7 febbraio 2026

Le Idi di Marzo del referendum: oltre il Sì e il No per riflettere e star fuori dalla guerra

Il referendum sulla riforma costituzionale in materia di giustizia occupa da settimane molte pagine dei quotidiani e di tutti gli altri mezzi di comunicazione. Non è solo un referendum tecnico su una legge. 

Quello che è in corso è uno scontro politico che costituisce l’atto finale della guerra trentennale tra la politica e la magistratura. Uno scontro nel quale le forze politiche sembrano addirittura in seconda fila rispetto all’ANM e la vera opposizione al Governo, anche a livello comunicativo, è un'associazione privata come l’ANM, che sta finanziando la sua campagna elettorale come fa un qualsiasi partito politico, con somme elevate derivanti dalle quote degli scritti, consenzienti o no. 

In questa battaglia a colpi di slogan, si ha poca attenzione per le conseguenze degli aspetti tecnici della riforma (il sorteggio, l’Alta Corte disciplinare, la divisione delle carriere con i due Csm). 

L’atteggiamento psicologico è quello di due eserciti in battaglia. Ciascuno usa dei simboli, per attirare l'attenzione dei potenziali sostenitori, e entrambe le parti evocano le conseguenze, salvifiche per il Sì, apocalittiche per il No della riforma. Andremo a votare di fatto un referendum che è diventato globalmente a favore o contro la magistratura.  Ma in uno stato democratico e di diritto come il nostro la fiducia nella magistratura dovrebbe essere qualcosa di fondante e naturale. Se non è così c’è qualcosa che davvero non funziona.

In realtà non sappiamo nemmeno che cosa accadrà; sappiamo che oggi l’art. 104 nella parte in cui garantisce l’indipendenza del Pubblico Ministero non viene toccato, e che peraltro in alcuni paesi in cui, con le carriere separate, il Pubblico Ministero sarebbe in qualche modo controllabile dall’esecutivo oggi si indaga proprio sulla politica (in Francia, Spagna, Portogallo). Potrebbe verificarsi anche una eterogenesi dei fini, nel senso che, con la riforma, le Procure potrebbero diventare una forza di “superpolizia”, sganciata del tutto dalla giurisdizione e che comanda sempre la Polizia giudiziaria, con più potere di prima. Lo ha prospettato anche Luciano Violante in un recente articolo sul Corriere. Per il momento ragioniamo solamente su ipotesi. 

Comunque per molto tempo cambierà poco o nulla, i Pubblici Ministeri, che hanno fatto lo stesso concorso dei giudici, per trent'anni saranno ancora i medesimi. Dovremo vedere cosa accadrà, senza l’anima belligerante di oggi, ragionando sine ira, nel tempo su possibili correttivi. Approvata per ora la cornice costituzionale non poco dipenderà anche dal contenuto delle norme attuative sulle modalità, ad esempio, del sorteggio, tra tutti i magistrati o solo tra chi chiederà di partecipare e sulle formazione e l’ampiezza delle  liste dei “laici” anch’essi da sorteggiare.

Quanto al nuovo sistema elettorale del CSM non sono certo il solo tra i magistrati e gli ex magistrati a non ritenere uno scandalo il sorteggio dei Consiglieri anche se molti anche per timore tacciono

Quando esplose lo scandalo Palamara, l’ANM, su richiesta del gruppo “anti-correnti” Articolo 101, fu indetta una consultazione tra i magistrati anche sul sorteggio, e 1800 magistrati, pari ad oltre il 40% dei votanti, si erano espressi a favore. Ma non accadde nulla. 

Le correnti controllano tutto, anche le più piccole richieste, un trasferimento o la partecipazione a un corso. Lottizzano non solo il Consiglio ma i posti di magistrato segretario del CSM e la Scuola superiore, per non parlare dei privilegiati fuori ruolo. E tutto dipende da loro già a livello dei Consigli giudiziari, i piccoli CSM di ogni Distretto, dove i capetti locali delle correnti formulano i “pareri” su di te, decisivi per il resto della tua vita professionale. Li incontri tutti i giorni e li devi “omaggiare”, l’ho visto per tanti anni. I Consigli giudiziari andrebbero studiati quanto il CSM, è lì che nasce tutto ma nessuno se ne accorge. 

