19 gennaio 2026

Cremona e l'identità insidiata: Cappuccetto Rosso o Bella Addormentata?

"Mal comune, mezzo gaudio". Sarà, ma non vedo quale sollievo derivi dal sapere che i centri storici di decine di città italiane, pur eredi di prestigiose civiltà municipali, vedono assottigliarsi giorno dopo giorno, al pari di chi vive all'ombra del Torrazzo, la propria fisionomia identitaria.

Identità: patrimonio dei fattori distintivi materiali e immateriali grazie ai quali una comunità riconosce se stessa e si rende riconoscibile. Roba seria dunque che arriva a toccare e turbare delicate corde esistenziali se poco sopravvive della nostra passata, confidente familiarità con ambienti su cui il tempo aveva depositato la preziosa patina della consuetudine. Ben altra la fisionomia attuale del centro cittadino, precariamente ridisegnata dal mordi e fuggi di anonime sigle commerciali.

La sfida, per chi non voglia barricarsi nell'immobilistico culto del passato, corre sul filo di lana. Una cosa è infatti un apprezzabile cosmopolitismo, guidato da amministrazioni in grado di esercitare la speciale intelligenza selettiva che sa cosa può morire e cosa deve vivere. Altro è invece il puro subire l'assalto dei capitali afroasiatici che stanno occupando posizioni chiave dell'assetto commerciale cittadino. Chi governa il processo? Noi, loro o una selvaggia liberalizzazione del mercato che, pur ispirata a principi di libertà, sta di fatto generando una moltitudine di inermi ostaggi via via spennati di ogni facoltà di autodeterminazione?

Tali le domande riemerse alla notizia che, proprio mentre calava per sempre la saracinesca della macelleria Ruggeri, storico tempio di cremonesità alimentare, una macelleria islamica, ora realtà, stava per approdare nientemeno che in via Mercatello. Ohibò, brusco risveglio per chi, assopito nel sonno dei giusti e fiducioso che l'islamizzazione commerciale non avrebbe varcato la linea del Piave, ha prontamente issato la bandiera identitaria in difesa del sacro suolo. Strana bandiera, in verità, che sventola e si affloscia in funzione di prevalenti interessi di quartiere e cortile. E non è che sventoli un gran che di fronte ai quotidiani disagi di quartieri periferici da decenni in balia di un' immigrazione incontrollata, spesso responsabile di degrado, prevaricazione e violenza. La legalità è o non è componente della famosa identità storica? O pure lei funziona a corrente alternata? Temi difficili, perlopiù affrontati lungo la variante nostalgica del 'come eravamo' o più semplicemente sparando sul manovratore politico. Non che quest' ultimo non ne dia motivo, specie come principale 'azionista' delle scelte che hanno via via condotto alla desertificazione commerciale del centro storico. Ma principale azionista non vuole dire unico responsabile.

Una questione ideologicamente insidiosa e complessa quale la difesa di un assetto adeguatamente rappresentativo dell'identità locale e delle sue tradizioni è tipica materia di progettazione concertata. Esige cioè il vigile tessuto connettivo di un'autentica comunità consapevole che, al di là delle difese strettamente corporative e settoriali, siamo tutti sulla stessa barca di un organismo, a parti interdipendenti, che si chiama Cremona.

Guai se alle debolezze strategiche della politica si aggiungono quelle delle categorie che innervano il tessuto produttivo ed economico sociale. E qui purtroppo il guicciardiniano 'particulare' impera. Tale è la frammentazione del settore commerciale che il numero delle sigle associative rischia di superare quello delle rispettive botteghe. Là dove sarebbe necessaria una convergenza di forze, troppo spesso c'è il tutti contro tutti. E così le tessere che compongono il complesso mosaico della realtà cittadina, abbandonate a casuali andamenti, scaricano sui cremonesi i loro contraddittori effetti. Non occorre Nostradamus per immaginare che, senza interventi mirati, la comunità afroasiatica disporrà presto di maggior numero di negozi etnici di prossimità di quella cremonese. Che dire? Si vede che sono più bravi di noi. E magari più ricchi. Per ora tutto pare concorrere a penalizzare la componente indigena e gli anziani in particolare.

E intanto il Palazzo vivacchia, illudendosi che il debito verso la famosa cremonesità sia adeguatamente onorato con l'annuale celebrazione liturgica di torroni, salami e mostarde. Un menù, più che un programma amministrativo. Mica facile trovare un punto di equilibrio fra localismo e globalismo, in grado di sottrarre Cremona al rischio di restare intrappolata nella tenaglia di contrastanti spinte. Manca un progetto di interesse generale dotato della stessa forza propulsiva di quelli che ci consentirono di gettare il cuore oltre l'ostacolo e superare grandi criticità del passato. Titanica impresa in quest'epoca di tiepide fedeltà formali al bene comune, per lo più latitanti al momento di passare dalle parole ai fatti. Cela faranno i nostri eroi? Mentre meditiamo una risposta, asteniamoci almeno dal vittimismo e la sua retorica. Cremona non è la virtuosa Cappuccetto Rosso insidiata dal Lupo cattivo della globalizzazione. Caso mai, per restare in repertorio, La Bella Addormentata.

La foto del tramonto a Cremona è di Mauro Gaimarri

Ada Ferrari


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