Beato chi crede senza vedere e chi resta nel cenacolo nonostante tutto
Il brano di Vangelo della seconda domenica di Pasqua ci consegna il racconto di due apparizioni del Risorto: una avvenuta il giorno di Pasqua, il primo giorno dopo il sabato, e l’altra otto giorni dopo, lo stesso primo giorno dopo il sabato, ma ad una settimana di distanza.
Fra le due apparizioni, come tutti sanno, vi è la differenza che nella prima manca Tommaso, uno dei discepoli.
Nonostante tutto quel che di Tommaso si può dire, incontrandolo ogni anno in questo episodio della seconda domenica di Pasqua, egli suscita sempre la mia simpatia. A Tommaso voglio bene perché lo sento vicino, uomo feriale, portatore dei dubbi e delle sfide della fede, quelli che abbiamo dentro tutti noi.
Talvolta immagino come quest’uomo abbia vissuto questi otto giorni, distante dai suoi compagni di discepolato, tutti benedetti dall’aver visto il Risorto, mentre lui me lo immagino sentirsi come un escluso, un reietto, ormai diverso da loro, forse irrimediabilmente.
Le parole di Tommaso ai compagni, che gli dicono di aver visto il Signore, suonano ai nostri orecchi come quelle di un uomo arrogante e pretenzioso che pone delle condizioni a Gesù, eppure a me sembrano le parole di chi si chiede perché proprio a lui sia capitato di non fare l’esperienza che tutti gli altri hanno fatto; sono le parole di chi grida una preghiera in modo sbagliato, ma il cui senso di richiesta di aiuto affiora dietro e fra le righe dei termini usati. Tommaso chiede di essere trattato come gli altri, invoca Dio perché non lo lasci diverso e distante da tutti, come ora si sente.
Tommaso è l’uomo della differenza e dello scarto, l’uomo che Dio sottopone alla prova. È l’uomo ferito che, come Giobbe, grida a Dio il suo dolore, fino al punto di giungere a contesa con Lui. “Squarcia i cieli e scendi perché io possa vedere e toccarti, perché anch’io possa fare la stessa esperienza di coloro che Tu hai benedetto della tua presenza, mentre hai voluto escludere me”. Sarebbero bastate poche ore, forse nemmeno quelle, e anche Tommaso si sarebbe trovato insieme con gli altri, unito a loro nel poter dire “Abbiamo visto il Signore!”. Ma per lui non è stato così, Tommaso ha dovuto sentire il peso della sua differenza, la fatica del suo non poter credere come gli altri, in salita quando la strada di tutti era in discesa.
La vicenda di Tommaso è la stessa di molti di noi: quanto vorremmo credere come tanti fratelli e sorelle che ci stanno accanto, quanto vorremmo aver fatto la stessa loro esperienza di incontro con il Signore per poter anche noi essere pienamente nel loro numero.
Quanto è stata lunga la settimana di Tommaso. Quanta gioia mancata, quanta pace sospesa, quanto vuoto nel cuore mentre tutti gli altri erano pieni di dolcezza e di appagamento. Ma poi il Risorto, finalmente, si avvicina a Tommaso e toglie dai suoi occhi il velo di ogni tristezza: “Hai gridato e sei stato esaudito! Ma beati saranno quelli che crederanno anche senza vedere. Toccami e appaga la tua richiesta, non tirarti indietro”.
Nessuno di noi sa e può sapere se Tommaso abbia davvero steso la sua mano nel costato del Risorto, inserito nelle ferite del Cristo il suo dito. Sappiamo quel che ha detto; sappiamo che la vicenda dolorosa di un uomo provato nella fede si è conclusa con quella che è forse la più alta dichiarazione di fronte a Gesù di tutto il Nuovo Testamento. Colui che non riusciva a credere ha veduto e ha creduto, ha creduto perché ha veduto e ha saputo vedere mentre credeva.
Quanto è stata lunga la settimana di Tommaso; quanto è lunga la “settimana” di tanti uomini e donne che vorrebbero credere ma non riescono. Beati sono molti di noi che hanno avuto la gioia di credere senza vedere, perché si è potuto incontrare il Risorto attraverso comunità di fede significative e forti, capaci di testimoniare la Sua presenza viva per le strade del mondo di oggi: famiglie, parrocchie, associazioni e movimenti che hanno saputo annunciare e vivere la fede nel Risorto.
Ma non per tutti è così, molti si sono trovati lontani da annunci autentici, bloccati di fronte a testimonianze incerte e instabili, fluttuanti e insipide. Per loro Tommaso rappresenta un esempio: quello di chi alza la voce per chiedere a Dio di farsi vedere, di farsi percepire.
Anche per loro, ne sono convinto, è riservata una beatitudine: quella che nasce dalla fatica e dalla prova, quella di chi rimane fermo nell’incertezza e resta nel cenacolo con tutta la fatica di stare in un luogo che non sente più casa propria come lo vivono gli altri che lo circondano. Beati coloro che credono senza vedere, ma Colui il cui amore è più grande dei nostri peccati, che ha aperto il Paradiso ad un malfattore pentito, non mancherà di riservare una speciale beatitudine anche a chi resta nel cenacolo, pur pieno di fatiche e di incertezze per la sua fede.
Si sottrae alla beatitudine, oserei dire, solo chi sceglie di uscire dal cenacolo dopo che gli è stata annunciata la presenza del Risorto, per andarlo a cercare in solitudine sulle strade che immagina che Egli percorrerà.
Beato chi crede senza vedere, beato chi resta faticando a credere.
Beato chi, affidandosi ad una presenza talvolta impercettibile, misteriosa, capace di mettere alla prova, resta, nonostante tutto, fedele all’interno di quella comunità che, non senza contraddizioni, di generazione in generazione custodisce la notizia più bella che si possa comunicare: “Abbiamo incontrato il Signore risorto”.
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