Nel lontano 2017, in tempi non sospetti, già prima del caso Palamara in un articolo su Il Dubbio avevo suggerito un rimedio, abbastanza radicale, contro il correntismo, ovvero il “sorteggio temperato” degli incarichi direttivi. 

Era una proposta che costituiva un antidoto alla colonizzazione del CSM da parte delle correnti, che, tramite una ristretta èlite di magistrati, governano la vita professionale di tutti. Era il sorteggio parziale degli incarichi direttivi, ambitissimi in particolare per i vertici delle Procure, incarichi da sempre decisi fuori dal CSM tra i capi delle correnti, lo abbiamo visto nella vicenda dell’Hotel Champagne. Per evitare i fenomeni di autopromozione e di scambi di favori, (io voto il tuo per quel posto, tu il mio per quell’altro) basterebbe in ogni concorso, selezionare tra gli aspiranti una rosa ristretta di idonei per l’incarico, tre o quattro con capacità in pratica uguali ci sono sempre, e poi sorteggiarne uno. Fine così dei mercanteggiamenti e delle trame di corridoio per i vari incarichi perché l’alea finale li rende inutili. 

Questo semplice correttivo avrebbe da un lato annullato il potere delle clientele e di improprio indirizzo politico-giudiziario delle scelte per el nomine chiave, e, dall’altro, comunque rispettato in ogni caso un livello di professionalità idoneo. Se si fosse ragionato su questo metodo, il “sorteggio tra gli idonei” per gli incarichi, sarebbe stato, volendo, un argomento serio anche da parte dell’ANM per opporsi al sorteggio elettorale del CSM. In alternativa si sarebbe potuto adottare un sistema di rotazione degli incarichi direttivi, anche per anzianità.  Mi ha colpito che nessuno abbia raccolto la mia proposta, pur non avendo ricevuto alcuna obiezione di principio. 

Senza dimenticare comunque che la corruzione del sistema ha investito nelle più importanti nomine di competenza del CSM non solo la componente dei magistrati ma anche il mondo della politica. Infatti agli incontri “riservati” all’Hotel Champagne che servivano a scegliere in modo sotterraneo che doveva essere il nuovo capo della Procura di Roma erano presenti non solo magistrati del Consiglio ma anche esponenti politici.

Non condivido l’idea di due concorsi separati, una inutile impuntatura del governo; studiamo e usiamo gli stessi codici, le stesse tecniche investigative, le stesse regole di giudizio, in pratica lo stesso know how. I colleghi di concorso non sono quelli con cui si stabiliscono rapporti di potere, li perdi presto di vista, sono i capi corrente del tuo ufficio che non perdi di vista mai sino alla pensione.

Per quanto riguarda invece la gestione della carriera, concordo sul sorteggio elettorale e in generale sulla necessità della divisione in due del CSM e sull’Alta Corte disciplinare. Con l’Alta Corte si evita, giustamente, la giurisdizione domestica, i magistrati si conoscono direttamente o indirettamente tutti tra loro, i gradi di separazione tra giudicanti e giudicati sono minimi. Ma non apprezzo la prevalenza nell’Alta Corte dei magistrati di Cassazione, che sono i più lontani dalla vita ordinaria degli uffici.

Andrà un giorno anche rivista l’iniziativa disciplinare del Procuratore Generale per i giudici, che sarebbe del tutto incoerente. Con riferimento ai due CSM separati sono d’accordo, anche per evitare interferenze sulla carriera dei giudici da parte dei Pubblici Ministeri, non come singoli che conducono un’indagine ma in quanto “categoria” perché sono da sempre più influenti del CSM anche grazie alla loro visibilità. Del resto negli ultimi anni, Presidente e Segretario dell’ANM, sono quasi sempre stati Pubblici Ministeri benché i Pubblici Ministeri siano un numero molto inferiore. 

