Sale e luce: dono da accogliere e spendere per il bene del mondo
La pagina di Vangelo della scorsa domenica si concludeva con una beatitudine che coinvolgeva direttamente coloro che ascoltavano Gesù e i lettori del racconto di Matteo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11). Alle stesse persone si rivolge Gesù continuando il discorso: «Voi siete il sale della terra» (v.13); «Voi siete la luce del mondo» (v.14). «Voi»: tutti quanti siete perseguitati a causa del nome di Gesù siete sale e luce; sconfitti agli occhi degli uomini, siete al mondo necessari. Un paradosso che non possiamo dimenticare di essere e di accogliere.
Gesù non dice «dovete essere», quasi che Egli voglia esprimere un’esortazione, dice «siete», semplicemente constatando l’identità dei discepoli, di coloro che si mettono in ascolto del Maestro e lo seguono, o almeno provano a seguirlo. Non mancano l’esortazione e l’ammonimento, ma la partenza è un invito alla consapevolezza, quasi il Signore ci dicesse «rendetevi conto di chi siete», «abbiate il coraggio di essere quello che siete».
E ce lo dice la plurale. Si può immaginare che Gesù si riferisca ad ogni singolo all’interno di un gruppo, ma è forse più realistico pensare che sia l’indicazione di qualcosa che non è solo «per me», bensì che si è sale e luce solo nella comunità-comunione che è la Chiesa tutta, di cui ciascuno di noi fa parte con le sue specificità, individuali, di vocazione e di carisma. Le parole di Gesù che ascoltiamo oggi le possiamo accogliere come un invito, personale e comunitario, a renderci conto di quel che uno è, come cristiano che dà testimonianza, e di quel che insieme si è, come comunità che testimonia.
Esplicite sono le immagini che commentano la dichiarazione sulla «luce»: è normale che si costruisca una città su di un monte, luogo più salubre, maggiormente difendibile e facile da vedere anche a distanza; è normale collocare una lampada accesa sul candelabro per illuminare la casa, piuttosto che nasconderla sotto un vaso, un’azione questa effettivamente assurda. Un po’ più complesso è l’ammonimento sul sale: il sale è tale e lo si usa perché capace di dare sapore e di conservare; se perdesse la sua qualità, non servirebbe a nulla e diventerebbe inutile e quel che al sale non può accadere, potrebbe succedere al cristiano.
Se naturalmente il sale ha sapore, si accende una lampada e la si pone in alto, si costruisce una città su di un monte, non è certo che ciascuno, anche se credente, corrisponda a ciò che è. Non è spontaneo che l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio si comporti secondo l’altezza di questo dono che diviene anche compito. Gesù ci ricorda oggi quel che siamo, affinché desideriamo esprimerlo, manifestarlo, viverlo: personalmente e in quanto Chiesa.
Viverlo personalmente coinvolge ognuno di noi dentro la realtà concreta della propria esperienza ed esistenza di fede e di vita: con la sua famiglia, nel suo lavoro, a fianco dei propri amici, in ogni ambiente in cui si trova. Sarebbe bello e utile chiederci quale sapore sappiamo dare con le nostre parole, le nostre azioni e il nostro stile di vita nell’esperienza quotidiana, accanto alle persone con le quali spendiamo il nostro tempo.
La stessa domanda è bene che ce la rivolgiamo come Chiesa, comunità di coloro che credono e seguono il Signore, sia questa la comunità parrocchiale, diocesana, religiosa, di movimento o di associazione a cui si appartiene. Non possiamo, ascoltando questa pagina di Vangelo, non chiederci quale sapore dà oggi la comunità cristiana al mondo in cui vive, al contesto socioculturale in cui si trova inserita, anche con il coraggio e il rammarico di riconoscere che forse è troppo poco.
Le parole di Gesù sono di consolazione, poiché ricordano che l’identità e il compito che Dio ci ha affidati sono di grande prestigio: siamo coloro che sanno e possono dare sapore e dare luce. Allo stesso tempo sono di vertiginosa responsabilità: senza sapore il cibo è immangiabile e senza luce non si può vivere, perciò se la fede rimane vissuta intimisticamente e non si esprime al di fuori di sé è sale insipido, luce che non illumina.
C’è un ultimo aspetto che non possiamo dimenticare: perché fare tutto questo? Non per noi, ma per Dio, per il Padre che è nei cieli. Oggi tutti, più o meno consapevolmente, siamo alla ricerca di ricevere qualche «mi piace» sui nostri profili, siamo desiderosi di essere seguiti da molte persone e forse corriamo il rischio di scelte con le quali rinneghiamo la santità in favore della popolarità, l’apprezzamento dei molti a scapito della volontà dell’Unico Signore.
È per questo importante ricordarci che la vera grandezza non viene dal successo nel mondo, ma dall’amore di Dio, non viene dal fare delle opere buone e belle perché tutti dicano bene di noi. La nostra grandezza viene dalla gloria che con la nostra vita diamo a Dio, così che sia Lui a chiamarci servi buoni e fedeli quando lo incontreremo, riconoscendo che nella nostra vita non abbiamo messo al centro il nostro «io» e avendo moltiplicato il talento che da Lui abbiamo ricevuto, grande o piccolo che sia, glielo potremo restituire senza timore, duplicato dal disinteresse di aver vissuto per Lui e non per noi.
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