31 marzo 2026

Riforme costituzionali e questione settentrionale

Due sono gli elementi politici strutturali sui quali vale la pena di riflettere a fondo, dopo l’esito referendario della settimana scorsa: il tema delle riforme costituzionali e il riemergere – come ha segnalato su queste stesse pagine Ada Ferrari – della Questione settentrionale. Procediamo con ordine.

L’idea di procedere con una più o meno vasta e organica riforma costituzionale risale alla fine degli anni Settanta, quando ci si rese conto che la costituzione “più bella del mondo” – ma avranno letto le altre? – aveva bisogno di essere adattata ai mutati tempi della politica e del potere. All’inizio, il sistema politico ha seguito la strada delle commissioni bicamerali di revisione costituzionale, con il deliberato obiettivo di conseguire in sede di commissione la maggioranza di due terzi su un progetto di riforma condiviso, per poi riversarla in aula. A questa logica rispondevano la Commissione Bozzi (1983-85), la De Mita-Jotti (1993-94) e la bicamerale D’Alema (1997-98). Nulla di fatto. 

Di fronte ai clamorosi insuccessi, il sistema politico ha ripiegato su un altro metodo previsto dall’articolo 138 della Costituzione: l’approvazione parlamentare a maggioranza semplice delle proposte di revisione per poi sfidare le urne referendarie. La revisione del Titolo V del 2001, poi la riforma della “devolution” nel 2006, quindi la riforma promossa da Matteo Renzi nel 2016, infine la riforma della Giustizia di Nordio una settimana fa. Anche qui, tre clamorosi insuccessi. Eccezion fatta per la revisione del Titolo V del 2001 – avvenuta in circostanze quanto meno stravaganti, per usare un eufemismo – che fu il primo referendum costituzionale nella storia repubblicana. Venne approvata sul finire della legislatura – tre mesi prima dello scioglimento delle camere – e con una maggioranza di voti assai risicata, circoscritta alle forze politiche di centrosinistra. Arrivarono poi le elezioni politiche e le vinse il centrodestra, costretto a portare a referendum quella riforma costituzionale che aveva avversato in Parlamento, non partecipando al voto. E al referendum, si recò a votare un’esigua minoranza degli aventi diritto (il 34%). 

Alla luce di questa veloce ricostruzione storica, è del tutto evidente che non funziona lo strumento, cioè l’articolo 138 della Costituzione. Oggettivamente limita e condiziona le operazioni di manutenzione costituzionale. La vera, grande riforma della Costituzione sarebbe proprio quella di riscriverlo, cercando un altro metodo di revisione costituzionale. Gli esempi – a livello internazionale – non mancano. In ogni caso, è stato un errore che – anche in questa circostanza – il disegno di riforma della magistratura provenisse dall’esecutivo. Uno dei più grandi tecnici delle costituzioni moderne, come sosteneva Gianfranco Miglio, l’abate Joseph-Emmanuel Sieyès (1748-1836) ha teorizzato il potere costituente inteso quale prerogativa esclusiva di mettere le mani nella Costituzione in contrapposizione ai poteri costituiti. È un elemento essenziale e indisgiungibile della sovranità, che – ai sensi dell’articolo 1 della Costituzione repubblicana – appartiene a noi. Al momento delle elezioni lo deleghiamo, per effetto dell’istituto rappresentativo, ai parlamentari. Il potere costituente risiede dunque nel Parlamento, che ne è il titolare esclusivo. Qualsiasi riforma costituzionale deve pertanto provenire dal Parlamento, non già dal governo, cioè dall’esecutivo. Sia la riforma del 2006, sia la riforma Renzi, sia la riforma Nordio provenivano dal Governo. 

I cittadini si sono sentiti deprivati del loro potere costituente e si sono ribellati all’imposizione governativa: questa è una delle plurime ragioni che hanno portato alla sconfitta del “sì”. Un “sì” che tuttavia ha vinto in Lombardia, Veneto e Friuli, le regioni più moderne, progredite e avanzate del Paese. Annualmente staccano un assegno di 78-80 miliardi di euro a beneficio del resto del Paese. Si ripropone allora la Questione settentrionale? Per la verità non è mai morta, né tantomeno è mai stata risolta. Si tratta di una delle aporie originarie della storia della Repubblica. Il 27 aprile 1945, proprio mentre Benito Mussolini passava da Como per raggiungere la vicina Svizzera, un gruppo di giovani democristiani, clandestini e ribelli, dava alle stampe un “settimanale federalista nazionale”: Il Cisalpino. Facevano parte di quel gruppo Tommaso Zerbi, Gianfranco Miglio, Antonio Amorth, Gianfranco Bianchi, Aldo De Maddalena. Erano convinti che fosse necessario ripensare il regionalismo storico e riorganizzarlo su base cantonale, per dare vita a un ordine politico autenticamente federale. Per loro il Nord veniva considerato una “monumentale vacca da mungere” e Roma era il centro di una burocrazia improduttiva e “parassitaria”. Vocabolario politico senza dubbio dai toni forti, che ha sempre caratterizzato la questione settentrionale, una sorta di torrente carsico che riemerge con una certa regolarità. 

Nei fatti tornò alla luce nella circostanza della fine della prima legislatura regionale (1975), quando il bolognese Guido Fanti – esponente del Partito comunista e primo presidente della Regione Emilia-Romagna – lanciò la sua idea di una Lega del Po, un’alleanza strategica delle regioni attraversate dal grande fiume e riunite attorno al “Progetto Padania”. E quando il professor Innocenzo Gasparini della Bocconi, con i suoi collaboratori, realizzò un’approfondita ricerca dal titolo L’unità economico-sociale della Padania. 

Riemerse poi all’inizio degli anni Novanta, quando un politologo di Harvard, Robert Putnam, pubblicò la sua ricerca Le tradizioni civiche nelle regioni italiane, nella quale spiegava bene la frattura lungo l’asse fluviale del Po e degli Appennini, che divide le regioni virtuose da quelle non virtuose. Un cleavage dalle radici profonde: l’oggettiva diversità tra chi ha vissuto intensamente l’età comunale e chi si è fermato all’età feôdale di Bloch e Pirenne, Duby e Le Goff. Nello stesso anno – il 1992 – Gianfranco Miglio proponeva il Decalogo di Assago, con le tre Repubbliche e un modello di federalismo direttoriale. Adesso la Questione settentrionale riemerge con chiarezza dal voto referendario. Alle latitudini romane, quando ci si renderà conto che lo Stato burocratico e accentratore deve fare i conti e assecondare l’ansia di autonomia del grande Nord per consentirgli di giocare la propria partita sul terreno dell’economia internazionale, sarà troppo tardi. Sempre e comunque.

Docente universitario di Storia delle Culture politiche, già assessore all'Autonomia e alla Cultura della Regione Lombardia

Stefano Bruno Galli


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