"Tu vuò fa' l'americano" ma l'Europa dov'è?
Davvero lontani i tempi in cui Renato Carosone canticchiava 'Tu vuò fa' l'americano' guardando con elegante ironia partenopea a una gioventù nostrana puntigliosamente impegnata a rincorrere le modernità d' oltreoceano: " tu che bevi whisky and soda e balli o' rock and roll". Ma l' ammirazione per la giovane democrazia a stelle e strisce che conservava negli anni cinquanta le amate sembianze dell'esercito liberatore, non era destinata a superare indenne il drammatico tornante della guerra del Vietnam e la sfiancante permanenza del gigante americano nel pantano della palude asiatica. Fu quello il punto sorgivo di un diffuso antiamericanismo di marca pacifista e terzomondista che, pur non sempre limpido né di convincente coerenza, costituisce ormai stabile componente di parecchia cultura politica europea. Non da oggi dunque la postura del vecchio continente verso gli Stati Uniti si dibatte in un inestricabile groviglio di amore/odio di cui fa le salatissime spese il concetto stesso di Occidente. Raramente ci si inoltra in una ricognizione critica che vada oltre la prima e capitale evidenza: in Occidente si vive liberi, non altrettanto altrove. Ma mai come in questi giorni di fronte a un' imprevista e violenta lacerazione dei rapporti con lo storico alleato, l'Europa, che pur ebbe a suo tempo ruolo generatore e non generato rispetto all' America, è stata tanto duramente messa allo specchio e costretta a prender atto di non poter più eludere la grande domanda: è o non è in grado di camminare da sola? È indubbio che le attuali criticità a carico di Stati Uniti e atlantismo potenzialmente rappresentino la sua ora. Ma la grande occasione rischia di restare virtuale e il vecchio continente continua a non toccare palla nello scacchiere internazionale. Gigante economico ma nano politico, in tal senso coerentemente rappresentato da un'algida nobildonna prussiana che, funzionaria fra funzionari, siede ai vertici di una piramide di burocrati la cui minuziosa precettistica su uso di stufe a legna o Intelligenza artificiale proprio non c'è la fa a spiccare il volo e farsi progetto di convincente e autorevole respiro ideale e strategico. Per dir le cose come stanno, l' Europa comunitaria patisce tutt'ora un deficit di legittimazione agli occhi di gran parte degli stessi europei che, pure, amano l' Europa ma hanno maturato diffuso scetticismo circa la capacità dei suoi vertici di assecondare e valorizzare l' enorme patrimonio dei suoi talenti e delle sue vocazioni. Dubbio legittimo di fronte a un campionario di discutibili indirizzi che, dall'industria automobilistica all' agricoltura, dalla casa alle nostre eccellenze agroalimentari, appaiono spesso ispirati da paradossale autolesionismo. Tutti i nostri nodi interni e internazionali stanno insomma contemporaneamente venendo al pettine. Meglio dunque non indugiare sulla pur intrigante telenovela quotidiana della follia dell'uomo più potente del pianeta per concentrarsi sulla dimensione non episodica ma strutturale delle criticità in agenda. E, almeno in questo, prendiamo atto dell'involontario contributo di Trump. Lo sgangherato e sconsiderato anatema scagliato contro la nostra premier mette finalmente fuori uso la leggenda della Dark lady italiana ostaggio consenziente e collaborativo del Principe del Male. Leggenda che, a cominciare dal referendum di marzo, ha regalato alle opposizioni un generoso arsenale di armi propagandistiche efficacemente pronte all' uso. È innegabile che Meloni abbia sperato che un rapporto preferenziale con Trump potesse essere utilmente speso a vantaggio dell'interesse nazionale. Nessun estremo di reato, direi, anche se, esistendo una cosa chiamata Comunità europea, la procedura più logica sarebbe di non percorrere in solitaria la via sovranista ma mettere in campo il maggior potere negoziale della cosiddetta 'casa comune'. A condizione però che quest' ultima esista e riesca a trovare un comune punto di caduta circa i più cruciali snodi delle relazioni internazionali. Per ora così non è. Sicché di fatto, sotto molti aspetti strategicamente rilevanti, l' Europa non esiste. E rischia di continuare a non esistere non solo per via dei sovranisti ma di un fenomeno di meno esplicita evidenza ma di sistematico effetto paralizzante. E alludo all'opportunismo dei troppi naviganti fedeli alla filosofia del 'botte piena e moglie ubriaca' che attualmente si destreggiano fra antisovranismo e antiamericanismo puntando a intascare i dividendi elettorali di entrambi i No. Abbiano finalmente il coraggio di accettare le logiche conseguenze delle loro premesse. Il no al sovranismo e il no all'atlantismo portano dritti all'unica terza via percorribile: la costruzione di una effettiva autonomia europea, che ovviamente non può prescindere dalla sicurezza e dai conseguenti investimenti per la difesa. Ma apriti cielo: investire sulla difesa significa affamare il popolo.Tale è il cavallo di battaglia della propaganda pentastellata. Non è dunque bastato passare dalla guida di un guitto a quella di un compassato accademico per guarire il Movimento dal vizio originario: una demagogia populista che riduce la politica all'arte di frugare fra gli scontrini della spesa per scovare chi fa la cresta e platealmente lapidarlo come affamatore del popolo.
Le ricadute involutive di una moralità internazionale a geometrie variabili in funzione delle opportunità propagandistiche ormai non si contano A cominciare dalla sottintesa indulgenza accordata, nel fuoco dei furori anti trumpiani, ai famosi 'Paesi canaglia' pur colpevoli di aberranti violazioni dei diritti umani. Persino sul nucleare, oggetto del più intransigente e spesso fanatico ostracismo, l'asse Verdi Sinistra diventa aperturista. E dunque se il deterrente nucleare in mano alle democrazie occidentali resta l'anticamera dell'apocalisse, quello in mano a una teocrazia fanatica che dichiaratamente punta alla distruzione dell' Occidente è declassato a rischio remoto, forse immaginario e comunque irrilevante.
Invece di indugiare sul come e il perché della prepotenza americana, interroghiamoci piuttosto sul come e il perché dell'impotenza europea. Gioventù che protesta in piazza contro la prepotenza americana ne vedo tanta. Ma di gioventù che protesta contro l'impotenza europea neanche l'ombra. Il che la dice lunga su parecchie cose.
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