30 maggio 2021

Come cambiano le città: dall'antropocentrismo all'esclusione dell'uomo

Gli Archivi Comunali e gli Archivi di Stato italiani custodiscono milioni di partiche edilizie, centinaia di piani regolatori e migliaia di piani integrati di intervento e recupero.

I soli archivi del Comune di Milano conservano qualcosa come 450.000 pratiche edilizie, corrispondenti ad altrettanti edifici e costruzioni. Questi archivi vengono oggi regolarmente consultati perfino per vendere o comperare un appartamento, o per potervi realizzare interventi di recupero o ristrutturazione. Gli austriaci nel Lombardo-Veneto introdussero il catasto (detto Teresiano da Maria Teresa d’Austria appunto)  e i primi piani di sviluppo urbanistico (poi divenuti Piani Regolatori) e dopo l’Unità d’Italia si diede corso alla regolamentazione degli archivi dei comuni con la Legge Rudinì, ma prima di tutto ciò la fonte principale di conservazione del patrimonio fondiario e abitativo erano gli archivi delle famiglie nobiliari, possessori di patrimoni immensi gestiti mediante rigorosi depositi documentali degni del migliore notariato. Io stesso ebbi modo qualche anno fa di visitare tra i vari anche l’ordinatissimo archivio dello splendido Palazzo Cavalcabò in Cremona, esempio perfetto di quanto ho descritto. La storia dell’uomo e del suo rapporto con la dimensione abitativa è ben documentato da secoli.

Uscito dalle caverne l’uomo ebbe da subito la necessità di circoscrivere lo spazio attorno a sé stesso per renderlo sicuro dai pericoli della natura selvaggia. Nacquero così i primi nuclei abitativi, “chiusi” rispetto all’ infido esterno, delimitati e circoscritti tutt’attorno ad una sola entità: l’uomo. Da allora sono passati millenni ed il rapporto dell’uomo con lo spazio che lo circonda si è ribaltato: ora i pericoli sono dentro quegli spazi e non più al di fuori.

La Pòlis greca è stata probabilmente il livello più alto di antropocentrismo che l’umanità abbia raggiunto: tutto era concepito attorno alla partecipazione pubblica dell’uomo alla vita comunitaria, e le città sono spesso diventate un tutt’uno con i propri abitanti fino ad essere monolitiche emanazioni sociali del malcontento popolare, tanto potenti da spodestare perfino sovrani assoluti. Nel suo testamento politico Armand Jean du Plessis, Cardinale di Richelieu, lasciava quale massimo consiglio al Re di guardarsi sempre da “la Grande Bête”, la Grossa Bestia, cioè Parigi, polveriera sociale sempre pronta ad esplodere contro il potere reale. 

Il rapporto millenario tra l’uomo e la città ha trovato risposte più o meno adeguate, dibattiti infiniti, realizzazioni infernali al di sotto della dignità umana ma anche picchi di assoluta bellezza ed armonia. Abbiamo quartieri alveare divenuti simbolo di degrado e criminalità come Scampia o Zen, e borghi costruiti nella perfetta armonia tra dimensione abitativa e dimensione contemplativa come Pienza o Bobbio.

Negli ultimissimi anni però come forse mai prima nella storia, in tutte le città più evolute dell’occidente l’uomo è completamente uscito dal dibattito politico e culturale: abbiamo visto mettere al centro il tema della presenza del verde, il tema della qualità dell’aria, il tema dello spazio vitale per gli animali domestici, quello della mobilità sostenibile intesa sostanzialmente come lotta all’automobile. Ma l’uomo non c’è più, si è quasi trasformato in un intruso dannoso, la cui esistenza va compressa per permettere a tutte le altre questioni di acquisire spazio vitale. Il tutto peraltro nel tentativo, più o meno sincero, di rendere più salubre la nostra condizione, che mai in realtà nella nostra storia è stata migliore, dato che abbiamo più che doppiato la vita media di ogni nostro predecessore. E siamo arrivati oggi ai grattacieli “eco-sostenibili” ed avveniristici a prezzi inaccessibili e che rimangono in gran parte vuoti o a splendidi palazzi dei centri storici disabitati, mentre la maggior parte delle persone si contende vecchi appartamenti al limite dello spazio vitale per cifre decisamente sproporzionate rispetto al valore reale, con l’assurda prassi immobiliar-bancaria di tenere gli appartamenti sfitti pur di non far scendere il prezzo del mattone.

A questo hanno contribuito due variabili tra tutte: la nuova speculazione edilizia (che una volta si faceva sovraffollando le abitazioni e oggi si fa lasciandole vuote) e lo sfruttamento di nuovi mercati, tutti improntati alla tutela dell’ambiente (il BIO, la mobilità eco-sostenibile, il riciclo etc…). L’episodio che ha certamente segnato in maniera incontrovertibile il rapporto dell’Occidente con il suo ambiente è stato Chernobyl: il crollo del fideismo tecnologico soffiato via dall’incubo della nube radioattiva ha prodotto un graduale ed inarrestabile processo di recupero dell’ecosistema, della tutela dell’ambiente, dell’alimentazione “biologica” etc … che come sempre accade nelle società contemporanee ci ha portato da un estremo all’altro, in cui l’attenzione all’ambiente prevale sull’attenzione all’uomo.  Prima del Covid  abbiamo vissuto un nuovo esodo dalle provincie verso le metropoli  in parte “modaiolo” ed in parte lavorativo, ma comunque equamente diviso tra rampolli benestanti in cerca di divertimento e rampolli disperati in cerca di salvezza, con il crollo dei prezzi nelle realtà provinciali e l’esplosione dei prezzi nelle grosse città, le quali cercano da un alto di governare il fenomeno introducendo politiche eco-sistemiste ma dall’altro non vogliono rinunciare agli introiti derivanti dai nuovi arrivati.

Il Covid però ha trasformato per mesi le città in desertiche e claustrofobiche prigioni senza alcuno sfogo, mentre nelle realtà di provincia il respiro è stato ben maggiore. Lo smart working e le didattiche a distanza potrebbero dimezzare gli spazi dedicati agli uffici e contestualmente raddoppiare le esigenze degli spazi di convivenza domestica, costringendo anche gli speculatori ad un ribaltamento radicale.

Chissà se il dibattito politico tornerà a mettere al centro della discussione sulla città l’uomo, che della città è e rimane fulcro ed unico scopo...

Sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

Docente di archivistica all'Università degli studi di Milano

 

 

 

 

Francesco Martelli


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