12 aprile 2026

Cremonese: nessuno si salva senza la dignità e il rispetto, in campo e fuori, nei confronti della maglia e dei tifosi grigiorossi

Mi si perdonino i termini, ma il ‘piacere’ di rimettermi a scrivere ancora di questa squadra dopo la sconfitta di ieri a Cagliari — che non mi sento neppure di nominare come Cremonese, per rispetto dei tifosi e della sua storia — è paragonabile a quel malanno improvviso e fastidioso che mi chiuderebbe in bagno per anche una mezza giornata. E vi giuro che non potrei descriverlo meglio, ma stavolta non basta voltare pagina.

Non lo faccio per cavalcare le polemiche e la frustrazione dei tifosi che sui social stanno travolgendo la squadra e non solo, ma perché prima di tutto sono un tifoso, e non mi va che anche questa ennesima figura ‘di cui sopra’ passi come l’ennesimo sfortunato contrattempo. Un gruppo di giocatori che personalmente, da qui alla fine del campionato porterei in ritiro sette giorni su sette al Centro Sportivo Arvedi: due allenamenti al giorno, il tempo restante lo potrebbero dedicare a un esame di coscienza, sempre che gliene importi qualcosa, e perchè no, aprire ‘la gabbia dorata’ anche ai tifosi, perché abbiano modo di fare sentire il loro sostegno, come del resto richiesto da capitan Baschirotto nella conferenza stampa post partita di Cagliari.

Giampaolo. Parto dalla fine, dalla conferenza stampa post-partita. Premetto: Giampaolo — come lo era a suo tempo stato Ballardini — rappresenta il perfetto capro espiatorio in una situazione in cui nessuno, società, dirigenti e giocatori, vuole restare con il cerino acceso in mano, e gli va riconosciuto l’impegno in un finale da stagione dal sentore ‘gita scolastica’ di fine anno.

Non posso però soprassedere sulle sue dichiarazioni: un’analisi fredda e riduttiva dell’ennesima vergognosa prestazione.
Capisco la necessità di ok caricare tutti su una scialuppa di salvataggio, ma ci si sarebbe aspettata una dura presa di posizione nei confronti della squadra, per rispetto dei tifosi a cui viene chiesto di seguire e sostenere la squadra, cosa che peraltro fanno, con i risultati che tutti vediamo.

Una parentesi la apro su chi adesso rivaluta Davide Nicola, del quale mantengo grande rispetto e che ho sostenuto: la sua scelta di smantellare un gruppo di giocatori che maglia l’aveva cucita addosso, per qualche ‘fedelissimo’ ad oggi sfigurerebbe anche in Serie B, è una sua responsabilità, come lo è il fatto di non essere stato in grado di tenere in pugno uno spogliatoio che ad un certo punto della stagione è stato una polveriera: ne è la conferma che pur cambiando allenatore non cambiano i risultati e quello che manca sono quegli attributi, ancor prima che valori tecnici, che questa squadra non ha da mettere in campo. Prima che un allenatore che cerchi di metterli in campo, serve qualcuno con l’autorità e la fermezza di mettere questi giocatori di fronte alle loro responsabilità, da uomini ancor prima che da professionisti, pagati peraltro ben oltre quanto dimostrato sul campo.

Se questa salvezza appare irraggiungibile, è perché le dirette concorrenti se la sono costruita negli scontri diretti, mentre questa squadra ha totalizzato solo 12 punti sui 42 disponibili: 2 vittorie, 6 pareggi, 6 sconfitte. Una miseria che da il senso all’attuale situazione in classifica.

Mi chiedo: come si può pensare che quasta squadra possa fare punti a Napoli, in casa contro l’Udinese — che ieri ha battuto il Milan —, contro il Como o la Lazio? L’unica speranza resta che il Lecce faccia peggio, ma fare peggio di quanto visto ieri a Cagliari dai ‘nostri eroi’, appare quasi impossibile.

La squadra.

A peggiorare tutto c’è stata la scelta dei giocatori di non andare sotto il settore degli oltre 400 tifosi grigiorossi a fine gara che, a proprie spese, avevano raggiunto Cagliari per sostenere la squadra e che magari due parole avrebbero volute dirgliele. Tifosi che non erano lì per fare i turisti — a differenza di qualcuno — ma con la convinzione di vedere una squadra lottare con carattere e determinazione.

Paura? Vergogna? Vigliaccheria? No, semplicemente la consapevolezza di aver fallito, come giocatori. Una scelta che li ha fatti fallire come uomini. Rispetto e supporto si guadagnano con i fatti, non scappando dalle proprie responsabilità, di questo si dovrebbero vergognare tutti.

Riallacciandomi alle parole di capitan Baschirotto: “Sapere di avere il loro sostegno dà qualcosa in più; spero che da qui a fine campionato ci stiano vicini”. Ribadisco che se c’è qualcuno che sta venendo meno ai propri doveri, non sono i tifosi. Loro non sono mai venuti meno, e mai verranno meno, a quei colori e a quella città, a prescindere da chi indossa la maglia. La questione non è vincere o perdere, salvarsi o retrocedere — anche se questo cambia sicuramente il conto in banca di procuratori e giocatori — ma farlo con dignità e rispetto per la maglia che indossano e la città e la gente che rappresentano. Robe d’altri tempi...

La società.

Se la Cremonese — intesa come storia e identità — è arrivata fin qui, il merito è della proprietà, che ha investito su strutture, settore giovanile, facendo un grande sforzo economico ed organizzativo per entrare nel tessuto sociale sociale con la città. Di questo va dato atto: è il valore più tangibile, il più importante e autentico in cui i tifosi si riconoscono. Grazie.

Non altrettanto si può dire sul fronte dirigenziale. Al netto della buona fede e della professionalità profusa, se i risultati a fronte degli investimenti sono questi, qualcosa poteva essere fatto meglio. Manca, e mancava, la figura di un dirigente di esperienza capace di tenere la barra dritta nei momenti difficili: qualcuno con accesso agli spogliatoi e l’autorità di intervenire su giocatori e allenatori quando necessario. Per capire quanto questo sia vero, basta confrontare questa stagione con quella 2022/23: stesso risultato, giocatori diversi, dirigenza sostanzialmente identica.

Che poi alla fine mi domando quasi sorridendo: ma siamo sicuri che in questa categoria ci si voglia davvero restare…?

Daniele Gazzaniga


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