18 dicembre 2021

Il Natale da Charles Dickens a Eduardo De Filippo: autopsia di una festa moribonda

Tra otto giorni esatti sarà Natale. Ma esiste ancora, Natale? 

Ricordo che una volta da bambino un giorno di Natale ero con mio zio Alfredo, uscivamo da una pasticceria e lui diede la mano ad un signore e si salutarono. Salimmo in auto e quando gli dissi che Natale mi sembrava un giorno come un altro lui mi rispose: “due che non si parlano da anni si danno la mano e a te sembra un giorno normale?!”. In effetti, Natale è stato per anni il simbolo di un lodevole sforzo ad essere tutti più buoni e più attenti a chi è meno fortunato e più bisognoso.

In archivio custodiamo decine di faldoni del “Natale dei bimbi poveri”, che si teneva a Palazzo Marino ogni anno fino agli anni ’70 con il Sindaco che riceveva i bimbi delle famiglie più bisognose donandogli dei regali. Questo richiamo alla bontà si deve di fatto a due opposte sfumature religiose, una tutta cattolica e l’altra tutta protestante: da un lato la gioia cattolica per la decisone di Dio di farsi uomo e entrare nel mondo dal grembo carnale di una donna, paradosso talmente incredibile da rendere tutto possibile, anche costringere i cattivi ad essere buoni; dall’altro la Regina Vittoria, che vedeva nel Natale una occasione di moralizzazione dei costumi della prima metropoli moderna, Londra, e delle disuguaglianze create dalla società neo-industrializzata.   

Natale di fatto è un paradosso unico: una festa totalmente religiosa che è stata talmente paganizzata da diventare buona per tutti a prescindere dal credo. Ed è di fatto l’unica festa che si celebra in tutto il mondo.

Perfino uno dei suoi simboli più laici, Babbo Natale, è come sappiamo ormai tutti la versione secolarizzata di Nicola di Bari, Santo e Vescovo del IV° secolo, da cui il barbuto babbone ha mutuato perfino il rosso della tuta, preso pare dal manto episcopale del santo.

L’altro simbolo laico del Natale, l’albero, deve invece la sua diffusione alla già citata Regina Vittoria, che avendo sposato un tedesco, Alberto di Sassonia Coburgo Gotha, ne importò a Buckingham Palace la tradizione tutta germanica, facendo scoppiare una vera e propria moda isterica che dalle isole britanniche si diffuse in quasi tutto il mondo, o almeno nella metà che gli inglesi comandavano al grido di “Victoria Imperat”… alla faccia dei buoni sentimenti.

Il  “Tannenbaum”, letteralmente “abete bianco”, veniva allestito nelle case tedesche fin dal 1600, retaggio di quel rapporto costantemente convulso tra kultur e zivilisazion che vede da sempre il popolo tedesco evolversi culturalmente (zivilisazion) senza mai riuscire ad abbandonare le proprie radici celtiche e pagane (la kultur), intrise di alberi magici e divinità boschive; e non a caso l’allestimento avveniva nel periodo del solstizio d’inverno, giorno in cui Odino nelle saghe nibelungiche usciva dal Walhalla alla testa di un esercito di morti, cui occorreva lasciare un dono sotto l’albero per non essere tormentati … alla faccia dei pupazzi di neve. Sostituite all’esercito dei morti quello dei bambini e i regali invaderanno il pianeta, perché i figli li hanno tutti, i morti viventi solo Odino. Ma le commistioni celtiche col Natale non sono solo nordeuropee: alla corte degli Sforza ogni anno si teneva il rito del ceppo, in cui un enorme tronco inghirlandato di bacche edere e agrifogli veniva arso in un gigantesco camino alla presenza del Duca di Milano. Perché lo si voglia o no, il nord Italia era stato celtico prima che romano, e prima dei vescovi c’erano stati i druidi.

