Pienezza della Legge è l’amore
Continua nella VI domenica del tempo ordinario l’ascolto del discorso della montagna e, ancora come è accaduto per il brano letto la scorsa settimana, è necessario iniziare dalla conclusione del testo precedente, poiché quanto ci presenta Matteo è un discorso unitario che leggiamo in brani separati, solo per comodità di ascolto. Gesù invitava i suoi uditori a far risplendere la propria luce davanti agli uomini affinché sia data gloria al Padre che è nei cieli (cfr. Mt 5,16) e perché questo avvenga nella prosecuzione del discorso sono trasmessi alcuni insegnamenti ed esempi non tutti semplici da ascoltare.
Da un lato, se li si prendesse come gesti da compiere così come vengono espressi, alcuni suggerimenti appaiono brutali: mutilarsi il corpo per non peccare più è un atto davvero impressionante. Dall’altra parte occorre, però, non prenderli troppo alla leggera, come semplici ispirazioni generiche, per non privarli di valore, perdendo la radicalità che vogliono trasmettere: molto significative sono le limitazioni sul divorzio e l’attenzione a cosa intendere come adulterio che le parole di Gesù sottolineano.
Il testo è attraversato da un tema di fondo: il rapporto dei discepoli con la Legge di Israele, un problema che rimane sempre attuale anche nel corso della storia, ritraducendosi nel rapporto con le regole religiose che la Chiesa propone o, secondo l’idea di qualcuno, impone.
Gesù dichiara fin da subito che il suo insegnamento non mette in discussione nessuno degli insegnamenti della Legge di Mosè, nemmeno il più piccolo e il più insignificante. Allo stesso tempo, Gesù non accetta di fermarsi all’osservanza semplicistica dei precetti, come, in tutta la loro radicalità esteriore, si atteggiavano scribi e farisei.
Non basta osservare tutte e singole le prescrizioni della Legge per eseguire la «giustizia di Dio, poiché questa supera la lettera della Legge, chiedendoci la disponibilità ad un’osservanza creativa, persino paradossale, estremamente dura, se si coglie in tutta la sua forza quanto da Gesù viene detto.
Nella nostra cultura le parole di Gesù sembrano suggerirci una riflessione sul «primato della coscienza», ma se lo diciamo ci inganneremmo. Perché il primato che Gesù esprime non è «della coscienza», non è il primato del soggetto davanti alla legge per discernere situazioni e circostanze.
Il primato è di cui Gesù parla è quello dell’amore: per Dio e per i fratelli. Gesù chiede con forza, «Ma io vi dico!», che sia questo il criterio guida di ogni discernimento dei suoi discepoli, di allora e di sempre.
Noi ci chiediamo: «cosa è giusto fare?», Gesù ribalta la domanda: «Quale azione esprime meglio l’amore?».
Nel primo caso governa la Legge e la tutela di sé: «io sono nel giusto, ho adempiuto la legge (sia essa quella degli uomini o quella di Dio), perciò posso lavarmi le mani delle conseguenze che ne derivano»; nella seconda prospettiva nessuno è mai nel giusto, poiché tutti si è dentro un cammino di ricerca dell’amore, la sola verità che manifesta e garantisce la giustizia.
Tralascio la casistica che Gesù richiama con la sua autorità, affiancabile e addirittura superiore a quella di Mosè e degli antichi. Mi fermo a stuzzicare la nostra intelligenza in merito al modo in cui formiamo la nostra coscienza. Si tratta di una prospettiva in cui la nostra cultura attuale corre il pericolo di invischiarsi cedendo sempre di più alla semplicistica affermazione che sia bene, o quantomeno legittimo, compiere ciò per cui non si fa male a nessuno. Da qui il rischio di cadere inconsapevolmente nella logica dei farisei per i quali la cosa giusta è semplicemente l’esecuzione di un precetto anche se compierlo non apre all’altro ma ci spinge verso un egoismo mascherato di obbedienza. Forse per noi è ancora peggio, perché quando si diventa legge a sé stessi, come molte volte ci suggerisce una certa mentalità, si compie un passo ancora più spinto rispetto a scribi e farisei. Quando la coscienza diventa altoparlante di sé stessi, non ci confronta più nemmeno con Dio: «se lo ritieni giusto, è bene che tu lo faccia», ci viene da dire molte volte, senza pensare in base a cosa una scelta la si ritenga «giusta». Senza perbenismi, Gesù ci dice che misura del bene è l’amore e ogni volta che non c’è amore, fosse anche solo con il pensiero, la Legge è violata e l’uomo, esteriormente irreprensibile, ha in realtà perso il rapporto con la giustizia di Dio.
Sono parole forti quelle che oggi la liturgia con coraggio ci rivolge, parole che mettono in discussione molti nostri discorsi su temi morali quali aborto, eutanasia, indissolubilità del matrimonio, giusto salario per i lavoratori, riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni persona, importanza dell’assistenza sanitaria e sociale per tutti. Termini che non sono mai di destra o di sinistra, quando si basano sul Vangelo.
San Paolo sintetizza l’insegnamento morale di Gesù con queste parole: «Pienezza della Legge è la carità» (Rm 13,10). E quando questo è chiaro nella nostra coscienza, non c’è più nulla da aggiungere, perché si è così esigenti nella ricerca del bene da diventare liberi rispetto ad ogni compromesso con il male.
In autentico ascolto del discorso della montagna, ciascuno, ogni giorno, non può far altro che chiedersi se le sue azioni si collochino nell’amore gratuito, disinteressato, aperto, libero, sincero per Dio e per i fratelli. Quando è così non c’è più bisogno di Legge, poiché questa ha già adempiuto la sua funzione, che non è «metterci a posto» con la giustizia, bensì aprirci ed allenarci all’amore. Questo è l’unico e il vero scopo della Legge che Gesù, con le sue parole, ci invita a riscoprire, senza lasciarne cadere nemmeno un trattino.
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