della “Mission Impossible” di Federica Brignone, capace di conquistare due ori con la determinazione di una tigre che non si arrende mai. La sua impresa è stata tecnica e mentale insieme: gestione della pressione, lettura millimetrica della linea, potenza e controllo. È stata l’Olimpiade del coraggio e della velocità di Sofia Goggia, dell’eleganza sul ghiaccio di Charlene Guignard e Marco Fabbri, della solidità granitica di Dominik Paris, della freschezza e della tecnica delle nuove generazioni dello short track e del biathlon.

È stata l’Olimpiade in cui le donne hanno inciso in modo determinante sul medagliere azzurro. Non come eccezione, non come sorpresa, ma come espressione naturale di un sistema sportivo che, finalmente, ha saputo offrire condizioni di competizione autenticamente paritarie. Quando il terreno è equo, il talento non ha genere: le piste non fanno distinzioni, il cronometro non conosce pregiudizi, il ghiaccio non misura il valore in base al sesso.

Per lungo tempo lo sport femminile è stato raccontato come “minore”, confinato ai margini da visioni culturali che ne riducevano la portata. Emblematica resta la frase attribuita a Pierre de Coubertin, padre delle Olimpiadi moderne, secondo cui i Giochi avrebbero dovuto essere riservati agli uomini, lasciando alle donne il ruolo di celebrare i vincitori. Milano-Cortina 2026 ha simbolicamente archiviato quella stagione, non con rivendicazioni gridate, ma con i risultati, con la competenza, con la leadership.

Le atlete italiane non hanno chiesto spazio: lo hanno occupato con autorevolezza, dimostrando che l’eccellenza non è una concessione ma una conseguenza naturale quando opportunità, preparazione e fiducia sono realmente condivise. Da sportiva ho imparato che la differenza non risiede nel corpo, ma nelle condizioni: nella qualità dell’allenamento, nella cultura che sostiene, nelle strutture che permettono di crescere.

Questa Olimpiade ha segnato una maturità collettiva. Non una vittoria “di genere”, ma una vittoria dello sport nella sua forma più alta: quella in cui ogni talento può esprimersi senza barriere. Ed è forse questa una delle eredità più significative di Milano-Cortina 2026.

Trenta medaglie sono il risultato di programmazione, competenze, investimenti, ma soprattutto di cultura sportiva. Da atleta si sa: dietro ogni podio c’è un dettaglio invisibile. C’è la ripetizione ossessiva di un gesto, la gestione di un infortunio, la capacità di accettare una sconfitta per trasformarla in energia. Senza cuore è difficile diventare campioni. E questa è stata un’Olimpiade di cuore.

È stata anche l’Olimpiade dei gesti sportivi, di abbracci tra avversari, di rispetto autentico. Per qualche settimana il mondo si è riconosciuto sotto una stessa bandiera, quella dello sport, dove le regole comuni non dividono ma uniscono, e dove persino la barriera dell’età è stata abbattuta: giovani emergenti e veterani hanno condiviso lo stesso sogno, dimostrando che il talento non ha data di scadenza.

Non sono mancate polemiche — anche sull’eleganza e sulle scelte dei tedofori — ma forse, come recita l’antico detto, “nel bene e nel male purché se ne parli”, l’eco mediatica ha riportato al centro dell’attenzione discipline che meritano visibilità e rispetto. Se lo sport torna ad essere argomento di discussione, passione e confronto, è già una vittoria culturale.

Ora resta la domanda più adulta, più scomoda, quella che segue ogni grande evento: che ne sarà degli impianti, delle strutture, dell’eredità lasciata da questi Giochi? La vera medaglia d’oro si misurerà nel tempo. Se quelle piste, quei palazzetti, quei villaggi diventeranno luoghi vivi, accessibili, capaci di formare nuove generazioni di atleti e cittadini, allora Milano-Cortina 2026 avrà davvero compiuto la sua missione.

Lo sport insegna che ogni traguardo è anche una ripartenza. Le luci dell’Arena si spengono, le note si dissolvono nella notte veronese, ma ciò che resta è più forte del silenzio: la consapevolezza che l’Italia, quando unisce competenza, passione e bellezza, sa essere protagonista.

Mentre il sipario cala e la fiaccola torna a riposo, o meglio, non del tutto perché dal 6 al 15 marzo saranno i Giochi Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 a raccogliere il testimone, ricordandoci ancora una volta che lo sport, nella sua forma più pura, è inclusione, coraggio e possibilità.

Libiamo ne’ lieti calici, sì, come suggerisce Giuseppe Verdi nella sua opera “La traviata”.  Libiamo ai successi, alle medaglie, alla bellezza che abbiamo saputo offrire al mondo. Ma con la lucidità di chi sa che ogni grande evento porta con sé una responsabilità. Le strutture costruite, gli impianti rinnovati, le infrastrutture potenziate non possono diventare cattedrali nel deserto né capitoli chiusi di un bilancio straordinario. Devono trasformarsi in luoghi vivi, accessibili, capaci di generare futuro, formazione, opportunità.

La vera eredità di Milano-Cortina non sarà soltanto nei numeri o nei record, ma nella capacità di custodire e far fruttare ciò che è stato realizzato. Perché un’Olimpiade non è un investimento a perdere se diventa progetto, visione, continuità. È qui che si misura la maturità di un Paese: non nell’applauso finale, ma nella coerenza dei giorni che seguono.

 

Beatrice Ponzoni


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