Uniti sotto il Tricolore: la Lezione Olimpica che ci manca
Le Olimpiadi invernali non sono soltanto un calendario di gare, medaglie, podi. Sono un respiro collettivo. Un battito che attraversa confini, lingue, bandiere. In questi giorni di neve e ghiaccio, mentre le lame incidono piste lucide e gli sci disegnano traiettorie perfette, il mondo avrebbe bisogno di fermarsi un istante e ricordare cosa davvero sta guardando.
Lo sport, nella sua essenza più pura, è una grammatica universale. Non chiede passaporti, non pretende ideologie. Chiede rispetto delle regole. Proprio in quel rispetto si nasconde una lezione che la storia ci ha consegnato più volte. Le Olimpiadi hanno saputo attraversare guerre fredde e tensioni incandescenti, divisioni insanabili e muri reali. Hanno visto atleti stringersi la mano quando i loro governi non si parlavano. Hanno dimostrato che la competizione non è negazione dell’altro, ma riconoscimento dell’altro.
La gara è conflitto regolato, è energia incanalata. È desiderio di superare il limite senza annientare l’avversario. In pista si lotta, sì, ma entro un perimetro condiviso. Ci si misura, si cade, si perde. Si accetta. Perché il patto è chiaro: le regole valgono per tutti e quando le regole valgono per tutti, la convivenza è possibile. Anche tra differenze profonde, anche tra visioni del mondo inconciliabili.
Lo sport ha insegnato che si può essere rivali senza essere nemici. Che si può difendere la propria bandiera senza bruciare quella altrui. Che il rispetto è la prima medaglia invisibile ma necessaria.
Eppure oggi, mentre il mondo osserva le piste innevate, la realtà ci consegna immagini che feriscono. Gli scontri di piazza a Milano contro le Olimpiadi, lo sciopero negli aeroporti che paralizza partenze e arrivi proprio nei giorni in cui il Paese dovrebbe mostrarsi accogliente e coeso. Sono gesti che rischiano di apparire non come contestazioni legittime di una scelta politica, ma come fendenti inferti all’immagine stessa del nostro tricolore. Perché quando il mondo ci guarda, non distingue le sfumature delle nostre divisioni interne. Vede un Paese. Vede una bandiera. Ogni tensione, ogni sabotaggio simbolico, ogni caos organizzato finisce per rendere più opaco il lavoro silenzioso di chi, per anni, si è impegnato affinché quella bandiera potesse brillare su un evento globale.
Non si tratta di negare il diritto al dissenso. In democrazia il dissenso è ossigeno. Ma c’è una linea sottile tra il confronto e l’autolesionismo. Tra la critica e la volontà di far “fare brutta figura” a sè stessi prima ancora che a un governo. Quando la protesta sembra colpire l’interesse collettivo più che l’avversario politico allora la domanda diventa inevitabile: chi stiamo davvero danneggiando?
In questo scenario così fragile, colpisce la sobrietà delle istituzioni quando riescono a incarnare equilibrio e misura. La figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, appare come un presidio di rettitudine, un richiamo silenzioso ma fermo ai valori costituzionali, al rispetto delle regole, alla dignità del ruolo. Non è retorica: è il bisogno di esempi, di parole che uniscono, non che incendiano.
C’è un altro insegnamento che queste Olimpiadi ci offrono, forse ancora più urgente: quello degli idoli che scegliamo. Per troppo tempo la parola “sport” è stata ridotta, nell’immaginario collettivo, a un solo universo, spesso dominato dal denaro, dal marketing, dall’ostentazione. Eppure esistono discipline dove non scorrono contratti milionari, dove non ci sono riflettori permanenti, dove la gloria dura lo spazio di una gara, poi si torna all’anonimato.
Esistono sport fatti di levatacce all’alba, di sacrifici silenziosi, di famiglie che investono tempo e risorse senza alcuna garanzia di ritorno. Se un ragazzo o una ragazza sceglie una strada così, non è uno sciocco. È qualcuno che possiede carattere. Forza di volontà, coraggio. Il coraggio di seguire un sogno anche quando è controcorrente, anche quando non promette ricchezza ma solo fatica.
Essere alternativi non significa urlare più forte o distruggere qualcosa. Forse, oggi, la più grande forma di trasgressione è la gentilezza. È stringere la mano all’avversario. È accettare una sconfitta con stile. È riconoscere il valore dell’altro senza sentirsi sminuiti. Il vero coraggio non sta soltanto nel tagliare un traguardo, ma nel percorso che conduce fin lì. Un percorso capace di modellare il carattere, di trasformare un talento in una persona migliore.
Spesso noi adulti puntiamo il dito contro le nuove generazioni accusandoli di fragilità o superficialità, forse dovremmo fermarci un istante davanti allo specchio. I ragazzi osservano ciò che facciamo molto più di quanto ascoltino ciò che diciamo. E se pretendiamo rispetto, misura, senso delle regole, dobbiamo essere i primi ad incarnarli.
“Il pesce puzza dalla testa”, dice il proverbio. Al di là della crudezza dell’immagine, il senso è chiaro: l’esempio parte dall’alto. Dalle istituzioni, dalla politica, ma anche da noi adulti, genitori, educatori, opinionisti. Non possiamo chiedere compostezza nelle sconfitte sportive se poi trasformiamo ogni divergenza civile in una guerra verbale.
Le Olimpiadi invernali ci stanno ricordando che la forza non è arroganza, che la determinazione non è odio, che l’identità non è chiusura. Un atleta che cade e si rialza, un avversario che applaude, una staffetta che si decide per un centesimo: sono immagini che raccontano un mondo possibile. Un mondo dove la competizione non distrugge, ma eleva.
Che sogno meraviglioso sarebbe trovarci uniti sotto la stessa bandiera. Non uniformi, non privi di opinioni, ma uniti. Con l’orgoglio semplice e profondo di sentirci parte di qualcosa di comune, non frammenti dispersi di altro. Sentirci comunità prima che fazione.
La fiaccola olimpica non è solo un rito. È una promessa. Una luce che attraversa città e montagne per dire che, nonostante tutto, possiamo scegliere la lealtà al posto del sospetto, il confronto al posto dell’insulto, la regola al posto dell’arbitrio.
Mi auguro che quella fiamma non illumini soltanto gli stadi, ma le coscienze. Che faccia brillare cuori e menti. E che ci ricordi che il vero traguardo non è una medaglia, ma diventare — insieme — un Paese capace di vincere nella dignità.
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