Lo stile dell'Agnello è lo stile del credente
Il racconto tratto dal Vangelo secondo Giovanni ascoltato in questa domenica che segue le feste del Natale, ci parla ancora del battesimo di Gesù, stavolta raccontato non dal punto di vista di un evangelista ma attraverso gli occhi del Battista: è lui che ha visto e ci parla, così che le sue parole non sono una semplice cronaca ma una vera testimonianza. Il Battista, ultimo dei profeti, testimonia che Gesù è l’uomo che viene dopo di lui ma che è avanti a lui perché è prima, prima del Battista e prima di ogni altro uomo. Gesù è Colui sul quale è disceso lo Spirito Santo perché Figlio di Dio venuto ad immergere tutti gli uomini nel dono dello Spirito, rimuovendo il peccato che è nel mondo. Di tutto questo Giovanni è annunciatore e testimone.
La comunità dei credenti è per certi aspetti un po’ come Giovanni Battista e un po’ come il Signore.
Come Gesù, perché avendo ricevuto il Sacramento del Battesimo ogni cristiano ha ricevuto il dono dello Spirito Santo, e fa parte della Chiesa che è il corpo di Cristo, la sua presenza reale nel mondo.
Come il Battista, perché nessun cristiano, per quanto santo, si può identificare pienamente con Gesù, così che ciascun credente è chiamato ad essere testimone del Signore, indicandolo e annunciandolo come fa Giovanni, rimandando sempre al Signore e mai a sé stesso.
Si può quindi interrogare questa pagina di Vangelo per chiederci cosa voglia dire per noi essere Chiesa, essere presenza di Gesù e rimando a Lui.
Giovanni ci parla da testimone perché “vede”: vede con gli occhi e contempla con la fede quel che accade. Il cristiano è testimone se custodisce la capacità di “vedere” la presenza di Dio e sa contemplare nella preghiera e nella fede i segni di questa presenza. Possiamo pensare che la visione di Giovanni, essendo una specie di miracolo, lo agevoli nel compito della testimonianza, ma non è esattamente così. Nel cammino dell’Avvento siamo stati condotti a metterci di fronte anche ai dubbi del Battista, cancellati da quanto hanno visto e gli hanno poi raccontato i suoi discepoli, obbedendo al mandato del Messia da loro interrogato: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete” (Mt 11,4). Non possiamo dimenticarci che anche un miracolo può essere sempre sottoposto ad una interpretazione diversa, per cui da solo non basta, è sempre e solo un segno. Nel suo cammino il Battista non è troppo avvantaggiato rispetto a ciascuno di noi: è testimone perché discepolo della Parola, in ascolto e in attenta osservazione dei segni della presenza di Dio, che sa riconoscere e può interpretare per la familiarità con Dio che gli deriva dall’essere ricolmo dello Spirito fin dal grembo materno (cfr. Lc 1,15), come lo è il cristiano rinato a vita nuova quando è stato immerso nello Spirito Santo con il Battesimo.
Gesù, secondo le parole del Battista, ci parla di uno stile con cui vivere la nostra esperienza di discepoli: lo stile dell’agnello. L’immagine rimanda all’agnello pasquale immolato al tramonto che con il suo sangue salva chi si trova all’interno della casa (cfr. Es 12,1-14); rimanda al Servo di Dio cantato da Isaia che si presenta al mondo come “agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Is 53,7); rimanda anche alla predicazione di Gesù che invita i suoi discepoli ad andare come pecore in mezzo ai lupi, senza cedere alla tentazione di diventare a propria volta lupi (cfr. Mt 10,16). Benché Gesù sia il leone della tribù di Giuda (cfr. Ap 5,5) Egli si manifesta sempre come l’Agnello immolato ma vivo, sacrificato ma che sta in piedi perché risorto dai morti (cfr. Ap 5,6). Lo “stile dell’agnello” è così lo stile della Chiesa, lo stile del credente, di ciascuno di noi. Uno stile impegnativo, lo sentiremo tra qualche domenica leggendo le parole di Gesù dette nel discorso della montagna (cfr. Mt 5-7), ma è questa e non può essere altra la forma della vita del cristiano. Essere come agnelli, per portare su di noi, con Gesù, il peccato del mondo e affidarlo al Padre, perché lo perdoni e liberi l’uomo da ciò che pesa sulla sua vita e lo tiene prigioniero. Se il cristiano si dimentica di essere agnello e si comporta da lupo tradisce il Vangelo e si esclude anche dalla vittoria di Gesù. Pensando di poter vincere da solo, non con la scaltra saggezza del Vangelo, ma con la povera furbizia del più forte, anziché un vincente è uno sconfitto, nonostante venga da qualcuno apprezzato ed esaltato come un eroe, un esempio, una star. Gesù, Agnello che toglie il peccato del mondo, ci suggerisce oggi ancora la via dell’umiltà, ci propone di essere cristiani autentici perché umili, liberandoci da ogni tentazione che ci porti ad indossare i panni del lupo, nelle relazioni e nei pensieri, nelle azioni e nelle parole, nelle strutture e nelle forme delle nostre comunità. Solo lo stile dell’Agnello toglie il peccato del mondo e solo chi quotidianamente si allena per assumere questo stile si fa Suo vero collaboratore nell’opera della redenzione.
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