16 marzo 2026

Gli italiani e il referendum: il Si, il No...il Ma

"La nostra Costituzione è la più bella del mondo": la quasi ottantenne in questione ha di certo a suo tempo meritato l'orgoglio dei suoi autori. Specie perché esprimeva l'alto senso di responsabilità con cui differenti culture politiche avevano subordinato interessi di parte e intransigenze ideologiche al superiore interesse del Paese. Il 1946 non fu solo l'anno del referendum  istituzionale e dell'elezione della Assemblea Costituente ma quello in cui la neonata repubblica, rinunciando all'ipotesi di epurazione antifascista, riconosceva - Togliatti compreso- la superiore urgenza di una pacificazione nazionale in grado di chiudere la fase più lacerante e divisiva del conflitto fascismo-antifascismo. Con l'occhio a tutto questo, più che di bellezza, parlerei di autentico prodigio, specie se osservato dalla sponda della politica attuale troppo spesso ridotta a rissoso cortile in cui si investono più energie per mettere in difficoltà l'avversario che per mettere in sicurezza il Paese. Coraggiosa scommessa sul nostro futuro, quella dei Padri costituenti.
Completamente vinta? Non del tutto. Il bene comune ora più che mai stenta a decollare e imporsi sugli interessi di parte. E quanto all'aver realmente archiviato la polemica fascismo - antifascismo, si direbbe che restiamo ostaggi di un passato che non passa. Ancora troppi i consumatori compulsivi delle due delicate e datate categorie storiche, spesso applicate con meccanismi polemici di desolante semplicismo. Ci si dichiara campioni del più duro e puro antifascismo, bollando come fascista ogni posizione non condivisa. Difficile pertanto comprendere come tanto zelanti paladini dell'ortodossia antifascista respingano l'occasione offerta dall'imminente referendum di eliminare un regio decreto del 1941 con cui il Regime, obbedendo a logica totalitaria, metteva il morso all'autonomia della magistratura e, unificandone le carriere interne, si assicurava più stringente controllo politico di decorso ed esito dei processi. Credo che questo eterno 'passato che non passa' sarà finalmente consegnato al cruento mausoleo del Novecento solo quando raggiungeremo piena consapevolezza che se per essere autenticamente democratici occorre essere antifascisti, non basta essere antifascisti per essere veri democratici. Ancor oggi molte dittature rosse, dunque ideologicamente antifasciste, negano libertà primarie, lavano i cervelli, incarcerano ed eliminano fisicamente gli oppositori. 
Sia chiaro tuttavia, che "bella" Costituzione non significa testo intoccabile. Concetto peraltro chiarissimo ai suoi stessi estensori, in particolare a Costantino Mortati che ha consegnato alla nostra cultura giuridica un attrezzo concettuale di permanente utilità: la distinzione fra Costituzione formale e Costituzione materiale. La prima è la Legge scritta ed entrata in vigore il primo gennaio del 1948. La Costituzione materiale è invece quella via via interpretata e concretamente applicata nel decorso della storia e dei suoi fisiologici cambiamenti di contesto ed esigenze. Proprio qui si gioca il decisivo ruolo della sensibilità politica, investita del diritto e dovere di monitorare l'andamento del rapporto fra Costituzione ed evoluzione sociale. Può dunque accadere che per salvare la sostanza e i principi ispiratori della nostra Carta risulti talvolta opportuno intervenire con ponderate revisioni sui punti di criticità. ll solo ritenere che un qualsiasi prodotto storico, compresa una grande architettura giuridica, possa sottrarsi all' azione corrosiva e modificatrice del tempo comporta un discutibile scivolamento nel feticismo immobilistico. Guai se le ragioni del Si e quelle del No si trasformano in guerra di religione con tanto di Crociati che al grido di "la Costituzione non si tocca" contendono l' integrità del Santo sepolcro alle mire sacrileghe del Feroce Saladino. Occorre riconoscere che Il clima generale che ci ha accompagnati all'appuntamento referendario ha registrato sconcertanti cadute di stile e sostanza, tanto più gravi se provenienti da pulpiti istituzionalmente rilevanti. Quasi che la classe politica temendo indifferenza dei cittadini agli aspetti tecnici del quesito, preferisca travestirlo per renderlo più appetibile.

Ecco dunque un fronte sollecitare il SI come mezzo per "liberarsi della magistratura" e l'altro fronte chiedere il NO come mezzo per " liberarsi del governo Meloni". Davvero demoralizzante essere indotti a usare l' occasione referendaria come soggettivo strumento di vendetta politica o giudiziaria. Castronerie del genere irritano e disorientano chi è chiamato a esprimersi. Tanto più che il delicato appuntamento cade in una fase tutt'altro che idilliaca del rapporto fra opinione pubblica e giustizia. Il 56% degli italiani boccia i modi e i tempi in cui essa viene concretamente applicata: errori consumati sulla pelle di innocenti, tempi biblici dei processi, sensazione di decisioni viziate da personali preferenze politiche, divismo protagonistico di tanti magistrati... A volte è oggettivamente difficile capire quale 'ratio' orienti alcune sentenze e con quale discrezionalità si applichino le leggi. Come mai irregolari con più di venti reati al proprio attivo non possono essere rimpatriati o come mai vengono sistematicamente rimessi in libertà criminali di pericolosità sociale ripetutamente provata? Queste le quotidiane e concretissime domande che la gente comune si pone e che solo un superficiale snobismo può ridurre a sentimento di pancia. Se l' opinione pubblica matura la sensazione di inadeguata 'distanza di sicurezza' fra appartenenze politico correntizie e amministrazione della giustizia, si incrinano le basi stesse di una moderna e compiuta democrazia. Ed è per l' appunto lì che la legge di revisione costituzionale ora sottoposta a conferma popolare cerca di intervenire con parziali correttivi. 
Ultima considerazione: non si può negare che, osservato sulla durata, il tracciato del rapporto fra magistratura ed estrema sinistra (specie extra parlamentare) presenta un curioso andamento. Negli anni di piombo le formazioni armate che puntavano a destabilizzare lo Stato colpivano e abbattevano nei magistrati i simboli e tutori dell'odiato ordine borghese. Una carneficina di impeccabili servitori dello Stato ha insanguinato gli anni settanta e ottanta: V.Bachelet, F.Coco, R.Palma, N.Giacumbi, G.Minervini, F.Calvosa, G.Galli, E.Alessandrini... Oggi gli antagonisti che infiammano le piazze, e dichiaratamente cercano "finale finale resa dei conti con lo stato democratico" non smettono purtroppo di infierire sulle forze dell'ordine ma militano contemporaneamente e rumorosamente nel fronte del No. Dunque, quanto al rapporto coi magistrati siamo fortunatamente passati dalle P38 al " Guai a chi li tocca". Che dire? Notevole giro di valzer degno di qualche riflessione.

Ada Ferrari


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