30 aprile 2023

L'armocromia diventa un caso, ma in politica l'abito ha sempre fatto il monaco

In questi giorni non si parla quasi che di una parola pressoché sconosciuta e anche piuttosto cacofonica: armocromia, neologismo discutibile coniato dai curatori di immagine e che rappresenterebbe una "disciplina" capace di associare alle stagioni e alla personalità i migliori colori nell'abbigliamento. Segni dei tempi, ma il motivo per cui se ne parla è credo noto, una intervista a Vogue in cui la neo segretaria del PD Elly Schlein accenna (e va detto solo in una parte minimale dell'intervista) appunto alla sua consulente di immagine bolognese che utilizzerebbe questa disciplina per trovarle il look perfetto.

Anzitutto è inevitabile una considerazione di carattere deontologico sulla stampa: se è vero che la gran parte dei politici ci pare parlare solo di questioni secondarie e non dei nostri reali problemi quotidiani, è altrettanto vero che i media stanno veramente passando il segno con  il gossip che ha definitivamente sepolto la notizia e con la vita da social che ormai conduciamo che amplifica oltre ogni immaginazione questa deludente distorsione. E così il look della Schlein e questa tanto discutibile disciplina hanno generato un polverone mediatico e social incredibile, ovviamente alimentato dalla discussione sulla opportunità o meno che una leader di sinistra si abbandoni a considerazioni sul look su una rivista di moda: retaggi e contro retaggi assai discutibili, ma ricordo che la prima volta che incontrai il PM Gherardo Colombo ad una conferenza disse che indossare la cravatta era un gesto sociale molto forte e io che la porto ogni giorno dall'età di 15  anni sentivo già la fredda lama della ghigliottina avvicinarsi al mio colletto inanimato di dandy. Insomma ben si comprende come l'abbigliamento abbia rapporti con la politica tutt'altro che secondari: è del resto arcinoto che negli anni di piombo chi passava con l'Eskimo in piazza San Babila era praticamente sicuro di venir menato da chi indossava il bomber e i Ray-Ban , e viceversa accadeva in altre zona della città. Destra e sinistra erano immediatamente riconoscibili da un look.

Non entro, come mia saggia consuetudine, in considerazioni sulla attualità politica, ma da studioso del passato non posso non rilevare che in politica il look è sempre contato e conta, e che bisogna attentamente diffidare di chi non lo tiene nella debita considerazione.

"Kleider machen leute" scriveva il calvinista svizzero Gottfried Keller, e che gli abiti fanno le persone in politica e nella storia è assai più vero e frequente di quanto immaginiamo. Ci piaccia o no, da quando abbiamo morso la mela del peccato e abbandonato il Paradiso Terrestre gli abiti sono divenuti la nostra seconda pelle, trasformandosi assai rapidamente prima in segno di distinzione sociale e poi in vero e proprio strumento di comunicazione politica.

Arafat è passato alla storia (anche del gossip maligno) per le sue sahariane militari ma firmate rigorosamente Ermenegildo Zegna, e quando Fidel Castro abbandono' la divisa da rivoluzionario per un doppiopetto blu gessato davanti a Giovanni Paolo II in molti gridarono al sacrilegio politico.

Caterina La Grande, Zarina di tutte le Russie, a consacrazione del raggiunto potere non indossava mai lo stesso abito (ovviamente sontuosissimo) arrivando a collezionarne pare ben 14.000, e all'opposto estremo Napoleone spiccava in mezzo ai suoi coloratissimi Marescialli proprio perché indossava sempre una banale divisa da colonnello dei Cacciatori della Guardia e un semplicissimo bicorno nero. Spesso infatti il potere è tanto maggiore quanto più l'abito e semplice: Adolf Hitler indossava solo e sempre una banalissima divisa da militante del Partito Nazionalsocialista, sostenendo che così era sempre uguale a se stesso e inconfondibile dal popolo tedesco: un Furher e il suo popolo, senza intermediari. 

I leaders politici che hanno fatto del proprio sempre uguale abbigliamento una vera e propria divisa sono dunque moltissimi: Reagan adorava vestirsi da cowboy con tanto di cinturone dorato e cappellone Stetson, a impersonificare il John Wayne dell'anticomunismo occidentale, mentre Winston Churchill rese indimenticabile la sua tuta bordeaux da aviatore (ma rigorosamente in raso di velluto) che portava con cravatta a farfalla e cappello Homburg. Le casacche Zhongshan portate da Mao sono divenute un tale simbolo del potere in Cina che Xi Jinping non ha résistito ad indossarne una all'ultima ( e spaventosamente colossale) parata militare a Pechino, autoincoronandosi de facto come il Nuovo Grande Leader. Berlusconi ha fatto della cravatta blue a petit pois di Marinella il suo personale simbolo di potere, e Mussolini raggiunse un apice mai toccato da nessuno: la più sacrale delle sue effigi era addirittura senza nulla addosso; mietendo il grano a petto nudo generó il mito di se stesso ed anche una delle battute più belle del cinema italiano: Paolo Stoppa in versione vecchio leninista che definiva i Fascisti degli smidollati comandati da "quer Mussolini sempre con le zinne de fòra".

Insomma il look è tutta politica, altro che armocromia…

 

(La foto del professor Martelli è di Daniele Mascolo)

Sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

Docente di archivistica all'Università degli studi di Milano

 

Francesco Martelli


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


François

1 maggio 2023 11:16

Professore come sempre grazie, ma lei parla di politica: quale? Di quella da lei descritta, nella fattispecie la nostra, io, sinceramente, non so che -parolina con due ZZ- farmene.

Martelli

3 maggio 2023 20:50

Grazie a Lei come sempre per l'apprezzamento.