25 gennaio 2026

Convertirsi è lasciare che sia il Vangelo a dettare le nostre priorità

Dopo aver presentato l’origine di Gesù, il suo battesimo al Giordano e le tentazioni nel deserto, l’evangelista Matteo racconta l’inizio dell’azione missionaria del Cristo: la predicazione e la chiamata dei primi quattro discepoli.

Tutto questo avviene nel nord della terra di Israele, in Galilea. Questa regione per Matteo non indica solo un luogo geografico, ma anche una realtà spirituale, perché l’annuncio del Vangelo che qui avviene rappresenta il compimento della profezia di Isaia (cfr. Is 8,23-9,1): su quanti si trovano nel buio della lontananza da Lui, Dio fa gratuitamente brillare la sua luce; dentro il buio che la vita porta talvolta con sé, brilla una luce di speranza, non solo per chi in Lui già crede, ma anche per tutti gli uomini e le donne che compongono una “galilea” di gente meticcia e disorientata.

Gesù, ci dice ancora Matteo, comincia a predicare dopo che Giovanni viene arrestato e la nota indica che il cammino di Gesù è aperto alla possibilità di giungere allo stesso esito di quello del Battista, come effettivamente sarà.  

In ascolto di questa pagina di Vangelo mi piace cogliere due aspetti che possono parlare alla Chiesa di oggi e a ciascuno di noi.

Gesù inizia la sua missione in una regione non particolarmente devota, nella Galilea dei pagani, in una periferia religiosa ed esistenziale. Con le dovute differenze, potremmo dire che se Gesù vivesse oggi, lasciando la sua città di origine e dovendo occuparsi delle cose di Dio, anziché scegliere di trasferirsi in un luogo devoto come Lourdes o Medjugorje, se ne andrebbe in un ambiente simile a Piazza Affari a Milano. Cafarnao è in un villaggio costiero, fiorente per i commerci, si dice famoso per la pesca, la conservazione e la vendita del pesce. In questo contesto dominato forse più dall’interesse economico che dalla cura della pietà verso Dio, Gesù fa risuonare la sua voce per dire che a tutti, anche a coloro che non se ne curano troppo, Dio va incontro. Il Dio che annuncia Gesù non è un Dio che si nasconde dietro il profumo dell’incenso, il fumo dei sacrifici o le belle parole pronunciate in sinagoga. Il Dio di Gesù è un Dio che rigenera il mondo facendo brillare la Sua luce dentro le oscurità dell’esistenza, per ridare speranza alla concreta realtà in cui si trova ogni uomo e partendo da qui accompagnarlo a gustare la bellezza del culto, il sapore della comunione e la verità che deve stare dentro ogni bella parola pronunciata nella preghiera.

Gesù va ad abitare in un luogo ordinario per riportare Dio dentro la vita degli uomini e prendere per mano gli uomini per condurli verso Dio. Si tratta di una prospettiva che papa Francesco spesso ci ha ricordato con espressioni intense ed evocative, da non ripetere con superficialità per non farle diventare slogan accattivanti, privati della forza di incidere nelle scelte e nelle azioni. 

Il secondo pensiero che mi suggerisce questa pagina di Vangelo riguarda gli abitanti di Cafarnao. Sembrerebbe che la gente di quel villaggio stesse bene sotto ogni punto di vista, un po’ come molti degli uomini e delle donne della nostra società. Gli abitanti di Cafarnao, se ci si pensa, avevano tutto quello che a loro serviva per una vita appagata: avevano la sinagoga costruita da un centurione simpatizzante per l’ebraismo, stando a quanto dice l’evangelista Luca (cfr. Lc 7,5), e avevano un lavoro redditizio, come già si è detto, quindi si trovavano in una situazione di agio. 

Cafarnao sembrerebbe una realtà benedetta da Dio in tutto. Eppure Gesù svela che anche a loro manca qualcosa, svela che quella pienezza è solo apparente: Gesù predica per rimettere in asse la vita degli abitanti di questo villaggio. Non gli unici che ne hanno bisogno, ma i primi dai quali il Signore parte per poi andare altrove, percorrendo tutta la Galilea (cfr. Mt 4,23). Anche noi, spesso appagati e sazi persino della nostra fede e della nostra relazione con Dio, abbiamo in realtà sempre bisogno di “convertirci” per riconoscere e accogliere la presenza del Regno, la verità di essere “figli di Dio” in Gesù, perché convertirsi non significa esclusivamente cambiare radicalmente, passando dal male al bene. Il 25 gennaio il calendario riporta la festa della “conversione di san Paolo”. Per colui che sarà l’apostolo delle genti questo momento non fu l’abbandono del peccato per vivere la giustizia. Paolo, infatti, “era già credente, anzi ebreo fervente, e perciò non passò dalla non-fede alla fede, dagli idoli a Dio, né dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo” (Benedetto XVI, Angelus del 25 gennaio 2009). Certo Paolo depose la sua azione persecutrice contro i discepoli di Gesù, ma la sua vera “conversione”, quella di cui si fa memoria e che è per ciascuno di noi modello ed esempio, fu il volgere lo sguardo al Signore Gesù, non una volta sola, ma da allora per sempre. La stessa azione è richiesta anche ad ogni cristiano, ogni giorno di nuovo, come fosse la prima volta: volgere gli occhi a Gesù, fissare su di Lui il nostro sguardo. Convertirsi è lasciare che la persona di Gesù diventi il criterio di giudizio sul quale plasmare parole, pensieri, azioni, giudizi e scelte. Convertirsi è lasciare che sia il Vangelo a dettare le nostre priorità, per rimettere in discussione la nostra vita, liberandoci dalla sempre presente tentazione che fa dell’io di ciascuno il criterio e la misura del mondo a cui tutti, persino Dio, ci sembra dovrebbero adeguarsi.

Francesco Cortellini


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