Le parole che non stiamo più insegnando
Non ricordo esattamente quando. Ricordo però la sensazione. Eravamo a cena, tra amici. Età diverse ma vicine — tra i quaranta e i cinquantacinque anni — quel punto della vita in cui si osserva molto, si parla tanto ma, soprattutto, si dovrebbe dare qualcosa in più: esempio. Al tavolo accanto c’erano dei ragazzi, vent’anni forse. Ridevano, parlavano, ma soprattutto guardavano un video. A volume altissimo. Come se fossero soli. Come se il mondo intorno non esistesse. Li osservavo. Non con fastidio, ma con una domanda che iniziava a prendere forma. Poi ho taciuto. Chi mi conosce ha capito che quel silenzio non era indifferenza. Da lì è nata una conversazione. Abbiamo parlato di bambini, di ragazzi, di smartphone. Studi citati a grandi linee, esperienze personali, preoccupazioni condivise. Poi, inevitabile, è arrivata la frase che chiude tutto, quella che assolve e tranquillizza: “Sì, però dipende dall’uso che fai degli strumenti. Queste tecnologie… servirebbe una patente”. Abbiamo annuito. Discorso chiuso. Oggi quella frase non basta più. Oggi quella frase è, semplicemente, superata.
Il 25 marzo 2026, un tribunale di Los Angeles ha stabilito che non è più così semplice: Meta e Google, attraverso Instagram e YouTube, sono state ritenute responsabili per aver progettato piattaforme capaci di creare dipendenza tra i più giovani. Non è più una questione di uso.
È una questione di struttura. Allora, è arrivato il momento di fermarsi. Non per indignarsi — siamo bravissimi a farlo. Ma per riflettere davvero. Mentre nelle aule dei tribunali si apre quella che, qualcuno, ha già definito una “guerra degli schermi”, nelle strade delle nostre città accade qualcosa che non possiamo più relegare a episodio. Questa settimana per Cremona è stata difficile. Penso a quanto accaduto in Via Giordano presso il Bar Armonia, penso alla rissa in Via Manzoni, in pieno centro, ancora violenza in pieno giorno in zona stazione. Non è solo cronaca. È un segnale. È il segno di un tempo che sta cambiando — e non sempre nella direzione che vorremmo raccontarci. Ma c’è un punto ancora più profondo, più scomodo, che non possiamo evitare. Il nostro tempo è segnato da una regressione comunicativa. Non è un’opinione. È un dato. Lo vediamo ogni giorno. Accendendo la televisione, dove il confronto è spesso sostituito dallo scontro. Nei programmi che trasformano il privato in spettacolo e il conflitto in intrattenimento. Sui social — che meriterebbero un’analisi a parte — dove il linguaggio si accorcia, si semplifica, si indurisce. Poi la politica: nazionale e locale. Figure che dovrebbero educare al confronto e che troppo spesso diventano esempio contrario: toni alti, dialettica povera, ascolto assente. Abbiamo dimenticato come si discute. Come si dissente senza distruggere. Come si sta dentro una differenza senza trasformarla in scontro e dentro questo clima crescono i ragazzi. Non nel vuoto. Non per caso. Crescono osservando. Per questo ciò che è accaduto alla professoressa Chiara Mocchi non può essere archiviato come un fatto isolato. È un evento che sconvolge certo ma, soprattutto, ci riguarda.
Non è solo un gesto da condannare è un segnale da comprendere. Un ragazzo che impugna un coltello in una scuola non è solo un ragazzo che sbaglia. È il punto finale di una catena che parte molto prima. Allora la domanda diventa inevitabile: qual è la nostra responsabilità, come adulti? Dovremmo riflettere sulle parole che utilizziamo e nel come le utilizziamo. Nel diffondere odio — anche quando lo chiamiamo opinione. Nel premiare la forza — anche quando la chiamiamo carattere.
Nel non offrire esempi concreti di una cultura democratica, capace di ascoltare e confrontarsi. Mi guardo intorno e mi chiedo: Siamo davvero capaci di costruire pensieri complessi, che tengano insieme differenze e pluralismo?
O siamo diventati incapaci? Siamo solo in grado di alzare i toni, inseguendo una logica populista che semplifica tutto e divide tutti? Perché la verità è che non esiste solo una regressione tecnologica.
Esiste una regressione culturale. E si vede. Si vede nelle parole che scegliamo. Nei toni che usiamo.
Nei modelli che legittimiamo. Abbiamo imparato a comunicare ovunque.
Ma abbiamo disimparato a comunicare bene. Forse, il problema non è solo ciò che i ragazzi fanno ma ciò che imparano. Perché l’arroganza — lo abbiamo dimenticato — non ha mai i guanti di seta. Nemmeno quando si traveste da competenza. Nemmeno quando si presenta educata. Resta arroganza. E i ragazzi la riconoscono. Così come riconoscono l’ipocrisia di un mondo adulto che chiede rispetto ma non lo pratica. “Fate quello che dico, ma non quello che faccio”, recitava un antico proverbio. È lì che qualcosa si rompe.
I nostri nonni, bisnonni magari non avevano avuto la possibilità di studiare, possedevano basi semplici, forse, solo due lire in tasca— non avevano piattaforme, né algoritmi, né dibattiti televisivi. Ma avevano una cosa che oggi non si insegna più nei manuali: il rispetto. Non dichiarato. Non esibito. Vissuto. Forse è da lì che bisogna ripartire. Non con nostalgia. Ma con responsabilità. Perché possiamo continuare a discutere di social, di algoritmi, di sistemi. Ma se non torniamo a essere adulti credibili, presenti, coerenti — tutto il resto resterà fragile. Forse dovremmo smettere di pensare come influencer in cerca di approvazione. Smettere di inseguire il consenso facile, il like immediato, la frase che piace, e ricominciare a scegliere ciò che è giusto, anche quando non piace. Anche quando costa. Perché, spesso, la strada giusta è quella che meno raccoglie applausi — ma è l’unica che salva.
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