2 luglio 2022

Céline, il migliore e il peggiore di tutti gli scrittori

Il 1° luglio di 61 anni fa moriva Louis Ferdinand Destouches, detto Céline, forse il più grande scrittore del ‘900, forse uno dei più inaccettabili artisti della storia.

Sgomberiamo subito il campo: Céline era razzista, antisemita, misogino, mentalmente disturbato, alcolizzato sporco e vagabondo. Scriveva in modo volgare e futurista, provocatorio e scomposto come nessun altro. Scontò dopo la liberazione gaullista le più seria delle epurazioni, bollato come nazista e finendo i suoi giorni tra il manicomio e una stamberga piena di cani randagi. Matto quasi certamente lo era, nazista per elezione altrui: era troppo “grande” per essere solo nazista, i giganti dell’arte non aderiscono mai alla politica, la anticipano e la sublimano, sono oltre e più in là. D’Annunzio era più ed oltre e prima del fascismo, come Picasso era più e oltre il pacifismo comunista: entrambi  disprezzavano i politici di quegli schieramenti e ne erano mal tollerati a loro volta. Perché il genio è assoluto, non ammette mediazioni nemmeno nell’estremo bene e nell’estremo male. L’ordinario, il convenzionale, il calcolato è solo della politica e dell’opportunismo borghese. Il genio quando ama o odia lo fa massimamente, senza limiti, raggiungendo vette inarrivabili a chiunque altro.

Céline lo è stato nel razzismo: disprezzava i neri, odiava gli ebrei, schifava i bianchi ricchi e indifferenti e anche i bianchi poveri e zozzi, odiava ogni terra che visitava, aveva disgusto per le proprie donne e aveva più di tutto e sopra ogni cosa un onestissimo schifo di se stesso: i poveri sono i negri d’Europa diceva, e decise di curarli da medico, lurido tra i luridi. Nessuno scrittore nella storia ha mai saputo descrivere tutto ciò che di negativo, disgustoso e miserabile c’è nell’uomo e nella vita terrena. Un campione indefesso di cinismo dotato di un talento unico e irripetibile. Il più straordinario cantore della miseria dell’uomo sulla terra.

Si era laureato in medicina con una tesina su Ignac Sommelweis, il ginecologo morto pazzo e suicida nel tentativo di dimostrare ai suoi colleghi benpensanti che i ferri chirurgici andavano disinfettati tra una operazione e l’altra: Céline aveva già scelto allora il lato oscuro e tragicamente comico delle miserie umane. Le prime quattro pagine di introduzione di quella tesina sono un capolavoro assoluto di storia europea e letteraria: ancora ventenne Louis era un genio senza pari della scrittura.

Nessuno come lui ha saputo descrivere la puzza di piedi e di cavoli marci delle case dei pezzenti dei sobborghi parigini che andava visitando da medico-barbone, e che aveva scelto consapevole che il suo unico compimento era il lerciume: quelli nati sul lato negativo della vita, come amava chiamarli e chiamarsi. Nessuno come lui, nei suoi incredibili viaggi africani, ha saputo descrivere l’ostilità della natura verso l’uomo tra zanzare assassine odori nauseabondi e afe ammazzacristiani, altro che i tramonti da cartolina o la rivoluzione green di Greta Thumberg. Odiava i “negri” ( li chiama sempre e solo così) con un compiacimento che fa sembrare il Ku Klux Klan un terzordine francescano, eppure con un velo di invidia e simpatia per il loro essere (secondo lui) così incondizionatamente “inferiori” ai bianchi: mentre rimane nella cucina della sua ricca mante americana disgustato dalla superficialità del di lei benessere, guarda il cameriere di colore più disgustato di lui che sputa per terra sdegnoso “come soltanto i negri sanno sputare, lungo, abbondante, preciso” mentre lui vorrebbe ma non ci riesce... Cèline è questo, la quintessenza del razzismo e l’apoteosi dell’ironia che è l’unico spiraglio di salvezza per l’intelligenza.

Ma Céline è tanto, tanto di più: Céline è la guerra, o meglio l’anti-guerra della letteratura: nessuno, mai, ha saputo meglio di lui descrivere il vero orrore della guerra, che non è la morte ma la sua totale mancanza di ogni senso e ragione. Nessuno come lui visse e descrisse il disastro umano, soprattutto in Francia, dell’ecatombe della Grande Guerra, amputazione fisica e morale di una intera generazione. Mentre cerca di scappare e salvarsi la pelle, si accorge che nel buio pesto dei bombardamenti la salvezza è nell’odore di letame che lo guida a una stalla di vacche: ecco, la vie c’est l’odeur du la merde, scrive, la vita è la puzza di merda. In un altro passaggio dirà, davanti alle morti fulminee dei suoi compagni in guerra accoppati nel fiore degli anni dai proiettili vaganti, la vie? c’est un queue frit la vie…la vita? è un cazzo fritto, la vita.

Così era Cèline: un provocatore scurrile e finissimo, che nel descrivere solo lo schifo dell’umanità ne dimostrava in vero una incontenibile comprensione: “La verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io”.

Viaggio al temine della notte, il suo più grande romanzo fu un successo mondiale clamoroso nel 1932,  venne accolto da polemiche incredibili e subito abbracciato dai nazisti e razzisti di ogni specie: da lì l’inizio di quella commistione col nazi-fascismo, per lui che fu razzista come Hitler non avrebbe mai saputo essere, ma che invece di ammazzare chi odiava lo curava da medico come fece con dei paracadutisti alleati. Nel 1937 pubblica Bagatelle per un massacro, un successo editoriale clamoroso e forse uno dei testi più antisemiti mai scritti: l’Olocausto era ancora lontano e nemmeno pianificato ma quell’ironia macabra su un massacro ancora da venire lo condannerà per sempre al lato oscuro della memoria, benché nella Francia di allora (e in tutta Europa) l’antisemitismo fosse diffuso come non mai. Odiava gli ebrei molto più dei “negri”: verso di loro non c’è nemmeno la compiaciuta ironia dello sputo americano, eppure le sue opere in Germania erano proibite.

Cèline era  anche un inarrestabile viaggiatore, e anche in questo un precursore del ‘900: solo il viaggio amava della vita, perché “fa lavorare l’immaginazione, tutto il resto è delusione e fatica”. Diceva che le città mediterranee erano femminili, donne sensuali distese a gambe aperte sul mare, accoglienti e lascive, e che le città americane erano maschili, con quei grattacieli che sembrano dei razzi puntati contro il mondo e anche, come dice proprio lui, dei “cazzi dritti”. 

Era matto col botto, ma non si può capire quel secolo incredibile tragico e straordinario che è stato il ‘900 se non si legge Céline. E soprattutto, in questa nostra epoca in cui il politicamente corretto sta diventando una soffocante teocrazia, ogni tanto viaggiare in fondo alla quintessenza del politicamente scorretto di Cèline è una boccata di puzza che fa sentire vivi, anche se senza speranza.

Sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

Docente di archivistica all'Università degli studi di Milano

(la foto del professor Martelli è di Irina Mattioli) 

 

 

Francesco Martelli


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