9 febbraio 2026

Mamma, voglio fare l'influencer

Ancora annaspando fra sconcerto e sgomento, la povera donna mi confida che da giorni lei e il marito si chiedono dove hanno sbagliato per meritare il pacco bomba di una diciottenne che manda all'aria il percorso di studi folgorata dalle seduzioni del divismo di Rete. Influencer come progetto di vita.

Se la miglior educazione è il buon esempio, è evidente che la famiglia, attenta e affettuosa, vivente immagine di etica del lavoro, non ha sbagliato proprio niente. E il caso, simile a infiniti altri, non stupisce. Il pianeta delle comunicazioni di massa esercita ormai un potente magnetismo cui niente e nessuno pare saper opporre adeguato argine critico. Nemmeno chi per millenaria vocazione culturale dovrebbe almeno provarci. Penso, e mi brucia ammetterlo come parte in causa, al settore umanistico del sistema universitario che dopo la progressiva potatura di solidi saperi di base, vitale alimento per future teste liberamente ragionanti, ha vistosamente virato sulle comunicazioni di massa. Le quali rischiano dunque di diventare il luogo totale della formazione accademica.

È più importante insegnare a comunicare che a pensare? Pare di sì. Il che spiega parecchie cose del nostro tempo. Fra queste l'inarrestabile successo di una moltitudine di Pifferai magici che, modulando sull'abile flauto sapienziali consigli per gli acquisti, avanzano con crescente seguito di ammaliati sorcini. Tant'è che occupano ormai l'olimpo di crescenti quote dell'immaginario giovanile. Dagli accessori al bon ton fino alle più delicate scelte esistenziali: l'orizzonte dei nuovi maestri di vita non conosce confini. L' estensione nel 2025 del protocollo etico europeo regolamenta come può solo gli influencer con più di 500.000 followers. Il resto è libera prateria. In Italia, mercato chiave del settore, il numero di operatori attivi nell'influencer marketing tocca i due milioni e, latamente preso, muove cifre annue superiori ai quattro miliardi. Tanto di cappello a così ricca fetta del nostro pil. Ma senza ignorare l'altra faccia della medaglia: dopo il problematico vuoto conseguente al rarefarsi di autentici padri e Maestri, l'asse delle attenzioni giovanili si sta spostando verso professioni in cui la condizione di successo e guadagno coincide con raffinate pratiche di manipolazione di massa.

Per molti aspetti, una gigantesca speculazione sul gregarismo imitativo di una società fragile in cui i singoli, sempre meno abituati alla concretezza di diretti rapporti umani, vedono nei Guru di Rete la miglior via di fuga dall'isolamento. Sempre più spesso dunque toccherà a sconcertati genitori osservare la comparsa di germogli alieni sul tronco di solide storie familiari da secoli incardinate su antiche virtù. Oddio, che i figli assomiglino più al loro tempo che ai loro padri è cosa vecchia quanto il mondo e del tutto fisiologica. Ma l' irruzione della Rete nelle loro vite ha radicalizzato il vecchio conflitto generazionale spesso trasformandolo in autentica estraneità antropologica. Con lei entra in scena un terzo incomodo in grado di competere e vincere sullo sforzo educativo di scuola e famiglia. Ma in fondo, cos'è un influencer? È chi grazie a un prestigio personale comunque ottenuto può rendere credibile la propria 'predicazione' inducendo i seguaci a fidarsene e comportarsi di conseguenza. Definizione quanto mai elastica, e dunque adattabile a stature umane di ogni taglia culturale, professionale e morale: dal gigante al nano. Non era forse un influencer Cristo stesso quando, seguito da attente moltitudini, predicava fra monti, laghi e sinagoghe della Galilea? Non lo era Socrate quando nella piazza di Atene o nelle più umili botteghe artigiane spiegava come la verità si raggiunge nel dialogo fra differenti opinioni? Il primo ribaltò la morale corrente e cambiò la storia. L'altro tracciò le mura maestre del moderno pensiero occidentale. Non redditizi testimonial di Tizio o Caio ma, al contrario, potenti leve antisistemiche giunte all'estrema conseguenza del sacrificio personale. L' uno è finito in croce. L'altro, condannato a morte come corruttore di giovani, si è tolto di mezzo bevendo cicuta.

Mica male questi 'influencer di prima generazione'. L' esatto contrario delle obbedienti rotelline del marketing contemporaneo che, al servizio di sua maestà il Global business, stanno plasmando il nuovo materiale umano necessario al sistema per macinare crescenti profitti. Chissà se i garbati e ingenui eroi del vecchio Carosello televisivo si rallegrano di così spregiudicata discendenza. Quanto a me , confesso di sognare un liberatorio black out che riconsegni al silenzio dell'anonimato la fauna dei Pifferai magici e alla tremenda fatica del pensare, scegliere e vivere di testa propria quella dei fedeli seguaci. Ma si sa che i sogni muoiono all'alba e per una nuova religione della libertà è ancora notte fonda.

Ada Ferrari


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commenti


biagio

9 febbraio 2026 16:24

Molti genitori cresciuti negli anni ’60 si sentono spiazzati davanti a figli che sognano di “fare gli influencer”. Non è un fallimento educativo, ma il segno di un mondo che corre più veloce dei nostri schemi. La Rete è diventata un terzo educatore, spesso più presente di scuola e famiglia, e modella desideri e identità con una forza che nessuna generazione precedente ha conosciuto.

Il punto non è giudicare, ma accompagnare. Aiutare i ragazzi a distinguere tra visibilità e valore, tra sogno e professione, tra libertà e dipendenza dal consenso. Non serve preoccuparsi: serve occuparsene, con dialogo, realismo e fiducia. Perché i figli assomigliano al loro tempo, ma hanno ancora bisogno delle nostre radici e della nostra vicinanza. Saluti da biagio