Aprire gli occhi ai ciechi
Il racconto dei discepoli di Emmaus è un testo che affascina ogni volta che lo si legge, perché è capace di parlare al nostro cuore. Tutti noi, in un modo o in un altro, ci riconosciamo in quei due personaggi che lasciano Gerusalemme. Gesù è stato crocifisso, è ormai passato il sabato e ora un annuncio fuori dalle logiche umane li ha raggiunti, ma queste due persone non si fermano a Gerusalemme ad approfondire quello che è stato loro detto, preferiscono andarsene quasi per voler prendere le distanze dalla condanna a morte di Gesù, ma anche da quanto è stato loro annunciato. Queste due persone percorrono la loro strada col volto triste: si tratta di una nota esistenziale che racconta quale fosse il loro stato d'animo, cosa fosse quello che stavano vivendo nel profondo del loro cuore, la delusione per i loro sogni e per le loro speranze e attese in frantumi.
Per questo i due discepoli se ne vanno e il loro andarsene è il ritorno ad un mondo in cui per il profeta di Nazareth e per il suo Vangelo non c'è più spazio, perché essi speravano in Lui, ma da Lui sono stati delusi.
Capita anche a noi di sentirci delusi da Dio, incompresi e abbandonati da Lui, per questo ci è facile rispecchiarci nei due che se ne vanno a Emmaus: anche a noi talvolta sembra che quel Gesù non abbia più niente da dirci, perché ormai il suo Dio non ci interessa più, perché se non ha voluto salvare il suo Figlio, come potrà salvare noi?
Ma proprio quando la loro tristezza è al culmine, Gesù in persona si affianca a loro, come si affianca a noi e in questo accostarsi del Risorto alla nostra vita, sono due gli elementi che mi piace particolarmente sottolineare: l'imprevedibilità e l’importanza di aprire la Scrittura.
Gesù si affianca ai due e a noi, ma non è detto che noi, come due discepoli, siamo capaci di riconoscerlo perché il suo aspetto non è l'aspetto rassicurante di Colui che abbiamo già conosciuto, ma è l'aspetto di chi risorto dai morti ci porta verso una vita nuova. Quando il Signore si accosta alla nostra vita nella delusione e nel fallimento, ma anche quando ci viene incontro nel momento in cui le cose vanno bene, Egli non si presenta come il Dio che già abbiamo imparato a conoscere, ma come il Dio che è sempre nuovo, che sta davanti a noi e ci chiede un impegno di cambiamento per poterlo accogliere. Nessuna delle persone dell'Antico Testamento ha mai incontrato Dio due volte uguale a se stesso. L’incontro con Dio è sempre una sfida alle nostre aspettative: i due discepoli si aspettavano un morto e incontrano una persona viva, si aspettavano il profeta potente ed incontrano un pellegrino umile, si aspettavano il vincitore che avrebbe instaurato il regno di Israele e incontrano il crocifisso risorto, disarmato e disarmante, che vince senza usare le armi.
A questa immagine del Profeta e del Dio che Egli annuncia essi non sono pronti e per questo i loro occhi non sanno riconoscere la presenza del Risorto, ma la loro incapacità non significa assenza di Gesù. E questo vale sempre. anche per noi. Il silenzio dei nostri sensi esteriori ed interiori non significa assenza del Signore, è qui uno degli aspetti più affascinanti di questo testo di Luca.
Il secondo aspetto che mi piace accogliere da questo racconto è che per incontrare e riconoscere il Risorto bisogna ripercorrere tutte le Scritture, bisogna darsi il tempo di mettersi in ascolto della storia di Dio con il suo popolo. La fede è capace di vedere quando nasce dalla pazienza di ascoltare. Non si tratta semplicemente di un invito a leggere la Bibbia, si tratta piuttosto del richiamo ad un atteggiamento del cuore per la nostra vita, per un ascolto della Parola capace di farci cogliere i nessi e i collegamenti fra le storie delle figure dell'Antico Testamento e la loro piena realizzazione nella storia del Signore.
L’evangelista Luca presenta Gesù che nella sinagoga di Nazareth, leggendo il profeta Isaia, aveva detto che Egli era venuto per aprire gli occhi ai ciechi e aveva annunciato come primo atto del suo insegnamento il realizzarsi di quella parola “oggi”, nelle orecchie di chi lo stava ascoltando (cfr. Lc 4,18-21); alla fine del racconto ci troviamo accanto a due persone cieche, i cui occhi sono impediti a riconoscere Gesù. Il Risorto apre loro gli occhi, curandoli attraverso l'ascolto della Scrittura che si realizza anche per loro nell’oggi della vita, nonostante il loro andarsene da Gerusalemme.
Anche noi possiamo chiedere a Dio di aprire i nostri occhi per riconoscere il Cristo presente accanto a noi come Colui che agisce nella nostra vita: nell’azione delicata di chi si fa accanto senza imporsi, in un agire gentile che ci parla senza urlare, in un’azione forte che ci rimprovera senza condannarci, nella freschezza del Pane spezzato ogni domenica in memoria di Lui e donato a tutti noi.
Nella foto la "Cena di Emmaus" (Giovanni Angelo Borroni-1750), nella Cattedrale di Cremona Altare SS. Sacramento - seconda campata lato sud
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