Ma torniamo alla nostra Regina Vittoria, che governava la prima terra al mondo a conoscere l’industrializzazione e le sue rapidissime contraddizioni sociali, la prima ricchezza largamente diffusa e il primo esodo dalle campagne. L’Inghilterra vittoriana era il Paese più ricco del mondo, e i poveri inglesi se la passavano decisamente meglio di tutti gli altri poveri del mondo: solo che non lo sapevano, perché avevano Charles Dickens, il più grande scrittore vittoriano e inventore del cosiddetto “romanzo sociale”, in cui al centro non ci sono draghi e principesse ma i nuovi poveri e i nuovi ricchi, e in cui questi ultimi devono aiutare i primi. L’enorme benessere della Rivoluzione Industriale generò dei nuovi privilegiati, che a differenza degli aristocratici si sentirono in colpa  verso i nuovi diseredati, anche perché spesso i soldi li avevano fatti velocemente e in modo poco pulito... Nel 1843 Dickens diede alle stampe Il Canto di Natale, che ebbe un successo sconfinato e che ha di fatto consegnato alla storia il Natale come “deve” essere e come è oggi, complice Hollywood che da sempre mutua, semplifica, ingigantisce e esporta tutto ciò che è inglese: un festa dove tutti siamo più buoni e dobbiamo aiutare chi è meno fortunato di noi cosparsi di neve e circondati da alberi decorati di rosso. E come sempre, dove alligna l’angloamericano, lì alligna il commerciale, e si va di Coca Cola e pacchi regalo.

Questo clichè natalizio ha ormai irrimediabilmente travolto progressivamente anche il Natale d’Italia, esattamente come ha fatto Halloween con Carnevale. La nascita di Cristo, con la sua incommensurabile portata culturale e sociale su tutto l’Occidente ma soprattutto sull’Italia, è ormai relegata tra le ore 23.00 del 24 dicembre e le ore 00.30 del 25. 

Ultima orgogliosa resistenza fu quella di Eduardo De Filippo in “Natale in casa Cupiello”, capolavoro di quel cinismo disilluso che è solo dei nostri popoli italici, che esistono da sempre, e che hanno insegnato tutto al mondo e che dal mondo da sempre vengono invasi e conquistati. Una famiglia che va in pezzi mentre un padre severo si rinchiude nell’idillio del suo presepio per non vedere, salvo farsi venire un colpo secco quando la realtà gli viene sbattuta in faccia.

“Te piace o’ presepe??!!” ripete continuamente il padre al figlio delinquente, fino a quando quello risponde sfinito “NO! Nun me piace!!!” e il padre trasecola come se gli avessero sputato e caccia il figlio di casa. 

Cambia il mondo: oggi abbiamo nuovi ricchi da compiacere in Cina, in India, e non siamo più noi al centro di tutto. Meglio sterilizzare e rendere Natale buono per tutti: e siccome solo il mercato è buono per tutti, Natale è ormai solo un mercato, e al mercato si compra si vende si imbroglia e si corre. E basta.

Così ve piace o’ presepe? A me, NO.

Sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

Docente di archivistica all'Università degli studi di Milano   

 

Francesco Martelli


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commenti


Dani Azzola Farinotti

19 dicembre 2021 16:37

Con grande tristezza condivido totalmente,ciao

Annamaria Menta

20 dicembre 2021 09:39

Nemmeno a me piace.......non riesco a decidere se questa corsa al ribasso (culturale e spirituale) è dovuta ad un sotterraneo (ma neanche tanto) e generalizzato complesso di inferiorità verso i "nuovi padroni", se semplicemente il Natale è anche lui vittima di un senso di colpa per le prevaricazioni culturali (ma non solo) verso i poveri vecchi e nuovi sparsi per il pianeta (ma con zone "predilette") o se si tratta solo (!) di ignoranza grossolana.....non mi ritengo più intelligente della media o particolarmente acculturata, solo mi guardo intorno e vedo un sacco di cose che non mi piacciono (più). Non solo a Natale...

Martelli

20 dicembre 2021 20:03

Anche a me...