Inoltre nella campagna elettorale, sembra che l'unico tema sia l'indipendenza della magistratura rispetto alla politica, quindi il tema della indipendenza esterna. Resta in secondo piano il tema della indipendenza interna, che riguarda invece l’autonomia dei singoli rispetto  ai capi e ai colleghi potenti. Ne ho parlato molto nel mio libro uscito da poco, “Tiro al piccione”. 

E’ un tema che all’esterno sfugge, solo chi vive all'interno dei Tribunali lo conosce. L'indipendenza interna del singolo giudice è minacciata dal fatto che la tua vita dipende dall'assegnazione a una sezione piuttosto che ad un’altra, magari grazie ad un concorso ad hoc bandito quando c’è il posto libero che ti interessa o dall’assegnazione di una indagine di rilievo, dal rischio di un’azione disciplinare o di un trasferimento, dal rischio di isolamento. E all'interno di ogni Tribunale, c’è una sorta di casta, di “cerchio magico”, composto intorno ai colleghi di corrente che vivono per diventare capi o per “andare a Roma”, in un costante meccanismo di autopromozione e - mi dispiace dirlo - anche di ricerca di una clientela da soddisfare quando saranno eletti. 

 E si sente questa pressione, tu dipendi in tutto e per tutto da loro, qualche volta puoi essere anche portato a torcere qualche comportamento per ingraziarti quelli che all'interno di un Tribunale contano Io  l'ho sentita moltissimo a Milano. Ho sentito molto il fatto di non avere “appartenenze”, eppure il lavoro del magistrato dovrebbe essere in qualche modo solitario, solo un lavoro di coscienza, meno “ambiente” c’è meglio è. Perché in fondo poi il vero “potere giudiziario” di cui si parla nella Costituzione non è il potere del CSM o dell’ANM ma la sentenza del singolo giudice.

Sono poi convinto che tantissimi, anche quando in alto si decide di indire uno sciopero contro il Governo, sono contrari o disinteressati ma aderiscono religiosamente tutti per conformismo, perché altrimenti “ti vedono”, ed è meglio evitarlo. 

Alla fine di questa campagna di guerra credo vincerà il Si, perché il ciclo di vita dell’attuale governo non è certo concluso e, circostanza non indifferente per l’elettore medio, i magistrati si sono resi spesso antipatici. 

Se mi chiede cosa voterò, credo che oggi la scelta più razionale e meno belligerante sia star fuori da questa guerra, votare scheda bianca.

Guido Salvini


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commenti


biagio

7 febbraio 2026 16:32

Leggendo questa nota mi colpisce una cosa più di tutte: stiamo discutendo di una riforma costituzionale che, al di là dello scontro politico, non interviene su nessuno dei problemi reali della giustizia. Non riduce la durata dei processi, non aumenta il personale nei tribunali, non migliora le condizioni delle carceri, non rafforza la tutela delle vittime. Nulla di ciò che i cittadini vivono ogni giorno viene affrontato.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché la maggioranza insiste così tanto su questa riforma?
Qual è la vera motivazione, se gli aspetti che pesano davvero sul sistema restano immutati?
Perché procedere proprio ora, dentro un clima già esasperato, invece di cercare una coesione più ampia con le altre forze politiche, come dovrebbe accadere per ogni riforma istituzionale che riguarda l’intero Paese?

Questa insistenza, senza un confronto largo e senza un obiettivo chiaro, rischia di riportarci indietro. Sembra quasi che si voglia alimentare una logica di contrapposizione permanente, un divide et impera che non rafforza lo Stato ma lo rende più fragile, più confuso, più esposto a tensioni future. Finché non saranno esplicitate le vere ragioni di questa riforma, tutto resterà nebuloso, problematico e fonte di legittima preoccupazione.

E queste perplessità, prima di andare a votare, dovremmo porcele tutti. Perché una riforma costituzionale non è un dettaglio tecnico: è un patto tra le forze politiche che rappresentano il Paese, e un patto si costruisce insieme, non contro qualcuno.

Per queste ragioni credo che oggi serva una scelta netta e responsabile: votare NO.
Per fermare una riforma che non risolve nulla e che rischia di aprire scenari ancora più incerti, e per ricordare che la Costituzione è un patto comune, non uno strumento di divisione. Saluti da biagio